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La storia della moda dall’800 ad oggi

La storia della moda dall’800 ad oggi

La storia della moda: l’Ottocento

La moda, detta anche storicamente costume, nasce solo in parte dalla necessità umana correlata alla sopravvivenza di coprirsi con tessuti, pelli o materiali lavorati per essere indossati.

L’Ottocento è un periodo di notevoli cambiamenti in Europa e in Italia anche per quanto riguarda la moda. L’interesse economico per la moda è cominciato con la rivoluzione industriale a Londra tra il 1760 e l’inizio dell’Ottocento, che ha portato a un ondata di invenzioni e innovazioni della manifattura tessile e l’intensificazione degli scambi dei consumi.

womens-fashion-1784-1970-17-320x97 La storia della moda dall'800 ad oggi

Dal Neoclassicismo in poi non sono solamente i nobili a dettare la moda, infatti i borghesi sono liberi di abbigliarsi come credono: gli abiti tornano a essere più semplici, acquisiscono una maggiore sobrietà e hanno dei tagli meno rigidi. C’erano abiti da mattina o da giorno, abiti da pomeriggio, abiti da tè, abiti da sera o da ballo.

Gli abiti da mattina sono spesso più semplici, meno elaborati in termini di pizzi, fiocchi, nastri, di cui comunque non erano privi. Erano abiti più accollati, i tessuti erano meno preziosi, per permettere un uso più prolungato e lo svolgimento di piccole attività domestiche.

Il pomeriggio, inizia in orario variabile, dopo la colazione che poteva svolgersi dalla metà della mattina fino alle tre del pomeriggio. Gli abiti erano quelli per fare e ricevere visite, per passeggiate: i colori potevano essere più scuri, le linee più elaborate e le stoffe più preziose. Con l’introduzione del corsetto, le donne sentono l’esigenza di un ulteriore tipologia di abito, l’abito da tè, simili a un abito da pomeriggio ma senza l’impiccio del busto.

Quando il pomeriggio lasciava posto alla sera, le signore, riprendevano gli impegni mondani, che potevano andare dal ballo, alla serata a teatro, al concerto, alla cena più o meno formale: ciascun evento richiedeva modelli consoni. Dalle stoffe ai particolari sartoriali, gli abiti per la sera erano il meglio che la moda ottocentesca produceva, ogni dettaglio veniva curato e studiato.

La seconda metà dell’Ottocento è in generale contraddistinta, per quanto concerne la sartoria femminile, dal rendere gli abiti progressivamente più funzionali abbandonando gli eccessi precedenti, anche grazie all’influenza esercitata dalla diffusione dello sport, facendo pian piano sparire la sottogonna e permettendo finalmente alle donne d’indossare bustini meno rigidi che coprano solo i fianchi.

Alla fine dell’Ottocento compaiono, inoltre, i primi tailleur e le calze nere mentre ritornano in voga le scarpe con il tacco. Proseguiamo con la storia della moda nel 900.

La storia della moda: Il Novecento

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Il Novecento è il periodo in cui la moda cambia più rapidamente: Le creazioni degli stilisti diventano sempre più rilevanti e la diffusione delle prime riviste porta anche le sarte di periferia a confezionare abiti trendy per le donne. La moda ora è estremamente libera: ciò comporta l’insorgere di tutti coloro che vogliono sottolineare la volontà di allontanarsi dalle tendenze imposte.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale tanti uomini sono costretti ad arruolarsi nell’esercito e le donne non possono far altro che andare a lavorare sostituendo i consorti anche nelle mansioni tipicamente maschili.

In questo clima di profondo cambiamento è Gabrielle Bonheur “Coco” Chanel a fare davvero la differenza creando i primi vestiti corti in jersey, un tessuto elastico e lucente, sia nella versione del classico tailleur femminile che in quella del tubino nero entrato nel mito.

Lo sviluppo del ruolo femminile è ormai evidente: l’uso, a partire da questo decennio, degli abiti sportivi e del trucco assieme a quello, più avanti negli anni, dei blue jeans (lanciati per le donne nel ’35) e dei bikini (inventati dal sarto francese Louis Réard a Parigi nel ’46) sono dei segni inequivocabili che qualcosa all’interno della società sta cambiando.

