I millennials, gli altri siamo noi: avere 30 anni oggi

Alex Rossi

Millennials: i nuovi trentenni che lottano contro la disoccupazione giovanile

Se io vi avessi davanti, sono convinto che avremmo tutti all’incirca la stessa espressione: un po’ persa, un po’ vuota. Sicuramente disperata.
Alzi la mano ora chi ha raggiunto i propri obiettivi nella vita.

Alzi ora, invece, chi, della propria vita, non ha ancora capito cosa fare.
Se vi avessi davanti, sono convinto che sarebbero pochissime le mani alzate.
In televisione, nei giornali, nei talk show si parla sempre di anziani che faticano a percepire una pensione, di bambini che nascono con 80000 euro di debito pubblico pro capite e di sessantenni abbandonati dal mondo del lavoro.

Nessuno, però, si sofferma su di noi, la millennials, nati a cavallo tra gli anni 80 ed i 90. Quelli che hanno già dovuto sopportare una crisi economica sulle spalle ed ora ne stanno passando un’altra, forse persino peggiore.
Nessuno si ricorda di noi trentenni.

La nostra classe sociale è quella che è stata più colpita dalle recenti politiche economiche. Eppure, vi è una sorta di disinteresse generale nei nostri confronti. Anche noi, in realtà, non facciamo poi molto per farci sentire. Io ho iniziato a lavorare nell’epoca del precariato, in cui ogni lavoro vale l’altro e uno stipendio da 900 € al mese è oltremodo dignitoso.

Forse, se la situazione è questa, la colpa è anche nostra. Ci siamo convinti di come tutto questo sia normale. Di quanto il mondo, in fondo, abbia sempre girato cosi. Questa però, ragazzi miei, è la classica affermazione di chi cerca una scusa per non agire.

Come tanti anni fa: generazioni a confronto

La verità è che questa nostra società non era così. Quando i nostri genitori facevano le stagioni, percepivano circa due milioni di lire come compenso mensile. Niente di straordinario, paragonabile senza ombra di dubbio alle mille euro che percepiamo noi nel 2020. Dove si nasconde, allora, la differenza?
Cosa cambia tra la generazione millennials e quella che ci ha preceduto? Perché loro potevano avere tutto, mentre invece a noi sembra di non avere nulla? La risposta, ovviamente, si nasconde dietro questo simpatico neologismo: potere d’acquisto.

L’altro giorno ho ordinato due pizze a domicilio. Due pizze farcite, senza bibita e consegna a parte. La spesa totale è stata di circa 17€, corrispondenti a circa trentatremila lire. Una follia, se paragonata al 1990: stesso menù, stesse condizioni, prezzo complessivo undicimila lire, mancia inclusa.

Il mondo attorno a noi è notevolmente cambiato, e le esigenze che abbiamo oggi sono ben superiori rispetto a quelle dei nostri genitori. Abbiamo bisogno di computer e Smartphone per restare in contatto tra di noi, di console e servizi di streaming per trascorrere in serenità la quarantena. Abbiamo bisogno di internet, una parola che fino al 95 era sconosciuta alla maggior parte degli italiani, ma che oggi ci porta via quasi 30 euro al mese, di media.

Quindi, l’equazione in realtà è semplice: paghiamo di più, spendiamo di più, ma prendiamo lo stesso identico stipendio. La crisi del lavoro, e di identità di noi trentenni, nasce proprio da qui. Tra i miei conoscenti, sono pochissimi quelli che si mantengono da soli, e quasi tutti sono miei colleghi. Ancor meno, invece, sono quelli che pagano un affitto o possono permettersi un mutuo sulle spalle.

Nemmeno un uno per cento. A trent’anni, i nostri genitori erano già tutti sposati e con un mutuo sulle spalle. Cosa è successo? Cosa è andato storto? Come siamo arrivati a questa situazione?

Millennials: come affrontare un problema mai verificatosi?

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La prima risposta, purtroppo, è definitiva, ed include parzialmente tutte le domande che ci siamo posti finora: ci siamo abituati. Noi siamo nati così, con questa situazione economica e non conosciamo altra realtà al di fuori di questa.
La seconda è la ferrea volontà di sopportare, pazientemente, senza lottare. Una sorta di battaglia pacifista, come se fossimo dei Gandhi, nel nostro piccolo. Altro grave errore: non siamo abituati alla lotta. Non abbiamo una concezione di ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Ci lasciamo cullare da un futuro che ci sta sfuggendo sempre più di mano.
Cosa possiamo fare, allora, per risolvere questi problemi?

Tornare indietro per andare avanti: il ritorno alla politica

È necessario che i millennials, i trentenni, imparino a fare politica. Quella vera, dei contratti sindacali e delle contrattazioni con il governo. Quella delle lotte studentesche e dei moti del ’68. Non si tratta di fare la rivoluzione, ma di reclamare i nostri diritti. Scendere in piazza, un po’ come hanno fatto le sardine durante le regionali in Emilia. Si tratta di dimostrare, anche a noi stessi, che gli altri siamo noi. Che a trent’anni si può e si deve essere adulti.

Ripeto: non è necessario fare la rivoluzione. Basta riprenderci tutto ciò che era nostro.

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