31 Ottobre 2020
Stefano cucchi

Stefano Cucchi: detenuto nella Prigione di Stanford

La violenza da parte delle forze della polizia, con il compito di tutelare i cittadini e di garantire la sicurezza di uno Stato, non è un tema nuovo per la psicologia sociale. Per spiegare le dinamiche psicologiche che avvengono nel contesto carcerario, Zimbardo si propose, nel 1971, di condurre un esperimento in una prigione simulata. Tuttavia il Professore non riuscii a finire questo esperimento perché la salute dei prigionieri della finta prigione era in grave pericolo.

Il caso di Stefano Cucchi

Sei giorni dopo essere stato arrestato per spaccio di droga Stefano Cucchi muore nel penitenziario di Roma.
Per nove anni il motivo della sua morte non è stato noto, nonostante la famiglia di Stefano abbia vissuto 45 udienze per comprenderne ufficialmente le dinamiche.
Si iniziano ad avere più chiare, anche se non certe, le dinamiche della morte del detenuto  quando un Maresciallo accusa di pestaggio cinque carabinieri. Dopo questa testimonianza uno dei carabinieri imputati testimonia il pestaggio avvenuto da parte dei suoi colleghi che ha portato Stefano Cucchi alla morte.

La testimonianza dell’11 Ottobre, resa dal carabiniere Tedeschi, è agghiacciante. Racconta di come “Fu un’azione combinata. Stefano Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fede perdere l’equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore”. Racconta anche di come lui abbia provato a farli smettere, inutilmente.

L’esperimento di Zimbardo: la Prigione di Stanford

L’esperimento consisteva nella simulazione di una prigione, creata appositamente nell’istituto di psicologia dell’Università di Stanford. A partecipare all’esperimento erano 24 uomini scelti in base al loro equilibrio psichico e alla loro poca attrazione nei confronti dei comportamenti devianti. Questi 24 uomini vennero divisi casualmente in due gruppi. Il gruppo dei prigionieri doveva indossare gli abiti dei detenuti e una catena legata alla caviglia. Il loro compito era quello di sottostare alle regole decise dall’altro gruppo. Il secondo gruppo era il gruppo delle guardie che, con la divisa, avevano un manganello, un fischietto e delle manette. Al secondo gruppo venne chiesto di trovare dei modi per mantenere l’ordine all’interno della prigione ma, tali metodi, non dovevano ledere nessun detenuto. Zimbardo, invece, era il capo della prigione e doveva assicurarsi che tutto funzionasse per il meglio.

I risultati

I risultati dell’esperimento furono sconcertanti. Già il secondo giorno le guardie iniziarono a umiliare i prigionieri, molestandoli e picchiandoli; di contro i prigionieri inveivano contro le guardie. Successivamente i prigionieri iniziarono ad essere completamente obbedienti verso di esse, dicendo di sentirsi depersonalizzati, senza più un’identità ma solo un ruolo. Per questo motivo cinque dei prigionieri dovettero lasciare prematuramente l’esperimento ancora prima che esso finisse. Lo stesso Zimbardo disse di aver perso il controllo del suo obiettivo: assumendo il ruolo di capo della prigione aveva iniziato a dare più importanza al mantenere l’ordine all’interno della sua prigione piuttosto che al benessere dei partecipanti all’esperimento. Per questo motivo non si rese conto che gli atti di violenza da parte delle guardie avevano superato il limite etico: l’esperimento durò 6 giorni a fronte dei 14 previsti e fu terminato grazie all’intervento di una sua collega.

Le norme sociali implicite

La psicologia sociale spiega questo esperimento parlando del concetto di ruolo. Infatti pare che il comportamento dei partecipanti fosse dovuto al fatto che dovevano simulare un ruolo con delle norme sociali implicite della nostra società. Quindi le guardie si aspettavano di doversi comportare in maniera autoritaria ed essere punitivi quando i prigionieri non rispettavano le regole da loro imposte; al contrario i prigionieri si aspettavano di doversi comportare in maniera servile e di sottostare alle punizioni.

Testimonianze nel presente

A testimoniare il fatto che questo esperimento rappresenta tutt’oggi ciò che avviene nelle carceri, ci sono casi come quello della Prigione di Abu Ghraib, ma anche di Jennifer Wynn. La scrittrice in un’intervista alle guardie di un carcere di NYC sente molte testimonianze. Esse dicono che le guardie sembra diventino immuni ai sensi di colpa e per questo recano violenza ai detenuti. Come se le norme sociali implicite del proprio ruolo prendessero il sopravvento sul ruolo stesso e sui sentimenti legati al proprio lavoro. In quest’ottica il lavoro passa dall’essere un’esperienza da cui trarre arricchimento personale ad essere un’esperienza che deve rispettare determinate regole sociali, eliminando da essa il lato umano e fondamentale dell’attività lavorativa stessa.

Può la storia di Stefano Cucchi essere una delle tante testimonianze della veridicità di questo esperimento? Come si può contrastare la depersonalizzazione in un ambiente lavorativo delicato come quello del carcere? Spero che il tempo riesca a rispondere a questi interrogativi, facendo in modo di limitare sempre di più avvenimenti disumani come la morte di Stefano Cucchi.

Andando oltre le solite categorie di giusto o sbagliato, innocente o colpevole, la psicologia ha il compito di rispondere a questi interrogativi sociali. Nessuno più della ricerca in questo campo può essere d’aiuto nel capire come migliorare le condizioni di vita di tutti. Benché spero sia noto a tutti, sottolineo come con questo articolo non si intende dire che tutte le guardie provocano violenza e abuso, lungi da me fare ulteriori categorizzazioni sociali basate su pregiudizi che non possono che aumentare il clima di odio in cui viviamo. Piuttosto si intende parlare di una realtà sempre stata presente nella società e sulla quale bisogna intervenire per tutelare tutti, sia i prigionieri che le forze dell’ordine.

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