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Mascolinità tossica: perché bisogna parlarne

mascolinità tossica

Tra le problematiche dovute ad una società di stampo maschilista e paternalistico, spicca un fenomeno pericoloso: la mascolinità tossica. Ma di che si tratta?

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Fonte foto: City Journal

Bisogna prendere atto che viviamo in una società a stampo patriarcale, nella quale le donne vengono continuamente sessualizzate (anche minorenni), nella quale è abitudine quotidiana fare mansplaining, cat-calling e manspreading.

Ma i danni di una società patriarcale colpiscono anche gli uomini, con un fenomeno altamente diffuso: la mascolinità tossica.

Per mascolinità tossica s’intende quel tipico fenomeno che vuole vedere gli uomini come un genere violento, non emotivo e sessualmente aggressivo. Questa imposizione non permette agli uomini di mostrarsi vulnerabili alla società, perché altrimenti verrebbero additati come “deboli”.

Avete presente quelle frasi inopportune che vengono rivolte agli uomini come “Non piangere come una femminuccia?”. Ecco, questo è un esempio di mascolinità tossica.

 

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Fonte foto: Medium

Si tratta di un fenomeno psicologico che fa leva su regole culturali della mascolinità dovute ad una società patriarcale, che vogliono l’uomo un gradino sopra alla donna. La mascolinità tossica si nutre degli stereotipi sociali che vogliono l’uomo come essere superiore e che assolutamente non può cedere o mostrare le proprie emozioni, perché considerati atteggiamenti prettamente “femminili”.

Ovviamente alla radice di questo fenomeno troviamo il maschilismo più becero che promuove la superiorità dell’uomo sulla donna.

Il primo psicologo ad evidenziare questo atteggiamento radicato nella società è stato Shepard Bliss, psicologo americano che delineò questo fenomeno tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. Tra i tratti evidenziati da Bliss, c’erano l’evitare di mostrare le emozioni, la svalutazione delle opinioni femminili e il predominio fisico, sessuale ed intellettuale dell’uomo sulla donna.

Fino a poco tempo fa, si parlava del concetto di mascolinità tossica solo nelle aule di psicologia o di sociologia. Da pochi anni il concetto si è allargato, arrivando anche nelle conversazioni più comuni, perché più se ne parla, più possiamo fare attenzione ad evitare di cadere in questo fenomeno.

Uno dei fattori che ha contribuito a far “conoscere” la mascolinità tossica anche al grande pubblico è stato uno spot della Gillette, famoso marchio di rasoi, andato in onda nel 2019.

Gli spot della Gillette, così come di altri prodotti tipicamente maschili, sono sempre impregnati di stereotipi maschilisti e mascolini: spesso trovavamo, soprattutto negli spot degli anni Novanta, gli uomini come protagonisti, dipinti come vincenti oppure come atleti formidabili, per i quali la donna era solo un accessorio, un premio da ambire.

Gillette, con questo spot, lancia un nuovo messaggio e spezza le catene degli stereotipi maschilisti, con lo slogan “The best man can be” (“il meglio che gli uomini possono diventare”). Nello spot vengono mostrati prima degli atteggiamenti sbagliati, ma terribilmente quotidiani, come il cat-calling, il bullismo e la sessualizzazione della donna, per poi mostrare i comportamenti giusti: un padre che interviene in un episodio di bullismo, alcuni ragazzi che difendono una donna da commenti inappropriati.

 

Gillette ha voluto mostrare come il vento stia cambiando e di come sia giusto abbattere gli stereotipi che ci sono stati inculcati fin da bambini. Esatto, perché è proprio da bambini che, nella maggior parte delle volte, vengono inculcate queste convinzioni stereotipate, come il non dover mostrare le proprie emozioni, poiché si viene additati come “femminucce”, come abbiamo visto prima.

Principalmente, per indicare la mascolinità tossica, viene usata la frase “Boys don’t cry” (“i ragazzi non piangono”).

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Fonte foto: The Daily Star

 

Alla radice della mascolinità tossica c’è sicuramente una matrice maschilista e sessista, che cerca di indirizzare gli uomini ad essere rudi, a non mostrare le loro emozioni e ad incasellarsi in una certa categoria, totalmente opposta a quella femminile, poiché, nella loro concezione tossica, le donne sono il sesso debole e sia mai che gli uomini possano essere come loro.

