L’altra faccia dei Mondiali di calcio 2018: il massacro dei randagi in Russia

I Mondiali 2018 in Russia non saranno ricordati solamente per l’eccezionale assenza dell’Italia, ma anche per la strage dei cani randagi. Massacro già perpetrato in Ucraina nel 2012 in occasione degli Europei di calcio.

 

Fonte foto: Hoildog Times EN

Sono iniziati il 14 giugno scorso i Mondiali di calcio 2018, che quest’anno si svolgono in Russia.

Come ogni Paese che si prepara ad accogliere un evento di così grande portata, anche in Russia c’è stata, nei mesi scorsi, una ristrutturazione completa delle città che ospitano le partite del Mondiale: le strade sono state pulite, gli edifici sono stati ristrutturati e i monumenti storici ripuliti da ogni sporcizia e rifiuto.

 

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Fonte foto: Calcio News 24

Ma la ristrutturazione e la riabilitazione delle città russe hanno avuto dei risvolti terribili.

Per garantire la pulizia e l’ordine pubblico, è stato ordinato il massacro di centinaia di migliaia di randagi, che pullulano nelle undici città che sono teatro delle sfide calcistiche di questi giorni.

È risaputo che la Russia abbia un problema col randagismo: di circa 17 milioni di cani presenti sul suolo russo, il 25% è randagio, due milioni sono presenti nelle undici città dove si sta svolgendo il mondiale. La sola Mosca conta un randagio ogni trecento abitanti.

Il problema del randagismo in Russia è molto grave: non ci sono dati certi, ma, nel 2007, pare si siano contati oltre ventimila attacchi di randagi nei confronti dei cittadini. La situazione si sarebbe aggravata di molto con la presenza di migliaia di turisti arrivati per il Mondiale.

Così la Russia ha deciso per il massacro di centinaia di migliaia di animali, per poter sradicare il problema alla radice, senza preoccuparsi di dover pensare ad un piano alternativo per poter risolvere una problematica del genere, ma soprattutto senza avere alcun rimorso per un massacro a sangue freddo del genere.

 

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Fonte foto: Il Secolo XIX

A confermare l’operazione sarebbe stato Vladimir Burmatov, capo del comitato per la protezione ambientale della Camera russa, che si è appellato al ministro dello sport, Pavel Kolobkov, invitandolo ad usare metodi più “umani”:

«È una questione di reputazione del nostro Paese, perché non siamo selvaggi, non possiamo commettere un omicidio di massa di animali per le strade, gettando i loro cadaveri insanguinati in città».

Il Governo russo, oltre ad aver scelto la strada sbagliata per la risoluzione di un problema grave come il randagismo, ha deciso di operare mediante volontari non preparati: le principali vie russe sono state “liberate” dai randagi, spargendo cibo avvelenato, oppure molti si sono armati di cerbottane e dardi avvelenati per eliminare i randagi.

 

massacro randagi russia
Fonte foto: NaturalMania

Il governo russo ha respinto le accuse ed il vice premier Vitaly Mutko ha riferito che il governo abbia incaricato le città di realizzare rifugi temporanei per cani e gatti randagi, nei quali gli animali sarebbero stato curati, vaccinati e sterilizzati. Invece, secondo Ekaterina Dmitrieva, direttrice dell’organizzazione animalista City animal protection foundation, i soldi per i rifugi sarebbero stati investiti per acquistare veleno e reclutare le squadre anti-randagio.

La situazione di questi Mondiali 2018 non sarebbe nuova, però, per la Russia: già nel 2014, prima delle Olimpiadi invernali a Sochi, la Russia era finita sotto accusa per la pianificata uccisione di duemila animali randagi. A seguito delle proteste, le autorità locali dissero che i cani sarebbero stati portati nei canili, ma anche dopo due anni dalla manifestazione, si continuarono a registrare uccisioni di massa.

Stessa situazione in Ucraina per gli Europei del 2012, dove gli sterminatori giravano per strada con forni crematori ambulanti, dove spesso venivano gettati gli animali avvelenati, ancora agonizzanti.

Secondo la PETA, in quell’occasione, furono ucci più di ventimila randagi.

 

massacro randagi ucraina
Fonte foto: La Stampa

Stessa situazione ci fu a Pechino, prima delle Olimpiadi estive del 2008, quando il governo cinese ordinò di rinchiudere i randagi in veri e propri “campi di sterminio” ed ad Atene, prima delle Olimpiadi estive del 2004, quando furono messi in atto piani di sterminio dei randagi.

La situazione appare critica anche per il Marocco, candidato a ospitare i Mondiali di calcio del 2026. In previsione del passaggio di una delegazione Fifa, nella notte, sono stati giustiziati decine di cani, sotto gli occhi terrorizzati dei turisti, che hanno documentato il massacro.

massacro cani marocco
Fonte foto: Il Fatto Quotidiano

La FIFA, in tutta risposta alle denunce per il massacro dei cani in Russia, ha liquidato la questione:

«Comprendiamo l’importanza di iniziative come la vostra che meritano di essere affrontate e supportate. Siamo tuttavia sicuri che capirete che, a causa dei numerosi impegni pianificati collegati agli eventi Fifa, non possiamo supportare la vostra causa più attivamente».

Inutile dirsi che diverse associazioni animaliste sono scese in campo con petizioni, per fermare il massacro.

La Russia ha messo in atto una politica al massacro che di certo poteva essere evitata, operando in anticipo, con politiche a lungo termine, senza versare alcuna goccia di sangue, per esempio, lavorando sul trasferimento e la cura degli animali e la loro sterilizzazione, per evitarne la proliferazione.

La Coppa del Mondo di calcio del 2018 è contornata dallo scandalo e dal sangue versato da un Paese che fa discutere molto sulle politiche intraprese. A colpire però, è soprattutto la FIFA che si è lavata le mani come il miglior Ponzio Pilato in circolazione.

È davvero il caso di permettere che si organizzino eventi mondiali così importanti in Paesi che operano in maniera violenta e illegale?

One thought on “L’altra faccia dei Mondiali di calcio 2018: il massacro dei randagi in Russia

  1. Una vergogna assoluta, quando l’ho letto sono rimasta scioccata. Purtroppo non è l’unico paese che lo fa (anche in Romania per esemprio). Il randagismo è indegno di un paese civile ma può essere evitato con la cultura della sterilizzazione. E questo vale anche per troppe regioni italiane.

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