Non è più solo l’ultima spiaggia dello share; servito a tutte le ore, il trash sta portando alla deriva la società civile. 

Molte cose che nei ruggenti anni Novanta chiamavamo “trash” oggi si pregiano dell’etichetta di “infotainment”. L’ infotainment sta al trash come la raccolta differenziata alla mondezza. Non c’è più il trash inteso come deriva, risorsa o ultima spiaggia dello share particolarmente legato al gossip e ai salotti televisivi.

Siamo abituati a pensare al trash come qualcosa che riguarda Cristiano Malgioglio al “Grande Fratello”, la saga Albano- Romina- Lecciso o l’ipnosi lasciva di Nadia Rinaldi. Ma se usciamo da questa forma di pigrizia intellettuale vedremo come esso nutre e diffonde i suoi effetti migliori proprio lì dove si ostenta una riflessione, un tema da “sviscerare”, un contenuto.

Però in realtà, specie se paragonato al trash anarcoide e eversivo dei primi anni Novanta, quello di oggi appare stanco, ripetitivo, moralista. All’“Isola dei famosi” si sono giocati il “cannagate” per più di due mesi, con un sensibile ritardo persino sul dibatto alla Camera per la legalizzazione della Cannabis.

Insomma, tutto appare fuori tempo massimo. Certo, non cederemo alle tetre lusinghe della nostalgia, al “si stava meglio quando c’era Funari”, ma è in dubbio che neanche il trash è più quello di una volta.

Il trash con l’influencer che avanza.

infuencer-320x153 Trash che avanza: l'oppio del popolo contemporaneo
Fonte:Mysocialweb

 

Una situazione che ha dell’assurdo ma più frequente di quanto si possa immaginare e soprattutto un case study che impone una riflessione su come e dove ci stia portando la voglia di apparire, l’idea (sbagliata) del guadagno super facile e la gratificazione di avere milioni di persone che seguono la nostra vita.

L’innovazione del social-sociale, mostrare costantemente spezzoni di vita propria, pur di rendere conto ad un pubblico, per lo più di sconosciuti, i dettagli della nostra esistenza. L’idea di essere una star a tutti i costi, di poter camminare a testa alta solo se si ha un numero soddisfacente di “follower“, per non essere da meno a nessuno.

Se negli anni di piombo, che questo paese ha vissuto, si “duellava” all’interno delle università attraverso dibattiti su destra e sinistra, su buono e giusto, su legale  e illegale, da qualche anno le nostre “guerriglia-street”, sono solo un inno al “meglio Gucci o Balenciaga”.

Manchiamo di quella cultura, che i nostri padri hanno cercato d’imporci. Manchiamo di quella sensibilità, nel riprendere le tragedie. Tutto questo cercando di emulare la Chiara Ferragni di turno.

E allora se le cose stanno così, se un libro vale meno di un post, se un abbraccio reale vale meno di “ci sentiamo su Whatsapp”, preferisco essere Salvatore Aranzulla.

Salvatore-Aranzulla-320x202 Trash che avanza: l'oppio del popolo contemporaneo
Fonte:Mysocialweb

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