Violenza: quando la vittima è l’uomo

Martina Bruno

La violenza sugli uomini da parte delle donne, è oggi troppo spesso sminuita, taciuta. Ridicolizzata.

Non ci sono parole di sdegno da parte della società né nella politica, a favore degli uomini.

E’ un argomento controverso, spinoso, non si sa come parlarne senza cadere nella trappola della discriminazione dell’una o dell’altra parte.

A causa del solito fenomeno machista della “vergogna” e per l’assurdo stereotipo di virilità in cui ci ostiniamo a credere, un uomo che viene picchiato, vessato da una donna viene considerato debole, grottesco.

Una femminuccia.

Parliamo di femminismo troppo spesso come se fosse qualcosa riservato alle sole donne, come se con questa parola s’intendesse un qualche tipo di “supremazia di genere”.

Non è così. Il femminismo nasce per garantire la parità tra uomo e donna.

E la parità, per esser tale, deve esserlo a trecentosessanta gradi, non soltanto in determinate circostanze.

Esser pari, significa tener conto delle violenze subite dagli uomini e considerarle fatto grave, gravissimo. Esattamente come le violenze sulle donne.

Si può parlare di “maschicidio”?

Violenze domestiche, sul lavoro, in ambiente scolastico, violenze fisiche, sessuali, psicologiche, maschicidio.  Si, qui il neologismo è necessario per restituire dignità alle vittime, la dignità politica, scientifica e sociale che meritano. Esattamente come per il termine “femminicidio”. Non omicidio e basta, ma violenza su un uomo in quanto uomo.

Interessante a tal proposito è la provocazione lanciata da Barbara Benedettelli, autrice del libro “50 sfumature di violenza. Femminicidio e maschicidio in Italia” che nel tentativo di dare una definizione al termine, trasforma al maschile il concetto di femminicidio di Diana Russel , e lo unisce al pensiero di Marcela Lagarde:

“Il maschicidio è la forma estrema di violenza di genere contro gli uomini, prodotto della violazione dei loro diritti umani in ambito famigliare, o di coppia, attraverso condotte misandriche come maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, false denunce di violenza e abusi sessuali, interruzione del rapporto con i figli durante le separazioni e i divorzi, che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo l’uomo in una posizione indifesa e di rischio depressione grave, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione dell’uomo stesso o in altre forme di morte violenta di uomini e bambini come:

suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute a uno stato depressivo non riconosciuto e non curato; malattie maschili verso le quali non sono attuate strategie di prevenzione nel disinteresse delle Istituzioni;

quando vengono discriminati in quanto vittime e non ricevono ascolto, assistenza e tutela; quando subiscono discriminazioni in base al sesso o all’appartenenza al genere, che non esclude quello omosessuale.”

Il succo del discorso, resta lo stesso.

Il punto, afferma infatti la Benedettelli, è che dovremmo occuparci della violenza contro le persone, uomini o donne che siano.

Secondo l’Istat, sono 3 milioni 574 mila gli uomini che hanno subito molestie almeno una volta nella vita, 1 milione 274 mila negli ultimi 3 anni (l’indagine si riferisce al periodo 2015-2016). Un dato inferiore a quello relativo alle donne, ma pur sempre esistente.

Senza contare il fatto che oltre ai dati Istat, è difficilissimo trovare dati che seguano l’andamento del problema.

Come nota la stessa Benedettelli, “che ci siano meno casi di violenza sugli uomini non è un dato di fatto. In Italia non ci sono indagini ufficiali e largamente condivise che possono confermarlo. E gli uomini, a causa dello stereotipo di virilità e della quasi certezza di non essere creduti, non denunciano”.

Il caso Depp/Heard

A tal proposito, non possiamo non citare le vicende (di cui abbiamo già parlato qui) che hanno coinvolto Amber Heard e Johnny Depp: i due sono stati sposati dal 2015 al 2017, e la loro separazione è finita sulle prime pagine dei giornali perché associata ad una grave storia di violenza domestica.

La versione della Heard è sempre risultata però la più plausibile agli occhi del “pubblico”, mentre quella di Depp no. Era assurdo il pensiero che un uomo come lui potesse aver subito violenze dalla ex-moglie. Molto più verosimile il contrario.

Inoltre la Heard ha sempre negato con veemenza di essere una persona violenta.

In un audio inedito pubblicato di recente, tuttavia, l’attrice 33enne ammetterebbe di aver colpito il marito e di avergli lanciato addosso «pentole, padelle e vasi» in un eccesso d’ira.

Ecco una parte dell’audio: “Mi dispiace non averti colpito in faccia con un vero schiaffo, ti stavo colpendo ma non ti ho dato un pugno. Tesoro, non sei stato preso a pugni. (…) Non so quale sia stato il movimento della mia mano, ma stai bene, non ti ho ferito, non ti ho dato un pugno, ti stavo colpendo”, dice Amber, che rinfaccia poi a Depp di averla colpita a sua volta. “Ti ho spinta”, replica lui.

E ancora: “Non posso prometterti che non arriverò di nuovo alle mani. Dio, a volte mi arrabbio così tanto da perdere il controllo” confessa lei.

Una storia malata, senza dubbio, dove le colpe sono tante, e da entrambe le parti.

Ma un fatto resta: perché ci risulta così facile considerare sempre e solo la donna come vittima e l’uomo come carnefice?

Perché ci viene così naturale, com’è giusto che sia, pensare alla violenza contro le donne come atto orribile, terribile, e minimizzare a tal punto quella contro gli uomini?

Soprusi psicologici e violenza tra le mura domestiche

La violenza domestica, è forse quella più diffusa.

In Sicilia, qualche anno fa, due avvocati, Massimo Arcidiacono e Alessandro Granieri Galilei, hanno fondato l’AVU (Associazione Violenza sugli Uomini) per ascoltare, accogliere e fornire aiuto agli uomini che subiscono violenza domestica (ma anche le donne: la violenza non ha genere, precisano i due legali).

L’idea dell’associazione nacque in seguito ad una telefonata in particolare, in cui un uomo confessò ad uno degli avvocati: “Sono disperato, mia moglie mi ha buttato fuori di casa, non posso vedere più i miei figli, sono stato licenziato, sono tornato a vivere con mia madre, ma non ho neanche i soldi per venire con l’autobus a incontrarvi. Non so se devo suicidarmi o sopravvivere“.

«Quella situazione ha fatto scattare un campanello d’allarme e da allora sono diversi i casi di violenza in cui ci imbattiamo, sia di tipo psicologico che fisico, e questo quasi sempre all’interno delle mura domestiche. È tra i congiunti che si verificano le situazioni più rilevanti», spiegano i due avvocati.

E sono i soprusi psicologici la forma di violenza più diffusamente subita dagli uomini all’interno delle mura domestiche.

Anche l’Ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna ci dice la stessa cosa: constatando che la violenza psicologica è subita anche da uomini e bambini, parla della propensione delle donne a utilizzare nell’ambito familiare questo tipo di violenza rispetto ad altre forme di maltrattamento.

Insomma, la violenza contro gli uomini è un dato di fatto. Riderne, sminuirne la gravità, ridicolizzarla è grave quanto la frase “se l’è cercata lei”.

Aspiriamo ad una forma di femminismo più alta, che miri alla parità e non alla supremazia, che lotti per sovvertire il patriarcato, per demolire il maschismo, il sessismo, il maschilismo e le discriminazioni tutte, non per dare un genere alla violenza.

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