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Il ricordo delle vittime delle Foibe e degli esuli dalmati, istriani e giuliani

Il 10 febbraio di ogni anno, a pochi giorni da un’altra importante ricorrenza della memoria (il 27 gennaio, Giorno in cui si commemorano le vittime dell’Olocausto) ricorre un’importante ricorrenza civile per il nostro Paese: è il Giorno del Ricordo delle vittime delle Foibe e degli esuli dalmati, istriani e fiumani.

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(www.cultura.trentino.it)

Per quale motivo è stata istituita questa particolare celebrazione? 

Il Giorno del ricordo è stato istituito per commemorare le vittime dell’immane violenza verificatesi con le Foibe e con gli esili forzati degli italiani dall’Istria, dalla Dalmazia e dalla Venezia-Giulia.

La celebrazione civile del 10 febbraio è stata ufficialmente istituita con un decreto legislativo promulgato dal Quirinale il 30 marzo 2004, anche se già in precedenza ne era stata proposta la nascita, nel 1995, 1996 e 2000.

Il testo di legge esordisce con queste parole: ” La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.”.

Qual è l’intento del Giorno del ricordo?

Leggiamo direttamente dal testo di legge quale sia l’idea alla base dell’istituzione di questa festività civile: “Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero”.

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(www.democratica.com)

Il Giorno del ricordo è stato istituito per commemorare una pagina decisamente controversa e discussa della nostra storia che ha coinvolto circa 5mila italiani (anche se le cifre non sono certe).

Il 10 febbraio 1947 fu firmato il trattato di pace di Parigi fra Italia e Jugoslavia che accordava a quest’ultima l’Istria, la Dalmazia e la Venezia-Giulia. Molti italiani dovettero quindi andarsene (tragicamente) da quella che era a tutti gli effetti la loro terra. Fu una Diaspora dei cittadini italiani che abitavano nelle zone “contese” fra Italia e Jugoslavia, iniziata però già a partire anche dagli anni precedenti.

Come si arrivò al trattato di pace?

Nel 1943, quando il regime fascista cadde, si determinò non soltanto lo sfaldamento della nostra classe politica e dirigenziale, ma anche la tragica ritirata del Regio Esercito italiano dalle aree di occupazione in cui era diffuso, inclusi i Balcani e le zone di confine con l’Italia. Ricordiamo che la Slovenia, la Dalmazia, la Venezia-Giulia e l’Istria erano territori italiani a pieno titolo da più di vent’anni, dalla fine della Grande Guerra, dal dissolvimento conseguente dell’impero austroungarico che fino a quel momento le aveva comprese.

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Monumento per le vittime delle Foibe a Basovizza, in provincia di Trieste. Nella Foiba locale (in realtà il pozzo di una vecchia miniera di carbone) circa 2500 persone furono gettate dal 1 maggio al 15 giugno 1945 (www.internazionale.it)

Questi territori di confine dunque per anni sono stati colonizzati prepotentemente dagli italiani, che repressero qualsiasi movimento di contestazione e di ribellione degli slavi e letteralmente occuparono la zona e imposero a tutti la lingua, la cultura e la politica italiana, provocando nel 1943, al momento della caduta del regime di Mussolini, la vendetta sugli italiani degli uomini di Josif Broz, partigiani jugoslavi (più noto come il maresciallo Tito).

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(www.varesenews.it)

La precedente vulgata storica raccontava che chiunque fosse italiano o non comunista era ritenuto dagli jugoslavi un bersaglio, un traditore su cui sfogare vent’anni di soprusi, torture e prevaricazioni sociali e civili, non solo degli italiani ma anche poi dei loro alleati nazisti.

Tuttavia gli storici ultimamente stanno rivalutando questa spiegazione “ideologica” delle stragi jugoslave: più probabile che esse siano state motivate soprattutto dalla volontà di ribellarsi contro gli oppressori (gli italiani tout court) delle popolazioni locali.

