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Un caffè con Dario Matassa: Sperimentare e scegliersi per un futuro sui social

Un caffè con Dario Matassa: Sperimentare e scegliersi per un futuro sui social

Tutti lo conoscono come Dario di “Space Valley”, il celebre talk show di Youtube, ma Dario Matassa è molto di più. Scrittore, Youtuber e Speaker. Diverse facce di una sola persona, pronta a conoscersi sempre di più, che si racconta a The Web Coffee. Il tempo di un caffè con Dario Matassa, per scoprire chi è e cosa pensa.

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Un caffè con Dario Matassa: Da Space Valley al successo letterario

  1. Innanzitutto parlaci un po’ di te, chi è Dario?

 

«Partiamo con una domanda esistenziale e complicata. Sono un ragazzo di Bologna di 25 anni, un ragazzo che si è sempre sperimentato molto. Ho sempre avuto a cuore la dimensione artistica che ho cercato di sperimentare in più modi possibili, dalla scrittura, alla musica da YouTube, alla radio. Sono sempre stato molto attivo e predisposto allo sperimentarmi in merito all’espressione di sé e dei propri pensieri.»

 

  1. Ovviamente hai seguito un percorso abbastanza scandito, fatto di tappe ben precise, che stai tuttora cercando di raggiungere. Quindi, chi vuol essere Dario?

 

«Sto ancora cercando di capire, chi voglio essere. Ho sicuramente affrontato esperienze rilevanti dal punto di vista personale oltre che professionale. Per quanto, dall’esterno sia significativo che un ragazzo di 25 anni riesca a pubblicare il suo primo libro, in realtà sto ancora sperimentando chi voglio essere.

Ho fatto delle cose, ma non mi sono ancora fermato e credo sia ancora lontano il mio arrivo in porto. Credo sia una mia caratteristica: Ogni volta che faccio qualcosa, sono già pronto a guardare altri orizzonti. Sono felice di quanto ho fatto e ottenuto fino ad ora, ma trovarsi è un qualcosa di molto distante da me.»

 

  1. Tra le varie strade che hai percorso nella tua vita, una che ha sicuramente contribuito alla tua crescita è stato il progetto “Space Valley”. Cosa ha rappresentato per te e quanto ti ha lasciato questa esperienza?

 

«Space Valley è stata una grandissima esperienza per me, forse la più importante della mia vita. La più lunga in termini di durata. Come ho già detto ho sperimentato tante situazioni, oltre all’università e ai corsi accademici, ma questa è stata la prima con cui ho potuto davvero mettermi in gioco con un team e costruire qualcosa da zero.

Ho imparato tantissime cose anche su di me, ho messo in pratica cose che conoscevo solo a livello teorico, ho scoperto il business che c’è dietro Youtube, il marketing che si può fare con una community. Ho capito tante cose, in parallelo di me stesso. È stata una grandissima palestra professionale, su un mondo che non conoscevo minimamente, un vero percorso educativo con cui capire qual è la tua vera dimensione.»

 

  1. I social network sono ormai la nuova frontiera del lavoro, dove, con il tempo sta diventando sempre più difficile farsi strada. Anche tu hai riscontrato lo stesso disagio quando hai iniziato con Space Valley o ne hai risentito dopo, quando hai scelto di proseguire autonomamente?

 

«Assolutamente sì. L’ho riscontrata alla grande, dopo diverso tempo che facevo parte del progetto.

Credo sia difficile prendere consapevolezza di una dinamica, all’istante, ci vuole tempo. Personalmente mi considero un diesel delle cose: Ho bisogno di tempo per attivarmi, mettere in moto e iniziare a carburare, solo dopo un po’ inizio a prendere confidenza con quello che sto facendo.

Credo sia una caratteristica comune di tutti coloro che si espongono online, di chi fa un lavoro d’immagine.

Perché c’è un primo momento in cui tutto sembra entusiastico, ma col passare dei giorni e dei mesi, viene fuori il tuo lato reale e lì capisci cosa sei tu rispetto a ciò che ti capita. Credo sia molto utile non farsi surclassare dalle cose, ma rallentare e ritrovarsi per capire chi siamo e dove collocarci.»

 

  1. Dalle tue parole è evidente che tu non ti sia mai pentito delle tue scelte, ma anzi sei sempre stato sicuro in tutto ciò che hai fatto.

 

«Credo che sia difficile pentirsi di qualcosa che si è fatto per andare incontro a sé stessi. Magari può succedere, qualche volta ti svegli e sei pentito, ma si fanno determinate scelte e nel presente sei quella persona che è frutto delle scelte che ha fatto. Ed è un qualcosa che voglio preservare, per capire chi voglio essere e come voglio pormi nei confronti nel pubblico.»

