Ci lasciava vent’anni fa Fabrizio De André, uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi. Ripercorriamo la sua vita nell’anniversario della sua morte.

 

fabrizio-de-andre-andré-andrè-320x176 Vintage Friday: vent'anni dalla morte di Fabrizio De André
Fonte foto: Il Libraio

 

Vent’anni fa ci ha lasciato Fabrizio De André, uno dei migliori cantautori della storia italiana.

È conosciuto anche come Faber, appellativo dato dall’amico Paolo Villaggio, dato per la passione del cantautore per le matite Faber-Castell.
In quarant’anni di carriera, De André ha registrato 14 album e innumerevoli singoli. Nelle sue canzoni, parla di emarginati, ribelli e prostitute, con un’abilità tutta sua di criticare la società di allora.

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Fonte foto: Pinterest

 

Fabrizio De André nasce il 18 febbraio 1940 a Genova da una famiglia modesta. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Fabrizio vive da sfollato nella campagna astigiana.
Da bambino ed adolescente ha avuto sempre un comportamento “sopra le righe”, chiassoso e fuori dagli schemi. Durante le scuole medie subisce un tentativo di molestie da parte di un gesuita nell’istituto dove studiava: quest’episodio, probabilmente, ha determinato, almeno in parte, la sua avversione contro la Chiesa.
Durante gli anni dei Dopoguerra, conosce Paolo Villaggio e diventano molto amici.
All’università s’iscrive prima alla Facoltà di Medicina, per poi passare a Giurisprudenza, che lascerà a sei esami dalla laurea per seguire la carriera musicale.

Durante questo periodo, De André inizia con l’abuso di alcol e vive una vita sregolata, frequentando anche una prostituta, Anna.
Ma questi furono anche gli anni delle grandi letture: il cantautore si appassionò alle opere di Bakunin ed altri libertari, iniziando a simpatizzare per le idee anarchiche.

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Fonte foto: Storie di Canzoni

 

Nel 1960 De André conosce Enrica Rignon, detta Puny, grande appassionata di jazz, che diventa sua compagna e da cui il cantautore avrà suo figlio Cristiano, nel 1962; i due si separeranno negli anni Settanta.

Nell’ottobre del 1961 la casa discografica Karim pubblica il suo primo 45 giri, mentre nel 1963 avviene il suo debutto televisivo nella trasmissione Rendez-Vous.

Nel 1964 arriva il grande successo con la pubblicazione della canzone La canzone di Marinella, che gli regalerà la notorietà a livello nazionale.
Nel 1966 escono due delle sue canzoni più note: La canzone dell’amore perduto e Amore che vieni, amore che vai.

 

Il periodo che va dal 1968 al 1973 sono gli anni più proficui del cantautore.
Uno degli album usciti in questo periodo è La buona novella, album che reinterpreta il pensiero cristiano, prendendo in considerazione i vangeli apocrifi e che sottolinea l’aspetto umano della figura di Gesù, in contrapposizione con l’immagine data dalla Chiesa.

Nel 1971 pubblica l’album Non al denaro non all’amore né al cielo, forse uno degli album più belli di Faber. L’album è un libero adattamento di alcune poesie dell’Antologia di Spoon River, opera poetica di Edgar Lee Masters. Sulla collina di Spoon River c’è un cimitero e De André dedica una canzone a diversi personaggi, come Un matto, Un giudice, Un blasfemo ed Un ottico.

Nel 1972 il cantautore viene iscritto, senza sapere, al Festivalbar dalla Produttore Associati. Prendendosela con la casa discografica che non l’ha interpellato, il cantautore decide di non esibirsi.

Nel 1973 pubblica l’album Storia di un impiegato, che racconta le vicende di un impiegato durante il ’68. L’album fu fortemente criticato dalla stampa musicale militante vicina al movimento studentesco. Il valore musicale dell’album fu riabilitato solo negli anni Novanta ed in molti lo definirono come il “miglior album di De André”.