Quando poi anche il Terzo Reich finì, nella primavera del 1945, nulla più si frapponeva fra gli italiani e i partigiani jugoslavi, che travalicarono i confini nazionali e arrivarono fino all’Isonzo, mirando addirittura a impadronirsi di Trieste, col suo fondamentale porto e le sue industrie.

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(www.panorama.it)

Gli slavi furono fermati dall’andare oltre dagli Alleati, che nel frattempo erano giunti nel Nord Est dell’Italia dopo aver liberato, con immensa fatica in termini militari e di perdita di vite umane, civili e militari, la nostra penisola. E’ la tragica stagione della cosiddetta guerra civile italiana del 1943-45.

Tito e i suoi allora, che nel frattempo avevano occupato le zone (oggi di confine) italiane, iniziarono a sfogare la propria ferocia e la propria ira sugli italiani: costringendo molti a lasciare le loro terre, deportarondone o trucidandone altrettanti, fucilandoli e poi gettandoli nelle Foibe.

Cosa sono le Foibe?

Le Foibe sono quelle particolari fenditure carsiche, strette e ripide, in cui furono gettate le vittime degli eccidi compiuti dagli jugoslavi nel periodo 1943-45. Non furono sempre delle “sepolture” (come invece le usarono alle volte i partigiani slavi per occultare velocemente i cadaveri dei compagni caduti e non farli cadere in mano al nemico), ma si trattava comunque di soluzioni e “veloci” per sbarazzarsi delle salme. La particolare conformazione naturale del Carso in questo caso “fu provvidenziale”, sia per le salme slave sia per quelle italiane.

Si calcola che nel lasso di tempo 1943-45 fra le 250 e le 500 persone furono gettate nelle Foibe, cifre confermate da più parti. Invece la maggior parte delle vittime perirono di malattia, stenti o furono trucidate nei campi di prigionia slavi. Si trattava soprattutto di persone impiegate a vario titolo in formazioni militari e paramilitari diffuse nella zona, sottomesse dai tedeschi e dunque dichiarate prigionieri di guerra.

Gli italiani sono totalmente esenti da qualsiasi responsabilità? 

Come sempre quando si parla di storia e di fatti particolarmente controversi, la cosa migliore da fare sarebbe non generalizzare, non accontentarsi di una lettura parziale e in qualche modo faziosa della storia.

Se spiegare le stragi slave del 1943-45 con motivazioni ideologiche contro tutti gli italiani (ossia, contro tutti i non comunisti) è errato, lo è altrettanto credere che quei fatti furono compiuti esclusivamente contro gli italiani, che  in questo modo diventano le uniche vittime; molti istriani insorti nel 1943 (quando fra l’altro ancora erano in corso le stragi naziste nella zona) infatti erano italiani, non c’erano soltanto slavi.

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Monumento commemorativo a Verona sul Giorno del ricordo (www.popolis.it)

Non c’è da dimenticare poi che le violenze nazifasciste non furono inferiori a quelle jugoslave (se accettiamo, erroneamente, che esista una “scala” delle violenze), e che le zone dell’Istria, della Dalmazia, della Venezia-Giulia provenivano come già detto da un ventennio di pesantissima occupazione italiana.

L’Istria alla fine della guerra era uno dei territori italiani più arretrati, mentre il resto del nostro Paese stava avviandosi, faticosamente, verso il grande boom economico del dopoguerra. Era dunque anche “naturale” che le persone volessero andarsene in cerca di un futuro migliore alla luce dei tragici fatti accaduti ad opera degli slavi, ma non fu così facile.

 

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Esuli italiani in partenza (www.varesenews.it)

E nel dopoguerra che accadde?

La Jugoslavia (una volta costituitasi in Stato) cambiò idea: Tito tentò, per ben disporre gli Alleati verso di sé, di spingere gli italiani a non andarsene, a restare e integrarsi, come ha dichiarato in un’intervista del 2006 il professor Raoul Pupo, uno dei maggiori esperti della questione orientale. L’Istria spopolata si rivelò un fardello pesante per la Jugoslavia, e dopo la formale divisione dei territori di confine fra l’Italia e la nazione balcanica, gli italiani non poterono più andarsene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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