“Sindrome di Bridget Jones”: di cosa si tratta?

Viene ironicamente detta”sindrome di Bridget Jones” quella che, in gergo medico, si definisce “anuptafobia“: ovvero, la paura patologica di rimanere single a vita.

Certo, paragonare l’ossessiva ricerca del principe azzurro con le vicende amorose della protagonista, che è riuscita ad accalappiarsi, in ordine cronologico e non d’importanza, beninteso: Hugh Grant, Colin Firth e (scusate se è poco) nientemeno che Patrick Dempsey, è giusto un pizzico azzardato.

Ma poco importa: chi è cresciuto con i diari di Bridget Jones, accetta con gioia il paragone.

Ci siamo immedesimate tutte, almeno una volta, nella dolce Bridget.

Chi per l’angoscia dei chili di troppo, chi per le tragiche storie d’amore finite male, chi per le serate passate a bere vino, rigorosamente in mutande, mangiando cibo spazzatura e cantando a squarciagola “all by myself“.

Lontana anni luce dalle classiche dive hollywoodiane, belle e impossibili, lei è reale, la sentiamo vicina e potremmo tranquillamente paragonarla ad una qualsiasi delle donne che conosciamo.

E c’è senz’altro un po’ di Bridget in ognuna di noi, ammettiamolo.

Bridget Jones e lo stereotipo dell’uomo ideale

Certo che lo stereotipo di uomo ideale proposto dall’autrice dei diari di Bridget Jones è, col senno di poi, davvero ben poco realistico.

Iniziando da Darcy: il nome, da solo, provoca ondate di vili e davvero poco dignitosi pensieri degni di una quindicenne innamorata, partendo dall’eco di “Orgoglio e Pregiudizio” (chi di voi, in gioventù, non ha mai sognato una dichiarazione d’amore appassionata come quella che Fitzwilliam Darcy enunciò con ardore alla sua amata Elisabeth Bennet?), fino al Mark di Bridget Jones, appunto.

Mark Darcy, il principe azzurro bello e pure acculturato, intelligente, ricco: romantico e disinvolto quanto un palo della luce, certo, ma a suo modo dolce e presente.

Che poi, diciamocelo: non avremmo certo disprezzato le attenzioni di Daniel Cleaver, vagamente viscido ed egocentrico al limite del patologico, ma bello come pochi (che poi, dove lo trovate un altro che ama i mutandoni della nonna??)

Ma al cuor non si comanda: era Darcy l’uomo a cui ambire.

Finché, poi, arriva lui.

Patrick Dempsey. O Jack Qwant, nel film.

Abbiamo pianto, per lui, quando ha lasciato Grey’s Anatomy. Il Derek Shepherd nazionale, l’uomo che tutte vorrebbero. E quando all’improvviso spunta nell’ultimo film della serie, bello come un dio, abbronzato, gli occhi azzurri che brillano al sole, mentre salva con grazia da una pozza di fango la nostra Bridget…l’ormone è partito a tutte.

E, parlando di stereotipi poco veritieri, quando scopre di aver, con ogni probabilità, fecondato il ventre della nostra dolce beniamina durante la loro unica, fugace notte d’amore, cosa credete che abbia fatto? Un uomo da meno se la sarebbe data a gambe levate, ve lo dico io.

Ma non lui: lui va a comprare una culla. Non solo accetta di buon grado il futuro bebè, ne è pure felice. E corteggia Bridget con fiori, cibo e peluches giganti per recuperare il tempo che non hanno passato insieme.

Come dicevo, qui il realismo non si spreca.

Va detto che, per fortuna, oggi la maggior parte delle donne si è resa conto di non aver bisogno del principe azzurro o dell’altra metà della mela: siamo giunte alla conclusione che non abbiamo bisogno di un partner per essere complete. Bastiamo, ci bastiamo.

Identikit delle donne affette dalla sindrome di Bridget Jones

C’è ancora, tuttavia, una schiera di “Bridget della porta accanto” che soffre terribilmente per la mancanza dell’amore.

Non solo: l’assenza di un compagno/fidanzato/marito le porta alla ricerca spasmodica, ossessiva e spesso patologica, di un ideale inafferrabile di rapporto.

“L’anuptafobia, classificata con questo nome, è emersa da una decina di anni. In passato era considerata all’interno dello spettro ansioso-ossessivo”, spiega la psicoterapeuta Anna Chiara Venturini. “Si tratta di un disturbo legato alla paura di rimanere single. È stato classificato con l’individuazione della dipendenza affettiva, che è spesso una sua manifestazione”.

Le donne che più spesso cadono in tale dipendenza, prosegue l’esperta, sono solitamente di sesso femminile, ovviamente single, dai trent’anni in su,  con traumi infantili legati ad abbandono, tradimento, rifiuto.

