La discriminazione nello sport: il professionismo femminile

Giulia

Il femminismo non serve più“, ripetono alcuni uomini bianchi ed etero dall’alto dei loro immensi possedimenti, ignorando il fatto che le donne siano ancora discriminate nello sport a livello professionista.

Ah, se solo si imparasse a tacere su questioni in cui non si è abbastanza informati (come, rimanendo a tema di uomini che discriminano il femminismo, per la tampon tax).

Che lo sport sia da sempre stato un ambito maschile che le “donne non possono capire”, è noto. E’ così sin dall’antica Grecia, quando le donne non potevano neanche assistere alle gare.

Le cose cambiarono relativamente 2000 anni prima della nascita di Cristo, sebbene gli sport dedicati alle donne erano quelli che comportavano bastoncini e nastri.

Ma in fin dei conti parliamo di più di 2000 anni fa, i greci potevano avere una mentalità relativamente più aperta riguardo gli omosessuali, ma le donne erano oggetti, erano deboli, erano il loro utero, e basta.

Tuttavia, a fine del XIX secolo le cose non erano poi così diverse, di fatti Pierre De Coubertin, promotore delle olimpiadi di Atene del 1896, escluse le donne da qualsiasi competizione, affidando loro solo il compito di donne angelo, di veline.

Sarà solo nel 1921, quindi dopo che le donne si sono dovute dar da fare durante la Grande Guerra e hanno iniziato a esser consapevoli delle proprie capacità, che è stata creata la prima Federazione Sportiva Femminile Internazionale in Francia.

L’associazione organizzò dei Giochi Mondiali Femminili che, addirittura, rischiarono di oscurare le olimpiadi ancora esclusivamente maschili.

Ma tralasciando la storia e i tanti successi che hanno portato le donne a partecipare alle Olimpiadi e a praticare lo sport a livello agonistico, è bene vedere cosa, però, non è cambiato

Ebbene, adesso possiamo partecipare alle olimpiadi, abbiamo dei mondiali tutti per noi, appariamo anche in televisione, ma ancora non siamo riconosciute come professioniste e soprattutto veniamo costantemente sessualizzate.

Torniamo indietro di qualche anno, alle ultime olimpiadi.

Rio, 2016. Le tre italiane Mandia, Boari e Santori fanno delle sfide memorabili, sfiorando il podio ma ottenendo comunque un dignitoso quarto posto.

Un giornale, per onorare queste tre ragazze, decide di utilizzare l’epiteto di “tre cicciottelle”, riferendosi al corpo delle ragazze.

Avrebbe potuto utilizzare tanti di quegli aggettivi, ma ha deciso di giudicare il loro corpo.

Perché, evidentemente, lo sport femminile è fatto per compiacere l’uomo. Non è trasmesso per passione, non sempre almeno, ma deve far sì che l’uomo ne sia sessualmente attratto.

E ci sono diverse tesi a supporto di quest’ipotesi.

Nel 2004, Sepp Blatter, ex presidente FIFA, incita le giocatrici di calcio femminili, a imitare le colleghe di pallavolo

“Lasciamo che le donne giochino con divise più femminili, come nella pallavolo. Per esempio, potrebbero indossare pantaloncini più attillati. Le calciatrici donne sono belle, se permettete”.

Sepp Blatter

E, visto che siamo arrivati a parlare di pallavolo, come non citare lo pseudo pantaloncino che in realtà è un bikini che le giocatrici sono costrette a indossare?

Per carità, magari è vero che lo si indossa per comodità, come affermano anche diverse giocatrici o allenatrici.

Le mie giocatrici dicono che si muovono più liberamente. Non devono preoccuparsi del fatto che i pantaloncini possano toccare la rete oppure ostacolare i loro movimenti. Non devono perdere tempo a mettere sempre a posto la divisa. Le atlete li adorano” .

Afferma Denise Beaudoin, mentre la sua collega Laura Witteman afferma di non aver mai avuto alcuna difficoltà nel giocare con un pantaloncino tipico della divisa da basket, ma più che sia una questione di moda.

Come le pallavoliste, anche le agoniste del beach volley si trovano con divise sempre più piccole

Inizialmente giocavano con il costume intero, poi sono state obbligate a dover indossare un bikini per attirare più attenzioni verso lo sport rientrato nelle olimpiadi nel 1996.

Poi, in seguito a questioni soprattutto religiose e meteorologiche, ma anche per far partecipare più nazioni possibili, alle giocatrici è stato permesso di indossare un leggins.

Tuttavia, questo ha scatenato un certo scalpore soprattutto fra i razzisti che, alla vista delle due giocatrici egiziane, han ben pensato di insultare in tutti i modi più cattivi le due atlete che giocavano completamente vestite e, una delle due, anche con l’hijab.

Si continua a pensare che le donne musulmane siano costrette a indossare l’hijab, a essere sempre coperte, ma, per quanto in alcuni casi possa essere vero, a volte si tratta anche solo di una scelta persona, di sentirsi a proprio agio con se stessi.

Per cui, come una donna può sentirsi a suo agio a giocare in bikini, un’altra può sentirsi meglio coprendo il proprio corpo.

My body my choiche, giusto?

Per ultimo, lasciamo il caso più recente, avvenuto proprio nel 2019

Quest’anno l’Italia di calcio maschile non è riuscita a vincere per partecipare ai mondiali, ma perché demordere, se abbiamo le azzurre che riescono a qualificarsi?

Ebbene, i maschietti hanno avuto da ridire anche su questo.

“Il calcio non è uno sport per donne”, vari commenti sul corpo delle giocatrici, scatti ai lati B delle calciatrici con una didascalia con scritto “sì, guardo il calcio femminile perché sono brave”, et similia.

Ma lo scandalo peggiore del calcio femminile non è tanto il sessismo a cui, ahimè, dovremmo essere ormai abituate.

Ma, mentre i giocatori maschili possono vivere solo di sport, le colleghe donne non possono dire lo stesso.

Per le donne, “è un hobby”, “un passatempo”, “sono dilettanti”. Ma intanto sono arrivate ai mondiali, sono arrivate tra le prime otto squadre e hanno anche quasi sfiorato la semifinale.

Certo, ovviamente dipende dai guadagni e il calcio maschile è molto più seguito di quello femminile, ma non è detto che debba essere per forza così.

Se si iniziasse a creare un business anche dietro lo sport femminile, e non dietro ai loro corpi, forse queste grandiose donne potrebbero anche a considerare l’idea di divenire delle vere e proprie professioniste, come meritano, dello sport che amano.

Ma sembra proprio che le cose stiano per cambiare, finalmente

Ebbene, proprio di recente un emendamento alla Legge di Stabilità ha fatto stanziare 20 milioni per gli sport femminili, da distribuire tra le società che volessero rendere professionista una loro giocatrice (gli sport inclusi sono calcio, rugby, volley e basket).

Dobbiamo quindi sono sperare che l’emendamento passi e con non sia solamente un’illusione come la tampon tax.

Chissà se, un giorno, le donne riusciranno ad avere questa tanto bramata uguaglianza che, da ormai più di un secolo, cercano di ottenere. “Meglio tardi che mai“. Speriamo solo non troppo tardi.

 

FONTI:

palasport.wordpress.com

www.iodonna.it/

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