Piacere, mi chiamo Hater

hater

Emma Marrone e la mancata Nadia Toffa, sono solo le ultime, ma non certo le uniche vittime di un fenomeno Sociale e Social che non sembra trovare una fine, ma anzi sembra essere in ascesa : stiamo parlando degli haters.

Molti di noi, sicuramente, stanno semplicemente ad osservare indignati; al massimo ci limitiamo a commentare in modo positivo, sopratutto se ad essere colpito è il nostro beniamino o beniamina.

Lo/a si incoraggia a non dare eccessivo peso od importanza a queste persone che secondo noi hanno tempo da perdere, oppure sono talmente frustrate che si accaniscono contro chi reputano più importanti e fortunati di loro, liberando tutta la loro frustrazione ed invidia.

D’altra parte, se lo si vuole analizzare da un punto di vista psicologico, quello degli haters è un fenomeno altamente complesso dalle radici profonde.

Perché dietro a questi ‘leoni da tastiera’ che fanno dell’odio indiscriminato dietro allo schermo di un computer la loro ‘religione’, una ragione di vita, spesso vi sono storie devastanti fatte di insicurezze e paure.

A tu per tu con gli haters

Chi sono esattamente?

Il termine “hater” è un termine usato nel linguaggio della Rete per indicare qualcuno che generalmente disprezza, diffama o criticano distruttivamente una persona, un lavoro o un concetto in particolare.

Letteralmente il termine deriva dal verbo inglese to hate, ossia odiare. Infatti gli haters fanno dell’odio e dell’intolleranza le loro principali armi, e le vittime sono altre persone che non stanno loro a genio per vari motivi, culturali e sociali.

Chi sono i loro “bersagli” e qual’è la loro “modalità d’azione”?

Nella maggior parte dei casi, infatti, ad essere vittime “preferite degli haters sono donne, omosessuali, persone di religione o di etnia diversa. Vittime degli haters sono anche persone famose: cantanti, attori, personaggi del showbiz

Una caratteristica degli haters, e in generale di chi pratica il cosiddetto “hate speech” (incitamento l’odio), come ad esempio i cyberbulli, è l’anonimato.

Essi, infatti, utilizzano specialmente i social network e il mondo della Rete, che li permette un buona copertura, ma al contempo di generare maggior paura ed inquietudine nelle proprie vittime.

Cosa porta una persona a diventare un “hater”?

Un’antipatia, un non essere d’accordo su una cosa, su un’ opinione con qualcun altro, oppure il non apprezzare un attore come recita, o un cantante come canta: questo è normale e comprensibile. Dopo non si è tutti uguali, e per questo non tutti possiamo amare le stesse cose.

Ma per gli haters chi non la pensa esattamente come loro diventa un qualcuno da odiare, da perseguitare e discriminare, per il semplice gusto di farlo.

Infatti, al contrario di una persona gelosa, anche se i sentimenti alla base sono gli stessi (appunto gelosia ed invidia), l’hater non vuole diventare a tutti i costi come la sua “vittima”.

Questo perché per l’hater il suo pensiero è l’unica verità, non esiste altro pensiero, altra opinione.

Ma a volte un motivo reale non c’è, e l’insulto diventa gratuito e per semplice divertimento: un diversivo per ammazzare la noia.

Ma dietro tutto questo odio, cosa c’è?

Nella maggior parte dei casi, gli haters sono persone che nella “vita reale” non hanno avuto la possibilità di parlare, ossia di esprimere la propria opinione, il proprio parere, magari perché inseriti in contesti familiari autoritari.

Persone che, non ascoltati dalla realtà che li circonda, decidono di usare il Web, la Rete, come “megafono” per fare sentire la propria voce, esporre il proprio parere, senza limitazioni.

Un limite che tuttavia va posto, nel momento in cui questi pensieri vanno a minare la vita altrui, di persone che hanno la “colpa” di essere vittime inconsapevoli di chi, nella vita reale, forse non è stato ascoltato abbastanza.

SITOGRAFIA:

Qi

PsycoTipo

GiovaniGenitori