Donne non pagate dalle grandi catene: bufera per Kylie Jenner e Cardi B

Tempi duri per la piccola di casa Kardashian, Kilye Jenner: prima le accuse di Forbes di aver gonfiato il suo patrimonio per rimanere al top della lista delle donne più giovani e ricche del mondo, adesso le accuse di non pagare lavoratori del Banglladesh. Vediamo quali sono i fatti.

Covid-19 e delocalizzazione

Kylie Jenner e la rapper Cardi B, hanno delle linee di abbigliamento che fruttano loro molti introiti. Ovviamente non passano la notte a cucire ogni singolo capo, ma si appoggiano a aziende del settore.

Come purtroppo molti imprenditori usano fare, la produzione dei capi avviene in paesi in cui la manodopera costa veramente poco. In altre parole: le persone vengono sottopagate, anzi pagate con cifre molto al di sotto del consentito.

Si è aggiunta la pandemia, che ha fermato le richieste di produzione costringendo (o spingendo) i grandi nomi a sospendere le richieste. Il problema è che le persone che lavoravano per loro resteranno senza paga.

Si tratta perlopiù di donne che lavorano in condizioni disumane, per portare a termine la produzione di Kylie, Cardi B e colossi come Primark, che si rifiutano di pagare perché avendo dovuto sospendere la produzione non compreranno i capi, che a quanto pare però sono stati fatti.

La rivolta su Twitter

Il popolare social si è convertito in una piazza virtuale in cui dare voce alle proteste, e da qualche giorno si parla di questa incresciosa situazione. Purtroppo, come spesso accade, le voci rimango lì.

Quasi nessuno ne ha parlato al di fuori di Twitter, in cui gli utenti americani si dicono scandalizzati dal comportamento di Kylie Jenner, che ovviamente al momento non si esprime, e lascia che a parlare siano i responsabili della situazione.

L’indignazione è molta, come c’era da aspettarsi, perché molte delle persone che non riceveranno una paga potrebbero addirittura morire di fame. Si parla di non pagare i mesi di febbraio e marzo, a causa del Covid e della pandemia, e questo è molto grave.

Problema mondiale

Kylie è solo l’ultima a trovarsi in questa situazione: purtroppo moltissime aziende decidono di produrre i loro capi in Paesi molto poveri risparmiando così sulla manodopera, ma costringendo persone indigenti a lavorare in condizioni mostruose.

Spesso abbiamo visto servizi in cui decine di persone vengono ammassate in stanze piccole, buie e umide a lavorare per almeno 12 ore al giorno, con paghe che sono più che basse.

Tutto  ciò è dovuto principalmente al fatto che nei cosiddetti Paesi ricchi, la conoscenza dei propri diritti porta le persone a rifiutarsi di lavorare in simili condizioni. Soprattutto le aziende non pagano tasse, contributi, salari, e via dicendo.

La prassi è nota a tutti, ma lo sfruttamento e l’errata idea di un risparmio, sono dure a morire. Così non solo si fanno morire persone, interi paesi e si nega un futuro ad un numero indefinito di persone, ma si affossa anche l’economia dei propri paesi. La gente non trova lavoro, le industrie chiudono e si entra in un circolo vizioso infinito.

Kylie Jenner, un’imprenditrice che fattura miliardi

Kylie Jenner ha poco più di 20 anni, ma ha già un suo impero che giura di essersi costruita da sola senza l’aiuto delle più famose sorelle Kardashian.

Kylie Jenner

Ha all’attivo una linea di make up, come le sue sorelle, che le ha permesso di essere famosa a livello mondiale. Forse le manca un po’ di etica, come a molti purtroppo, che le faccia scegliere con chi collaborare senza incappare in polemiche così grandi e pericolose.

Fare soldi è bello, perché parliamoci chiaro piacciono e molti vorrebbero il suo benessere, ma essere ricchi sulle spalle altrui dovrebbe essere storia vecchia, invece continua a ripetersi, si continuano a sfruttare persone che non hanno nulla in nome di una ricchezza sporca delle loro fatiche disumane.

Forse è veramente arrivato il momento di fermarci un attimo e riflettere sulle nostre azioni, sul nostro modo di vivere e sulla nostra civiltà. Va bene essere ricchi, ma forse bisognerebbe veramente mettersi una mano sulla coscienza.

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