 

  1. Dato che stai costruendo una personalità a 360° gradi, che possa quindi ampliarsi a vari settori, c’è qualcuno a cui ti ispiri o che ti hai ispirato anche nel tuo percorso di scrittore?

 

«Io ho iniziato a scrivere prima di cominciare a leggere. Questo mi ha garantito la possibilità di avere una mia dimensione fin da subito. Quando ho cominciato a leggere articoli, libri di saggistica ne sono stato totalmente affascinato. Sostanzialmente non c’è qualcuno a cui mi sono davvero ispirato, sono un onnivoro in tutto ciò che faccio e questo mi porta a non avere un modello di vita preciso.»

 

  1. Arriviamo dunque al Dario Scrittore. Hai detto di aver imparato a scrivere, prima di imparare a leggere e su questa base hai intrapreso anche la strada di scrittore con il romanzo “Non ti ho chiamato amore ma ti ho pensato tale”. Il titolo vuole suggerire una storia d’amore? Ti sei ispirato a fatti personali o è puramente frutto dell’immaginazione?

 

«Non lo riesco a definire romanzo. Perché per me è una raccolta, una raccolta di frammenti, di situazioni, di persone che forse esistono e forse no. È un qualcosa con cui ho scelto di rappresentare la mia carriera di scrittore su carta. L’amore c’è e non c’è.

Io avevo molta paura del titolo ma ne ero al contempo affezionato perché racchiude quello che è il concept del libro.

In realtà io ho utilizzato l’amore, perché per me l’amore è qualcosa di assolutamente discrezionale. Puoi farne l’uso che vuoi, puoi viverne qualche aspetto o solo le conseguenze. C’è e non c’è. Dentro ci sono conseguenze dell’amore, ci sono tante allusioni, il concetto in sé è molto sospeso.»

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  1. Al momento c’è qualche progetto che bolle in pentola?

 

«Sempre per complicarsi la vita e per non farsi mancare niente, io sto già pensando al secondo libro, sogno il secondo libro, perché il primo mi ha già insegnato tantissimo. È stata un’esperienza talmente piena e profonda in merito al mio modo di scrivere, lo amo più per ciò che mi ha insegnato che per il prodotto in sé.»

 

  1. A qualsiasi giovane decida di buttarsi nel ramo social per sviluppare una possibile carriera, quali consigli ti sentiresti di dare?

 

«Scegliersi. Ho un po’ paura a dare consigli. È molto facile che un consiglio diventi dictat. Io ho avuto molto fortuna, ho avuto i numeri, sui social, che ad oggi sono un biglietto da visita che purtroppo o per fortuna viene preso molto in considerazione da una casa editrice o da chiunque voglia venderti.

A chiunque voglia lanciarsi in tutti questo direi di scendere a compromessi. Ci si può buttare, prima di scegliersi, ma se sei dentro qualcosa, trova te stesso in quel contesto. Il mio consiglio quindi è fate cose, mettetevi alla prova soprattutto in ambiti in cui credete di non avere nulla da imparare e tenetevi sempre ben presenti.»

 

  • Crescere sui social non è semplice. Come hai detto ci vuole fortuna, ora che stiamo diventando sempre più dipendenti dalla tecnologia, ora che tutto è più semplice e veloce, ora che l’essere smart si sta sostituendo alla capacità di apprendere. In questo contesto, senti di essere più social o sociale?

«È un argomento molto vivo dentro di me. Ci rifletto continuamente e personalmente mi ritengo più sociale, perché credo che trovarsi con le persone, in contesto storico e sanitario come quello d’oggi, è veramente difficile. Io credo che il covid abbia dato delle grosse opportunità di riflessione in un momento in cui veramente, c’era necessità di aggregarsi, di stare insieme fisicamente, di fare comunità.

Adesso non si può fare e sembra assurdo che proprio nel momento in cui la tecnologia è arrivata ad essere messa in discussione, dobbiamo usarla necessariamente per stare insieme. Io fruisco e approfitto della comodità del web, ma mi rendo conto che niente mi dà quello che mi dà una cena con gli amici.

Faccio sempre l’esempio di una cena in agriturismo di qualche tempo fa, dove eravamo io, la mia ragazza e un gruppo di estranei allo stesso tavolo. Niente cellulari, niente social, solo noi in una cena in compagnia e sotto le stelle.

E lì ho capito che questo e ciò che ci crea veramente un ritorno reale, che è impossibile trovare sui social in termini di riscontro emotivo, ragion per cui credo che arriverà il momento in cui sentirò di dovermi prendere una breve pausa.»

Con queste parole ci congediamo dal caffè con Dario Matassa, con la promessa di un nuovo incontro in previsione di nuovi progetti, augurandogli di proseguire la sua strada, per riscoprirsi e ritrovarsi.

 

 

 

 

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