L’ingresso dell’Italia nel sistema mondiale della moda viene ricostruito a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’Italia del fascismo vuole fare moda comunicando costume. Non rinuncia tuttavia all’ambizione di vestire una donna internazionale, come in occasione del salone di Venezia del 1941, in cui vengono presentati tessuti bellissimi e di grande lusso. La destinataria è una donna borghese, nazista e fascista, che secondo la visione di Benito Mussolini avrebbe poi fatto prevalere, una volta raggiunta la vittoria, un nuovo modello italico. Al di là dei segni più evidenti ‒ la camicia nera, e le divise civili ‒ il vestire italianamente resta quindi un’utopia, uno strumento di propaganda.

La storia della moda: il dopoguerra

Con il secondo dopoguerra la geografia della moda cambia radicalmente e dall’unicità di Parigi come centro irradiatore delle tendenze, del lusso e dell’eleganza si passa, nel giro di due decenni, a un allargamento ad almeno altre tre città: Londra, New York e Milano negli anni Settanta.

Prima dell’affermazione di Milano, che riassume e centralizza le varie capacità italiane di fare moda, a Firenze e a Roma si realizzano i fondamenti del made in Italy contemporaneo.

Firenze e Roma si può dire che costituiscano due poli complementari e tuttavia in molti sensi concorrenti nella costruzione dell’identità italiana della moda nel secondo dopoguerra, prima dell’ascesa accentratrice di Milano negli anni Settanta.

In questo periodo la vita pubblica e le serate danzanti non sono più soltanto per le classi più agiate. Il boom economico e il crescente benessere portano sempre più persone a cercare di vestirsi in modo elegante per una vita mondana. Sono gli anni in cui trionfa il pret-à-porter. Dal 1970 gli stilisti di pret-à-porter presentano le loro collezioni due volte l’anno come fa l’haute couture, con sfilate molto glam a Parigi, Milano e a New York, a cui si aggiungono poi anche Londra, Tokio e Firenze.

Una ulteriore e drastica trasformazione nell’abbigliamento del “pubblico” (siamo ormai alla società di massa) avviene alla fine degli anni ’60 con la rivoluzione studentesca. Liberazione sessuale, musica rock, movimenti politici, culturali e spirituali trasformano la gioventù in una nuova classe emergente, portatrice di nuovi simboli e di abbigliamento rivoluzionario. Esplode la moda hippy e folk. In primo piano i “Blue Jeans”, pantaloni originariamente tratti da un tessuto marinaro ligure. Si cercano abiti che esprimono un dissenso alla società capitalistica: camicioni indiani e indumenti “poveri” e possibilmente molto consumati. Le donne rifiutano la “costrizione” del reggiseno.

La storia della moda: Il corpo come vestito alla fine del XX secolo

womens-fashion-history-320x192-1-150x150 La storia della moda dall'800 ad oggi

La fine del XX secolo vede la crisi concettuale del sistema moda così come era concepito. La passione per i marchi e la loro dominanza hanno reso più bassa la soglia critica e la libertà di scelta dei consumatori. Ma c’è una specie di emulazione reciproca tra i personaggi di spicco e il loro pubblico (la rockstar Madonna ha dichiarato di aver scelto alcuni abbigliamenti copiando le ragazze di periferia che andavano ai suoi concerti).

Allo stesso tempo la gigantesca industria della moda rivela anche i suoi aspetti negativi nascosti dietro copertine dorate: lo sfruttamento di manodopera di paesi meno sviluppati, l’iperproduzione, l’obbligo a un costante aggiornamento di modelli e tendenze, il deterioramento ambientale, la produzione di tessuti come ad elevato impatto sull’ecosistema.

Nascono così le culture del riciclo e del riuso, gli abiti naturali e il recupero di tecnologie produttive arcaiche e super-sostenibili, stilisti che ripropongono il “vintage” recuperato. Trionfano gli stili giovanili legati ai mondi musicali e sportivi. Il concetto di abbigliamento viene esteso anche al corpo, che è “vestito” con tatuaggi e piercing proprio come un abito da esibire in modo permanente. Tutte le teenager europee indossano minijeans, tutti i giovani “indossano tatuaggi” e la moda non sembra più ricercare l’individuazione e la singolarità, ma viene usata come un linguaggio per mostrare appartenenze e simboli condivisi tra gruppi specifici.

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