Dal 23 al 25 marzo a Rimini si terranno i “Glory Days”, evento internazionale dedicato ai fans di Bruce Springsteen. Per l’occasione, raccontiamo cosa significa amare il “Boss”, attraverso la storia di un padre e una figlia

download-2 Il mito che non tramonta mai: Bruce Springsteen, rocker senza tempo

Partimmo all’alba. Mio padre voleva assolutamente arrivare almeno tre ore prima del concerto. Avevamo sonno, ma la felicità si percepiva lontano un miglio. Firenze dista qualche ora da Roma, eppure sembrava di percorrere l’Italia dai piedi alla testa. Non si arrivava mai. L’agitazione era tangibile nei nostri occhi e nei discorsi assonnati che facevamo. “Ma ci credi che andare con mia figlia al concerto di Bruce Springsteen, è sempre stato il mio sogno?”. Quella passione per il Boss, quelle canzoni che mio padre mi faceva ballare da piccola, quel “Born in the USA” urlato in macchina, tutto avrebbe preso forma quella sera. Due generazioni sotto le stelle dell’Artemio Franchi. L’attesa fu bellissima. Mio padre mi raccontò del suo amore per il boss. Ascoltavo le sue parole e non vedevo più mio padre cinquantenne, ma un ragazzo di 20 anni come me che amava la vita, la musica, il rock.

Bruce Springsteen salì sul palco e il tempo si fermò all’improvviso. Il  mondo era fermo lì, si era inchinato ai piedi di quell’uomo senza età. Ballavamo nel buio.

La pioggia scendeva come se volesse celebrare quell’apoteosi musicale. Ogni goccia, una nota. Ogni nota, un pezzo in più dell’amore di un padre e una figlia. Eravamo due amici, come se ci fossimo conosciuti lì, al concerto. Il boss stava dialogando con noi. Lo stava facendo con tutti. Andò avanti per quattro ore. Ricordo che mio padre mi aveva avvertito: “Lui non si stanca mai, è una vera Rock Star”, ma forse non ci avevo davvero creduto. Invece fu così. Nonostante la pioggia che non cedeva, nonostante le ossa sembravano crollare e davanti il muro d’acqua non si apriva nemmeno un  varco. Lui suonava, faceva il suo dovere. Sembrava di vedere un Dio. Non era un concerto, era una celebrazione.

bruce-springsteen-firenze-20123-320x213 Il mito che non tramonta mai: Bruce Springsteen, rocker senza tempo

Lì. quella sera, c’era l’America. C’erano le camicie a quadri, i cappelli da Cow-boy. C’era la ribellione del rock. C’era un certo Bruce Springsteen che non ci mollava.

Ci riparammo sotto le transenne. Non volevamo tradire il Boss. Andare via sarebbe stato come interrompere un bel sogno. Ma la pioggia aveva deciso di riportarci alla realtà. Resistemmo quasi fino all’ultimo, poi ci incamminammo verso la fermata. Io e mio padre camminavamo a cinque metri dall’asfalto. Non riuscivamo a dire una parola. Eravamo zuppi. Credo che pensammo di non riuscire più a tornare a casa. Ma era come se non ci dispiacesse. La sua voce, la sua presenza. L’idea che Bruce Springsteen fosse lì per noi. Non volevamo lasciarci tutto questo alle spalle.

Non successe mai, non lo dimenticai. Quel concerto lo indosso tutti i giorni. Se ci senti parlare, a me e mio padre, puoi sentire le note del boss nelle nostre corde vocali. Quello che mi disse mio padre quella sera, quello che mi confessò sul suo Bruce Springsteen, quello ci legò per sempre. Più del sangue che avevamo in comune.

“Springsteen per me ha rappresentato un mix esplosivo di tutto ciò che ho amato nei primi anni ottanta. Bruce Springsteen è un po’ Dylan, un po’ Elvis, un po’ Woody Guthrie, e perché no, anche un po’ Mick Jagger. La sua anima è rock, ma anche R&B, con le sue venature acustiche e il suo essere “istrionico”. Bruce Springsteen è il racconto di una certa America degli anni cinquanta, quella del New Jersey lasciato a morire.

Ogni sua ballads, da “I’m Fire” a “My hometown”, a vinili come “Nebraska”, o hit pazzesche come “The river”, tutte hanno dentro un pezzo di quella sua terra.

Quella parte di mondo fatta di un continuo intersecarsi di razze, di vite. Bruce Springsteen ha messo in musica il sogno Roadie, quello di una generazione del sessanta come la mia, che è nata sui libri di Ginsberg e Kerovak. Un viaggio Coast to Coast fisso negli occhi di ognuno di noi. Poi i suoi live, la sua E street band con veri fenomeni. Da Little Steven, a Clarence Clemons, senza dimenticare Danny Federici, tutti capaci di tenere il palco per 4 ore anche oggi  alla soglia dei ’70. Posso dirlo, lunga vita al Boss!”

 

 

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