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Sessismo nei media: la banalizzazione della violenza sulle donne

Sessismo nei media: la banalizzazione della violenza sulle donne

Il sessismo, la violenza e il maschilismo passano anche per la carta stampata: analizziamo insieme quando l’informazione ha sbagliato totalmente i termini riguardo il femminicidio e la violenza sulle donne, scoprendo il grave sessismo nei media. 

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Fonte foto: Vita.it

Oggi è 25 novembre, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ricorrenza istituita nel 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo una piaga che colpisce quotidianamente le donne: la violenza sessuale e psicologica, piaga che rivediamo anche nel fenomeno del sessismo nei media.

Parliamo un attimo di numeri: il 31,3% delle donne, nella fascia di età tra i 16 e i 70 anni, ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita. Ma in realtà il numero è molto più alto quando si parla di molestie, anche verbali e psicologiche. Le donne sono continuamente vittime di slut-shaming, cat-calling e revenge porn.

Il motivo è da attribuire ad una società dalle forti tendenze patriarcali e machiste insite nella vita di tutti i giorni: soprattutto le generazioni passate (ma purtroppo anche quelle attuali) sono state cresciute con la convinzione che l’uomo sia superiore alla donna, non solo dal punto di vista fisico, ma anche dal punto di vista di diritti e sul lavoro.

Si parla spesso di gender gap, ovvero il divario esistente tra uomini e donne in diversi ambiti, dalla vita quotidiana all’educazione, passando ovviamente per il lavoro e le attività economiche.
Spesso, oltretutto, i media (ma anche nelle conversazioni quotidiane) tendono a sottovalutare e a minimizzare queste differenze, oltre alla violenza subita.

Un esempio di questo fenomeno è il sessismo nei media.

Cosa intendiamo per “sessismo nei media”?

Intendiamo quella tendenza a minimizzare la violenza e il femminicidio, mediante un erroneo utilizzo delle parole. Invece di scrivere “femminicidio” o “brutale omicidio”, vediamo comparire titoli come “uccisa per il troppo amore” o “il gigante buono che la voleva solo per lui”.

Perché non è più possibile tollerare fenomeni del genere? Perché ci ritroviamo di fronte ad una banalizzazione della violenza e dell’omicidio, banalizzazione che non sarebbe avvenuta se fosse successa ad un uomo.

Purtroppo è un fenomeno che riprende diverse testate giornalistiche italiane, le quali tendono a banalizzare e ad “addolcire la pillola” in casi di vera e propria violenza.

 

Facciamo qualche esempio di sessismo nei media. 

(In quest’analisi si eviterà appositamente di parlare di un certo quotidiano che usa titoli “shock” che vanno a battere sul sessismo e sul razzismo; sarebbe troppo semplice parlare di sessismo citando tale quotidiano, un po’ come sparare sulla croce rossa).

 

il-giornale-gigante-buono-320x164 Sessismo nei media: la banalizzazione della violenza sulle donne
Fonte foto: Il Giornale

“Il gigante buono e quell’amore non corrisposto”

Titolo de Il Giornale dell’8 settembre 2019. Caso di femminicidio in cui un uomo uccide la sua compagna. I carabinieri indagano sul motivo dell’omicidio, si parla di gelosia e di rifiuto. Nell’articolo viene raccontata la loro storia, della loro differenza di età di 18 anni, di una storia travagliata nella quale lui era più innamorato di lei.

 

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Fonte foto: Il Corriere

“Pronuncia il nome dell’ex fidanzato. Il convivente la strangola per gelosia”.

Titolo de Il Corriere del 26 aprile 2012. Altro caso di femminicidio nel quale un uomo uccide la sua compagna. Nell’articolo si cerca il motivo per quella barbara uccisione mediante strangolamento. Il motivo viene trovato in uno sbaglio da parte della donna per aver pronunciato il nome dell’ex fidanzato, al posto del suo, durante un momento di intimità.

 

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Fonte foto: Rimini Today

 

“Ubriache fradicie al party in spiaggia, due 15enni violentate dall’amichetto”

Titolo di Rimini Today dell’8 luglio 2020. Due ragazzine appena quindicenni vengono violentate da un loro “amico” di 16 anni durante una festa in spiaggia. Il titolo (che è stato modificato dalla testata, ma che è ancora presente nell’URL della pagina web) racconta di uno stupro a danno di due minorenni in stato di incoscienza e lo fa rimarcando il loro stato.

 

Tre esempi di tre testate giornalistiche diverse, in tre anni differenti: 2019, 2012 e 2020. Cos’hanno in comune? Il sessismo che gronda da ogni parola scritta e la totale inadeguatezza nel raccontare un fatto di cronaca.

Un femminicidio non è perpetrato dalla gelosia e né da un raptus di follia, sono le persone a perpetrarlo, in questo caso uomini.

