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Da Le Vin de Merde al Bernarda: le etichette più irriverenti

Le etichette più irriverenti

Le etichette più irriverenti: sfacciataggine e nomi “osé”

Etichette irriverenti, nomi osceni e proposte osé: probabilmente frutto di un’ardita strategia di marketing, in ogni caso una mossa audace, divertente…e anche decisamente vincente!

D’altronde, si sa, in vino veritas, e la sincerità ben si abbina al linguaggio diretto e senza freni inibitori.

Inoltre, il vino inebria i sensi, ed avere un nome evocativo, un’etichetta che attiri l’attenzione, aiuta senz’altro.

Ecco, dunque, il lato irriverente del vino con alcune tra le etichette più sfacciate di sempre!

Le etichette più irriverenti: Soffocone di Vincigliata

Qui assistiamo all’exploit della goliardìa fiorentina: tale vino, viene prodotto dall’azienda del famoso artista norvegese Bibi Graetz, il quale non so limita al nome, ma ripete ampiamente il concetto anche nell’etichetta.

A Firenze, la parola “soffocone” (e non solo a Firenze) designa in modo piuttosto colorito e volgare l’atto della fellatio.

Bibi norvegese d’origine, ha tuttavia assimilato bene i modi di dire toscani, e spiega egli stesso il motivo della sua scelta “particolare”: a Vincigliata, la località in cui sorge la sua azienda è famosa per essere un luogo in cui le coppie amano appartarsi, per così dire.

Ma Graetz non si è fermato qui: essendo di base un artista, pittore, disegnatore ed incisore, ha deciso di abbinare a questo goliardico nome un’etichetta ovviamente abbinata!

Incisa all’acquaforte, decisamente stilizzata, si riconosce tuttavia tranquillamente una donna nuda inginocchiata.

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Le etichette più irriverenti (ph. catawiki)

Le etichette più irriverenti: Rosso Bastardo

Avete qualcuno in particolare antipatia ma siete costretti a fargli un regalo? Questa bottiglia chiarirà senza dubbio i vostri sentimenti per il ricevente.

Prodotto dalla cantina Cesarini Sartori, deve il nome alle località in cui vengono raccolte le sue uve.

Tutta colpa della geografia, dunque: esiste infatti un paese in Umbria, una frazione di Giano dell’Umbria più precisamente, denominata Bastardo, che ha preso il nome da un’antica stazione di posta lungo Via Flaminia, l'”Osteria del Bastardo“.

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Le etichette più irriverenti (ph. OrvietoClassico)

Le etichette più irriverenti: Le Vin de Merde

Voliamo in Francia con quest’altra etichetta particolarmente evocativa, la cui mosca disegnata sopra rafforza ulteriormente il concetto.

Il produttore, Marc Speziale, titolare del ristorante La Terasse di Aniane,  utilizzò questo espediente per far comprendere agli avventori che disdegnavano i vini rossi della zona, quanto i vini di Languedoc fossero invece ottimi nonostante la loro terribile fama.

Un vino provocatorio, in sostanza: si tratta di un rosso ottenuto da uve syrah e grenache, da cui si ottengono anche ottimi rosati, e sull’etichetta spicca la didascalia “Le pire cache le meilleur” (il peggiore nasconde il migliore).

Resta ad ogni modo un vino per collezionisti di etichette audaci, non una bevanda da intenditori, certo.

Tuttavia l’esperimento è ben riuscito: Speziale ha ottenuto un’ottima pubblicità per il suo ristorante e le bottiglie vengono regolarmente vendute.

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Le etichette più irriverenti (ph. winesearcher)

Le etichette più irriverenti: Amis da Barbisa

Si tratta di un vino piemontese, un Barbera d’Asti prodotto dall’azienda Bertolino J’Aime. Un vino strutturato, morbido, secco e acidulo, decisamente buono.

Dov’è l’irriverenza, vi chiederete. Ebbene, “Barbisa” è un termine dialettale che sta per vulva, dunque il nome del vino vuol dire esattamente “amico della vulva”. Il disegno di un calice stilizzato riportato sull’etichetta, che ricorda non troppo vagamente un pube femminile, sottolinea adeguatamente il significato.

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Le etichette più irriverenti (ph. Bertolino Azienda Agricola)

Le etichette più irriverenti: Bernarda

Prodotto in Piemonte con uve bonarda e barbera, il nome nasce appunto dall’unione di questi due vitigni. Ma il doppio senso è ampiamente voluto, non temete: il produttore Christian Trinchero non offre spazio ai dubbi, stilizzando un corpo femminile nudo sull’etichetta.

Ma il vino non fa distinzioni di genere: abbiamo infatti il Bricco dell’Uccellone prodotto dall’azienda Braida, che originariamente doveva essere un omaggio all’anziana vicina di casa del vignaiolo, una donna attempata soprannominata “uccellone” per la sua abitudine di vestirsi di nero.

Non dimentichiamo il Pelaverga: no, non è un consiglio, bensì il nome di un vitigno piemontese.

E ancora, lo Scopaio, taglio di Cabernet Sauvignon e Syrah, che deve il “doppio senso” alla località Lo Scopaio vicino a Castagneto Carducci, lo spumante Addio cugghiuna (“addio coglioni” in siciliano) ed un Brunello di Montalcino denominato Bionasega.

Quest’ultimo è un Rosso Igt prodotto da Rodolfo Cosimi, che pare prendersi gioco il mondo biologico.

Il senso del nome, infatti, è Bio una sega, ovvero col cavolo che questo vino è biologico!

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Le etichette più irriverenti (ph. parolacce.org)

Insomma, nomi volgari, vagamente sessisti, osceni ed irriverenti, tuttavia una vera mano santa per il marketing.

Cos’altro dire se non, chapeau!

 

(Fonti: drinksco.it)

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