Grazia di Mattarella a tre anziani colpevoli dell’omicidio di familiari malati

Il15 febbraio 2019 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso la grazia a tre anziani, che hanno ucciso un familiare per disperazione.

Due uomini hanno ucciso le loro mogli malate di Alzheimer e un altro ha ucciso il figlio tossicodipendente quarantasettenne al culmine di una lite.

In una nota il Quirinale ha spiegato che la grazia concessa dal presidente della Repubblica rappresenta un atto di clemenza individuale, un annullamento della pena che restava da espiare a ciascuno dei tre condannati.

Nei tre casi in questione, il presidente Mattarella ha deciso per la grazia,  in ragione dell’età avanzata dei tre cittadini coinvolti, delle loro precarie condizioni di salute e delle particolari circostanze che hanno determinato la decisione estrema di eliminare un familiare. Non è la prima volta che Mattarella concede delle grazie: già alla fine del 2015 e nel 2017 aveva graziato altri.

Nel valutare le domande di grazia e le particolari circostanze dei fatti accaduti, il Ministro della Giustizia aveva espresso parere non ostativo, il che significa poter procedere con l’iter previsto per la grazia.

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Il presidente Mattarella (www.huffingtonpost.it)

Quali sono i fatti  che hanno determinato la concessione della grazia?

Franco Antonio Dri, Giancarlo Vergelli e Vitantonio Bini sono i tre cittadini beneficiari della grazia concessa da Mattarella: rispettivamente oggi di 78, 88 e 89 anni

Franco Antonio Dri nel 2015, esasperato, ha sparato al figlio Federico, quarantasettenne e tossicodipendente, al culmine di una lite, nella loro casa di Fiume Veneto (in provincia di Pordenone). All’epoca dei fatti Dri aveva 78 anni, era malfermo di salute e fu condannato in appello a sei anni di reclusione.

Gli abitanti di Fiume Veneto, la moglie e l’altro figlio di Dri avevano promosso una petizione già poco tempo dopo il fatto (che aveva raccolto oltre mille firme) per chiedere la grazia per l’anziano signore, provato nel corpo e nella mente dal figlio prigioniero della droga.

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(www.ilpost.it)

Giancarlo Vergelli il 22 febbraio 2016, a 88 anni, è stato condannato per l’omicidio tramite soffocamento della moglie coetanea e affetta da Alzheimer nella loro casa di Borgo Pinti a Firenze. Costituitosi alla polizia circa un’ora dopo aver commesso il fatto, Vergelli ha confessato di non esser più stato in grado di sopportare la malattia della consorte, oltretutto aggravatasi negli ultimi tempi.

Vitangelo Bini ha vissuto una vicenda simile. Per trentacinque anni è stato vigile urbano a Firenze, e quando le condizioni della moglie Maria, anche lei affetta da Alzheimer, si sono aggravate, ha deciso di ricoverarla, dopo dodici anni di malattia, in una struttura sanitaria di Prato in grado di fornirle un’assistenza adeguata.

Quando poi le condizioni della donna si sono aggravate Bini, non volendo più saperla malata, il 1 dicembre 2007, all’epoca dei fatti 77enne, l’ha raggiunta in struttura ed uccisa con un’arma di suo possesso. La Cassazione ha condannato Bini a sei anni e sei mesi di reclusione per l’omicidio della moglie.

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(www.lindro.it)

A questo punto è doveroso chiedersi: come funziona in Italia l’istituto della grazia?

La grazia è una facoltà del presidente della Repubblica prevista dall’articolo 87 della Costituzione, la quale ammette che il vertice del Quirinale possa “concedere la grazia e commutare le pene”.

Ecco come il Quirinale ha spiegato il significato dell’istituto giuridico della grazia “Si tratta di un istituto clemenziale di antichissima origine che estingue, in tutto o in parte, la pena inflitta con la sentenza irrevocabile o la trasforma in un’altra specie di pena prevista dalla legge (ad esempio la reclusione temporanea al posto dell’ergastolo o la multa al posto della reclusione). La grazia estingue anche le pene accessorie, se il decreto lo dispone espressamente; non estingue invece gli altri effetti penali della condanna” .

La grazia nello specifico è prevista e disciplinata dall’articolo 681 del Codice di procedura Penale.

Chi può estendere la domanda di grazia?

Può fare domanda formale di grazia al Ministero di Giustizia, sotto forma di lettera aperta diretta al presidente della Repubblica (che una volta infatti si chiamava Ministero di Grazia e Giustizia; oggi invece è scomparsa questa dicitura) o direttamente il condannato o un suo stretto congiunto, convivente, o  suo tutore, ossia il suo avvocato o il procuratore incaricato del caso.

Se il condannato è detenuto o internato, può estendere domanda di grazia alla corte d’appello del distretto il magistrato di sorveglianza: se la richiesta verrà ritenuta conforme ai termini di legge verrà accolta e il giudice della corte d’appello a quel punto estenderà al Ministero della Giustizia la richiesta di grazia accludendo il proprio parere.

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Un’immagine d’epoca dell’Istituto Luce del Ministero di Grazia e Giustizia (www.patrimonio.archivioluce.com)

Se invece il condannato non è internato o detenuto può presentare direttamente la domanda al procuratore generale il quale, se la riterrà idonea, la presenterà al Ministero di Giustizia accludendo il proprio parere sul caso.

La grazia può essere concessa “d’ufficio”, cioè anche senza una formale domanda o richiesta, a patto che però ci sia stata una fase istruttoria. Il pubblico ministero ne curerà presso il giudice l’esecuzione formale gestendo la scarcerazione del condannato secondo i provvedimenti previsti dalla legge.

Quando (e se) viene concessa, per legge la grazia cancella subito la pena principale ma restano in vigore le pene accessorie e gli effetti legali della condanna, eccetto che il presidente della Repubblica non disponga diversamente.

A differenza dell’indulto o dell’amnistia però la grazia non ha una valenza generale, ossia non è valida per tutti indistintamente: è un provvedimento che viene concesso di volta in volta basandosi sulla valutazione dei singoli casi, e può anche esser rifiutata.

Da dove proviene l’istituto giuridico della grazia?

La grazia è un istituto giuridico antichissimo, proveniente storicamente dalla monarchia. Il Re era la fonte di ogni potere, dunque anche di quello giuridico, e si credeva che avesse facoltà di decidere della vita e della morte di ogni suddito e non solo: poteva anche, con la sua volontà, “interferire” nel normale corso della giustizia. Questa è la radice storica della grazia.

I problemi emersero quando si è affermata la separazione dei tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, che non erano più concentrati in un’unica figura.

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Le bandiere che sventolano sulla torretta del Quirinale: il tricolore italiano, il vessillo della Presidenza della Repubblica e la bandiera dell’Unione Europea (www.varesenews.it)

Quando nacque la Repubblica italiana, l’istituto della grazia fu pienamente accettato e introdotto nel sistema giudiziario e penale del nuovo Stato, anche se restava ad insindacabile giudizio del Ministro della Giustizia e del presidente della Repubblica.

C’è stata una sostanziale continuità fra la grazia in età statutaria e la grazia in età repubblicana. Tuttavia l’intero processo non può esser detto come “completato” al netto della firma del vertice del Quirinale, non è sufficiente il consenso del Guardasigilli ad una richiesta di grazia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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