Sono donne con una bassa autostima, gelose ed ossessive fino all’eccesso. Donne che credono fermamente che esser single voglia dire aver fallito, nella vita. Convinte che solo con qualcuno al proprio fianco, con una famiglia e con dei figli ci si possa realizzare davvero.

Ed è proprio questo pensiero che causa loro indicibili sofferenze: sentono infatti che alla loro vita manchi qualcosa di fondamentale, si sentono profondamente incomplete.

E’ pur vero che la pressione sociale che pesa sulle donne single che superano i trenta, è oggi fortissima: un uomo dopo i quaranta viene ancora considerato “scapolo d’oro”, la donna invece viene classificata come “zitella”, sfortunata ed incapace di trovare un uomo che le stia accanto.

E Bridget Jones è esattamente il classico esempio di questo pensiero: si butta a capofitto in una relazione dopo l’altra, pur di non restare sola. Come spiega la Venturini, Bridget “non vede la relazione all’interno di una progettualità di vita, ma cerca qualcuno solo per non sperimentare il fallimento sociale che per lei rappresenta l’esser single”.

Cosa prova una persona affetta da questa sindrome?

Secondo le ricerche, chi soffre di anuptafobia prova un’ansia quasi costante, alla quale spesso si aggiungono episodi depressivi.

Queste persone sono spinte a collezionare un partner dopo l’altro alla ricerca di conferme costanti, di approvazione e di un ideale d’amore quasi impossibile, provando così a sedare l’ansia provocata da questa mancanza. Questo modo di gestire i rapporti, ovviamente, non porta niente di costruttivo e non insegna loro nulla: alla fine di una relazione, si passa direttamente al partner successivo, senza analizzare il rapporto, senza capire cosa non abbia funzionato.

Sono relazioni che di rado hanno un lieto fine, e ciò non fa che aumentare il senso di frustrazione, il costante pensiero di essere un fallimento, di “non essere abbastanza”.

Relazione tra anuptafobia e Covid 19

Tra gli effetti della quarantena causata dalla recente epidemia di Covid 19, ci sono certamente tantissime fobie, nuove o semplicemente amplificate.

E l’anuptafobia ne fa sicuramente parte. Le restrizioni imposte hanno ovviamente ridotto la possibilità di far nuove conoscenze, almeno di persona: è stato infatti registrato un incremento notevole degli incontri tramite chat.

Ciò non fa che portare ulteriore ansia a chi è affetto da questa fobia: va detto che si tratta di persone i cui comportamenti sfociano spesso in atteggiamenti ossessivo-complulsivi. Parte integrante di questi atteggiamenti sono il controllo continuo dei social, il costante vittimismo, il senso di fallimento personale, le incessanti paranoie.

Esiste un modo per uscirne?

Sicuramente andare da uno psicoterapeuta può essere un modo utile per affrontare questo tipo di fobia.

Bisogna scovare l’origine traumatica della sindrome, individuare i meccanismi nocivi, comprenderli e comprendere come migliorare la propria vita, e senz’altro consultare un esperto, farsi aiutare, è fondamentale.

Innanzitutto, però, bisogna individuare il problema. Essere donne, non è mai stato facile.

Abbiamo vinto tante battaglie, ma la pressione sociale che ci vuole mogli, madri e casalinghe, è ancora fortissima e ci piomba addosso, quotidianamente, come un macigno.

Serve comprendere, tuttavia, che prima di tutto siamo questo, donne. Esseri umani a sé stanti, che non hanno bisogno di qualcuno accanto per essere complete. Siamo già complete da sole.

E se abbiamo bisogno di indipendenza, conquistarla è cosa giusta.

Piuttosto, scegliamo di esser single: esser soli non è una condizione che dobbiamo subire.

E soprattutto, impariamo a non accontentarci di relazioni che non ci soddisfano, che non ci danno ciò che sappiamo di meritare: smettiamola di farci bastare le briciole.

Accettiamo l’amore che pensiamo di meritare“, è una frase del film “Noi siamo infinito” di Stephen Chbosky.

In altre parole, spesso l’amore che riceviamo dagli altri non è altro che uno specchio dell’amore che nutriamo per noi stessi.

Se ci si considera sbagliati, incompleti, non “abbastanza”, se allo specchio si vedono solo difetti, se, a conti fatti, non pensiamo di esser davvero degni di essere amati, come possiamo pretendere che qualcuno veda altro in noi?

Noi valiamo molto più di questo.

L’ha capito anche Bridget Jones, ed ha avuto il suo lieto fine, no?

Anche se, non me ne vogliano le fans di Mark Darcy, io Dempsey non l’avrei scambiato con nessun altro al mondo.

 

(Fonte: D.Repubblica)

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