In tutti i manuali di giornalismo presenti nel mondo, viene insegnata una sola regola quando si scrive un articolo: l’uso delle 5 W (who, what, when, where, why). Per scrivere un articolo di cronaca completo, che possa informare il lettore, bisogna scrivere le seguenti informazioni: chi è il protagonista della vicenda, cos’è successo, quando è successo, dove è successo e perché è successo.

Se tutti i punti vengono ripresi negli articoli, quello su cui abbiamo delle remore in questi casi è il quinto punto: perché è successo.

Nei casi di femminicidio, molti giornali banalizzano il motivo per cui sia successo, quando in realtà sarebbe lampante anche per chi non è del mestiere: la violenza. La stessa violenza che muove un terrorista quando compie un attentato, la stessa violenza che porta un uomo ad uccidere un altro uomo, con l’aggravante in caso di futili motivi.

La gelosia, l’alcol e i raptus possono essere inseriti nella categoria dei “futili motivi”?

A quanto pare no se parliamo di femminicidio. Queste precisazioni e sottolineature diventano invece delle attenuanti sul motivo per cui sia stata perpetrata violenza.

Nel primo caso, appellando l’omicida come “il gigante buono”, immaginiamo un pover’uomo che si strugge di amore, tenero come nessuno mai, che uccide la sua compagna proprio per il “troppo amore”.

Nel secondo caso, la gelosia è la mano che muove l’assassino, accecato da quel nome sbagliato, che decide di uccidere la sua compagna per uno sbaglio che lei ha compiuto.

Il terzo caso è ancora più emblematico: due minorenni vengono incolpate implicitamente di aver bevuto, quasi come se fosse stata loro la colpa di quello stupro, compiuto “dall’amichetto”, un’accezione così apparentemente innocente in cui non riusciamo neanche a vedere l’atrocità compiuta.

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Fonte foto: Il Resto del Carlino

 

Tre casi emblematici di come il femminicidio e la violenza sulle donne vengano sviliti nel giornalismo italiano, in un terribile turbine di sessismo nei media, che si rifà a vezzeggiativi e a grandi giri di parole per non chiamare le cose con il loro vero nome: “assassino”, “violento”, “stupro su persone incoscienti”.

E questo ovviamente smuove le masse e le porta a dire la loro nei commenti sotto questi articoli. Avete mai guardato i commenti nelle sezioni apposite sulle pagine social dei mezzi di informazione?

“Aveva ragione, se l’aveva tradito, ha fatto bene ad ammazzarla”, “Era solo una tr*ia che lo tradiva, ha ragione lui”, “Ubriache a 16 anni? Se la sono cercata”.

I social hanno dato voce a tutto e a tutti, anche ai commenti e ai pensieri più beceri.

 

Ma allora perché il femminicidio e la violenza sulle donne vengono raccontati ancora così? Perché questo sessismo nei media?

Non sono la gelosia, la disoccupazione e l’impeto della passione ad uccidere le donne, i veri colpevoli sono quegli uomini che si sentono loro padroni, convinti di doverle e poterle dominare a livello fisico e psicologico.

I danni di questa narrazione sbagliata, che vediamo spesso raccontata nei giornali nazionali, sono terribili per la società, portata a vedere la gelosia, la disoccupazione, l’alcol e la passione come delle giustificazioni per la violenza sulle donne e non una condanna per le loro azioni.

Questi sono solo tre esempi, tre titoli ripresi da un’enorme quantità di titoli e di parole che banalizzano e colpevolizzano le donne.

Articoli che banalizzano la denuncia di una prostituta costretta a convivere con uno stalker, donne vittime di violenza che sono state costrette a vedere sulle testate giornalistiche descrizioni dettagliate del loro abbigliamento e di quanto avevano bevuto, donne che hanno visto le loro foto in bikini quando i giornali hanno parlato del loro essere vittime.

Non è un caso, non parliamo di un giornalista poco attento: parliamo di un’intera società improntata sul patriarcato e sul machismo, che tratta le vittime di femminicidio e di violenza con superficialità e con punte di giudizio. Parliamo di narrazioni sbagliate e svilenti per le donne, così evidenti che, quando le leggiamo, ci chiediamo se sono state scritte veramente o se siamo in un incubo.

Narrazioni che rispecchiano una società che condanna ancora le donne, anche quando sono vittime.

Oggi è il 25 novembre, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. È stato fatto tanto negli ultimi anni, ma c’è ancora così tanto da fare.

Iniziamo da qui, iniziamo a parlare di violenza e femminicidio per quello che sono, non nascondendosi più dietro a banali dettagli messi lì come giustificazioni per gli assassini e i carnefici, diamo il loro vero nome a queste cose: “assassino” e “stupratore” e diciamo “basta” al sessismo nei media.

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