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GLI INTERNATI: cronache di una camicia di forza

Giuly, come ero abituata a chiamarla, mi strattonò e mi spinse verso un angolo del salone e mi urtò più di una volta il fianco con il suo gomito appuntito.

“Ma cosa vuoi, sorellaccia?! Mi stai trapanando un fianco, te ne rendi conto?” e lei si fece subito seria e mi disse:

“Guarda quel ragazzo lì, è identico a quel ritratto che disegnavi quasi ogni domenica quando papà ti portava gli album ed i carboncini colorati. Come facevi a conoscerlo?”.

Io non lo conoscevo, ma sentì un impulso strano.

Era bellissimo, cioè, non un uomo di quelli belli belli, ma un uomo di quelli strani.

Avrà avuto poco meno di trenta anni, aveva un viso di quelli simpatici, ma spenti da qualcosa di grande che aveva sicuramente colpito negativamente la sua vita.

Quanto avrei voluto avere quelle autoreggenti!

Mi sarei avvicinata se avessi avuto il coraggio.

Ese non avessi avuto tra i piedi quella guastafeste di mia sorella.

 

MMMM… avevo trovato il lato positivo del manicomio. Che cosa mi importava più dell’amnesia e del non sapere come mi trovassi lì.

Io quella notte sarei entrata nella sua stanza, gli avrei legato il braccio destro al letto con il pantalone del pigiama e gli avrei fatto passare ogni trauma.

“Mia sorella non deve saperlo! Non deve saperlo! Si dice che i gemelli siano un po’ telepatici.

Beh, Giuly, azzera il cervello, perchè quello che farò stanotte potrebbe spaventarti parecchio!”

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