Dopo Storia di un impiegato, inizia la crisi professionale e personale di De André. In questi anni conosce Dori Ghezzi, con la quale si sposerà nel 1989, dopo quindici anni di convivenza.
Sono anche gli anni delle prime esibizioni dal vivo, nonostante il cantautore si sia dichiarato sempre “allergico” al pubblico.

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Fonte foto: Corriere dell’Umbria

 

Sempre in questi anni, De André fu sottoposto ad una serie di controlli da parte della polizia e dei servizi segreti italiani per il suo essere simpatizzante agli ambienti marxisti-leninisti e fu anche inizialmente indagato per la strage di Piazza Fontana.

Negli anni Settanta, De André inizia a collaborare con diversi artisti, come Francesco De Gregori ed a tradurre le canzoni di artisti come Bob Dylan, Leonard Cohen e Georges Brassens. Nel 1978 inizia la collaborazione anche con la Premiata Forneria Marconi (PFM) ed alcuni arrangiamenti del gruppo verranno usati anche in futuro dal cantautore.

Nella seconda metà degli anni Settanta si trasferisce insieme a Dori Ghezzi nella tenuta sarda dell’Agnata. Qui, la sera del 27 agosto 1979, la coppia viene rapita e tenuta prigioniera dall’anonima sequestri, per poi essere liberata dopo quattro mesi. Il fatto venne travisato dai giornali e viene collegato addirittura alle Brigate Rosse.

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Fonte foto: Inside Musica

 

Nel 1984 esce Crêuza de mä, album cantato interamente in lingua genovese; l’album viene considerato una delle opere più importanti della world music e caposaldo della musica etnica.
Nel 1990 esce l’album Le nuvole; il titolo rimanda all’omonima commedia di Aristofane. Il disco rappresenta un viaggio nella solitudine e nell’emarginazione, parlando della realtà degli “ultimi”, come il rom, il marinaio, la transessuale e l’autore stesso.

Durante il tour del 1998 De André si mostra scoordinato ed a disagio, non riuscendo neanche ad imbracciare la chitarra e lamentando un dolore al torace ed alla schiena. Si sottopone ad alcuni esami medici e gli viene diagnosticato un carcinoma polmonare. Nonostante la malattia, il cantautore continua a lavorare, ma alla fine del novembre del 1998 viene ricoverato: la malattia è in stato avanzato.

De André muore l’11 gennaio 1999 alle 2.30 a Milano. Dopo la cremazione, le ceneri vengono disperse, per sua volontà, al largo di Genova.

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Fonte foto: Il Secolo XIX

 

Fabrizio De André ha decisamente rappresentato una parte della musica italiana. Le sue canzoni erano musicalmente scarne ed incentrate sulla melodia e sulla sua voce profonda. Ma a colpire, nella musica di De Andrè, erano i suoi testi: poetici, polemici e con una capacità di raccontare cose semplici con uno stile assolutamente personale ed inedito.

De André è ancora nella memoria collettiva e viene considerato uno dei pilastri del cantautorato italiano. Il cantautore è ricordato come “il poeta degli sconfitti”, un baluardo di chi è stato lasciato ai margini della società.

Tra le sue canzoni, ricordiamo i capolavori Bocca di Rosa, La guerra di Piero, Il Testamento di Tito e La ballata dell’amore cieco o della vanità. Tutti pezzi personali, che racchiudono il talento e la personalità di Faber, che è stato molto più di un cantautore, ma un narratore della vita nascosta, ma di tutti.

 

Oggi sono vent’anni da quando Faber ci ha lasciato: un’anima pura, che non aveva paura di esprimere il proprio pensiero e che ha descritto le parti in ombra della società italiana.

Un cantautore, un poeta, un narratore che manca a tutti noi e che non sarà mai sostituibile o raggiungibile da nessun altro.

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