La scala Kinsey e la sessualitá fluida

Sará capitato anche a te, magari con un certo slancio negli anni dell’adolescenza, di farti delle domande sulla tua sessualitá. È normale, lo fanno tutti e chi non lo fa mente. Probabilmente, a distanza di giorni, mesi o anni dal quel momento hai finalmente trovato la tua etichetta, la definizione del tuo orientamento sessuale che, se tutto va come deve andare, i posteri avranno il buon cuore di scolpire sul tuo epitaffio.

Purtroppo, se avessimo dato piú credito agli studi del sessuologo Alfred Kinsey, a quest’ora ti saresti risparmiato un bel po’ di tempo di paranoie e probabilmente della pubertá conserveresti un ricordo, se non bello, almeno accettabile. Per colpa della nostra educazione siamo, infatti, sempre alla ricerca di un nome con cui identificarci per inserirci nel mondo e quando sentiamo di non rientrare in una qualsiasi categoria, allora ci sentiamo degli esclusi.

Eppure basterebbe accettare la pura realtá: non tutte le cose sono bianche o nere.

Questo è quello che il biologo e sessuologo statunitense Kinsey scrisse ne “Il comportamento sessuale dell’uomo”: un trattato sulla sessualitá maschile che insieme al volume “Il comportamento sessuale della donna” costituisce il cosiddetto “Rapporto Kinsey”. È proprio grazie ai suoi studi che dobbiamo la Heterosexual-Homosexual Rating Scale meglio conosciuta come “scala Kinsey”: un sistema di classificazione degli orientamenti sessuali in un range che va da 0 a 6, dove 0 e l’esclusiva eterosessualitá mentre il 6 la totale omosessualitá mentre ció che sta in mezzo sono sfumature intermedie di entrambi gli orientamenti:

  • 1 eterosessualitá con una leggera tendenza all’omosessualitá
  • 2 eterossessualitá con una forte componente omosessuale
  • 3 bisessualitá e, quindi, tendenze ugualmente eterosessuali che omosessuali
  • 4 omosessualitá con forti tendenze eterosessuali
  • 5 omosessualitá con leggere tendenze eterosessuali

Kinsey, nei suoi studi analizzó piú di 18.000 casi e arrivó alla conclusione che la percentuale di omosessualitá maschile all’interno della societá americana è del 10%. Inoltre le sue statistiche rivelarono che circa il 46% degli intervistati aveva avuto rapporti con entrambi i sessi e il 37% almeno un’esperienza omosessuale. Per quanto riguarda le donne tra i 20 ai 35 anni invece constató che il 7% tra le single e il 4% tra le sposate corrispondeva ad un 3 della scala, mentre tra il 2-6% ad un 5 e, infine, tra l’ 1-3% ad un 6.

Il proposito di Kinsey non era quello di aggiungere ulteriori definizioni alla moltitudine delle giá esistenti o di sdoganare la sola categoria dell’omosessualitá, bensí quello di dimostrare che la sessualitá è molto meno rigida di come l’uomo si sia imposto di credere.

Nonostante la scala non tenga conto di diversi fattori (per esempio non fa distinzioni tra orientamento sessuale e orientamento romantico) l’intuizione di Kinsey non fu affatto da poco soprattutto considerando cosa significava addentrarsi in un terreno tanto impervio negli anni’ 40, quando l’omosessualitá era ancora perseguibile per legge.

Oggi questo concetto è stato ripreso e modellato nella definizione di sessualitá fluida ovvero  nel concetto di una sessualitá che varia nel tempo. Diversi studiosi ipotizzano che la fluiditá sessuale sia effettivamente il nostro orientamento primario e che cambi in base a fattori quali spazio e cultura. Quindi nell’ arco dell’ esitenza un essere umano puó ritrovarsi a desiderare cose differenti in base alle occasioni che gli vengono offerte. Ció non significa affatto che una persona debba avere a tutti i costi pulsioni sessuali per entrambi i sessi ma che se la cosa dovesse avvenire sarebbe solo un naturale rispondere agli istinti.

Quindi, anche se a volte ci sembra rassicurante incasellarci per confermare la nostra esistenza sarebbe bello se riuscissimo ad accettare che non tutto sia catalogabile e anzi imparare ad apprezzare la nostra propensione al cambiamento. D’altronde se non fossimo stati in grado di cambiare a quest’ora staremo probabilmente ancora dando la caccia ai mammut.

 

Fonti: chiavepsicologica.it, wikipedia.org, psychiatryonline.it