Le lacrime, mostrare le proprie emozioni, distaccarsi dallo stereotipo maschile (ad esempio, non avere la passione per certi sport, come il football o il calcio), una sessualità non accentuata, sono atteggiamenti che vengono duramente criticati da chi perpetua l’idea della mascolinità tossica.

Purtroppo molti dei commenti omofobi e sessisti che vengono fatti in questi casi non vengono condannati nella giusta maniera, perché entrati di diritto nella nostra società e nel nostro essere.

Quindi, frasi come “non piangere come una femminuccia” o “non fare il finocc*io” sono all’ordine del giorno, entrate silenziosamente nel linguaggio comune senza analizzarle seriamente e rendersi conto della gravità dei concetti che portano.

Ma soprattutto, la pericolosità sta nell’educazione che diamo ai più piccoli: se insegniamo ad un bambino che piangere è da femmine, crescerà con il terrore di non poter mostrare le proprie emozioni, per non sembrare una donna e quindi più debole (secondo il concetto della mascolinità tossica).

Il fenomeno della mascolinità tossica non è dannoso solamente per gli uomini, i quali vengono obbligati a non mostrare la minima emozione, ma anche per le donne.

Una grande percentuale delle donne vittime di violenza fisica o sessuale indica come colpevole il proprio partner. Questo che significa?
Significa che certi uomini, nati e cresciuti con la convinzione che “l’uomo non deve chiedere mai” e che la sessualità rude sia l’unica strada percorribile pensano di essere superiori alla donna e il loro diventa un rapporto simile a quello tra padrone e subordinato.

Sono tanti gli atteggiamenti che possiamo ricondurre al fenomeno della mascolinità tossica: l’idea che non ci possa essere cooperazione tra uomini e donne (e quindi eliminare l’idea di un legame di amicizia tra i due), l’idea che un uomo non possa essere vittima di un abuso (fisico, psicologico o sessuale), l’idea che un uomo debba essere sempre violento “se la situazione lo richiede”, l’idea che un uomo non possa fare cose che vengono abbinate alla sfera femminile, come interessarsi alla cosmetica, mostrare emozioni e fare le mansioni domestiche, come lavare o cucinare.

Purtroppo tutti questi atteggiamenti sono radicati nella nostra società a stampo patriarcale. Tutte queste idee dell’uomo violento, “che non deve chiedere mai” e che non può mostrare le sue emozioni, sono state perpetrate a lungo tramite la comunicazione (la pubblicità innanzitutto), ma anche l’educazione data ai figli e i rapporti sociali.

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Fonte foto: Pinterest

 

Fortunatamente, grazie alla grande sensibilizzazione che si sta facendo negli ultimi anni, la mascolinità tossica non è più un tabù.

Sempre più star e personaggi di spicco stanno rompendo gli schemi, mostrandosi lontani dagli standard imposti dalla società. Alcuni esempi sono Timothée Chalamet, arrivato al grande pubblico per la sua interpretazione di Elio in Chiamami col tuo nome, nel quale interpreta un ragazzo di 17 anni alle prese col primo amore con Oliver, studente del padre.

Oppure Harry Styles, ex One Direction e autore di brani come Watermelon Sugar e Sign of the times, che mostra una nuova mascolinità anche col suo abbigliamento, giocando con l’ambiguità e mostrandosi vulnerabile.

Ma troviamo icone anche in Italia, come Achille Lauro, che ha sfidato il maschilismo a colpi di outfit fashion nell’ultima edizione di Sanremo oppure Ghali, trapper che è stato anche fortemente criticato dai suoi colleghi per “andare in giro con una borsetta”.

Molti giovani personaggi di spicco stanno cercando di scardinare tutte quelle restrizioni imposte dalla società, cambiando totalmente gli standard a cui sono sottoposti da sempre gli uomini.

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Fonte foto: Cardiff Student Media

 

Come possiamo cambiare le cose?

Cercando di educare i propri figli, facendogli comprendere che non devono essere incasellati in una categoria arcaica e maschilista, cercando di cambiare il messaggio che danno i media sugli uomini e sulle donne e cercando di cambiare la nostra mentalità che, volenti o nolenti, è macchiata da anni di pregiudizi.

Rompiamo gli schermi, distruggiamo gli stereotipi.

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