La solitudine dei social network: nuovo fenomeno generazionale?

Alex Rossi

La solitudine dei numeri zero: considerazioni sulla vita adolescenziale di dieci anni fa

Correva l’anno 2008, avevo 16 anni e mi ritenevo tra i ragazzi socialmente più emarginati nella storia del mondo. Quello stesso pensiero era condiviso da migliaia di adolescenti in Italia. Oggi, forse, sono milioni.

Dodici anni fa non c’era Facebook, o meglio, non era così diffuso come lo è oggi, gli squilli di MSN scandivano le nostre giornate e chi non aggiornava il proprio Netlog era il reietto del quartiere.

Gli AVM di Dragonball con i Linkin Park in sottofondo giravano tra i banchi di scuola più dei compiti copiati e tutti noi vivevamo nel nostro mondo ovattato, fatto di chat, @hotmail.it e webcam.

Avevamo noi, quasi trentenni, anche una canzone identificativa, un inno comune che, a distanza di anni, tutti non saremmo in grado di ricordarla a memoria, parola per parola, o almeno a canticchiarne il ritornello.

“Welcome to My Life” by Simple Plan
To be hurt, to feel lost
To be left out in the dark
To be kicked when you’re down
To feel like you’ve been pushed around
To be on the edge of breaking down
And no one there to save you
No you don’t know what its like
Welcome to my life
Nessuna canzone avrebbe potuto descrivere meglio la solitudine che ho provato, che abbiamo provato io e gli altri adolescenti, passando i pomeriggi chiusi nelle nostre piccole anguste stanze, al buio,stesi su un letto o seduti di fronte a una scrivania.
Sempre sul punto di crollare,sempre all’affannosa ricerca di un contatto umano impossibile. Sempre, maledettamente, più solo.
Dei numeri zero, impossibili per essere misurati anche con un microscopio. Un valore x tendente a  meno infinito: ecco come ci sentiamo, noi adolescenti degli anni zero. Oggi, se possibile, la situazione è pure peggiorata.

Hooligans da tastiera

Secondo Wikipedia, il termine “hoolingans” è inglese, ed indica soggetti dal comportamento scurrile, violento, indisciplinato o ribelle. Una volta questa parola veniva utilizzata per descrivere i cosiddetti “criminali da stadio”, ma oggi essa si sposa dannatamente meglio con il mondo del web.

Tifosi di calcio, fan di politica, film,  Serie TV, youtuber o influencer: una massa informe, pronta a scannarsi alla caccia di un “like” o di un “love” (cuoricino). A chi importa se, dietro lo schermo, si nasconde un essere umano fatto di carne ed ossa. L’importante è raggiungere almeno le 100 emoticon.

Dai social network, ormai, si è in grado di controllare le masse, quasi meglio di quanto hanno fatto le religioni.
Tu sei contro di me? Allora sei un leghista, un pdiota, un grillino o che so altro.
Almeno noi, dieci anni fa, ci limitavamo alla solitudine, senza scannarci tra di noi: oltre al danno, pure la beffa.

I videogames sono i nuovi social?

Ormai i videogames sono una realtà radicata ed immutabile della nostra società. Ne è testimone “Libero” : il quotidiano del profondo settentrione è un promotore di una campagna contro i divertimenti videoludici, osservando come questi servano a distruggere le menti dei giovanissimi, sino a renderli dei criminali.

Ovviamente con Xbox e Playstation è meglio non eccedere, ma ad oggi li ritengono strumenti tecnologici ben più educativi dei social network.

Spirito d’iniziativa e gioco di squadra sono i principali requisiti, senza poi mettere mano ai giochi di strategia, dei veri e propri rompicapi moderni dove vengono premiate astuzia ed intelligenza; attorno a questi, grazie ai social, si sono create delle vere e proprie community di ragazzi pronti a sostenersi e ad aiutarsi a vicenda.

Ne sono un esempio lampante i 23000 italiani che lo scorso weekend si sono trovati per tifare i propri connazionali ai mondiali VGC di Pokemon. Dunque,possono i videogames essere una cura contro gli “hooligans da tastiera”?

Certamente no, ma almeno possono ricreare quel clima di solidarietà ed identificazione che abbiamo vissuto con i Simple Plan.

Per i leoni da PC esiste un’unica cura possibile:

“Sei permabannato,stronzo”

 

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