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Cultura
Le identità di genere e il dibattito sulla comunicazione inclusiva

Le identità di genere e il dibattito sulla comunicazione inclusiva

Ormai, quando si parla di sessualità, abbiamo ampiamente superato l’idea del dualismo assoluto e, seppur con riserva, dobbiamo ringraziare la rete che ci ha permesso di conoscere realtà che vanno ben al di là del nostro comune di appartenenza.

Tuttavia il nostro modello sociale storicamente getta le basi sul presupposto che al mondo esistano due generi biologici e altrettanti identità nelle quali riconoscersi e che tutto quello che prescinda da questa dualità sia un’eccezione a conferma della regola.

Diversamente, invece, da quanto si possa pensare, al mondo esistono più di 23 identità di genere, un numero che cresce di pari passo con la consapevolezza che, sebbene ogni individuo sia limitato da un corpo che occupa uno spazio fisicamente ben definito, in proiezione non sia che un numero inesauribile di variabili di cui adesso non comprende che una piccolissima parte.

Per esempio definiamo Cisgender o cisessuale un individuo nel quale sesso biologico, identità di genere e ruolo sociale coincidono. Statisticamente è l’identità nella quale si riconoscono la maggior parte delle persone ed è per questo considerata la “normalità”. Definiamo, invece, con il termine ombrello transgender o transgenere chi non riconosce la propria identità di genere nel sesso biologico di cui é affidatario. Con esso vengono indicate tutte le identità che non rientrano in quelle tradizionali. Si parla quindi di bigender, crossdresser, transessuali ecc. Sempre in quest’ultima categoria è la definizione di genderqueer o genere non-binario, che si riferisce a tutti gli individui che non riescono a collocarsi in nessuna delle due identità tradizionali e per questo si ritengono appartenenti a una cosiddetta terza categoria.

La lista, come per quanto riguarda di orientamenti, non prevede una fine ma è in continua evoluzione. Né la scienza né la psicologia sono in grado tutt’ora di fornire una spiegazione univoca per quanto riguarda le origini dell’identità di genere. Sarebbe, infatti, superficiale pensare che la sua costruzione dipenda esclusivamente dalla natura. La cultura all’interno della quale cresciamo, infatti, ci plasma, dettando i parametri in cui condurre la nostra esistenza e di conseguenza modificando inevitabilmente la percezione che abbiamo di noi stessi. Un individuo che all’interno di un determinato contesto sociale si riconosce per esempio nell’immagine, negli atteggiamenti e nei valori di un determinato sesso non può escludere a priori che, seppur nella stessa sostanza biologica, in un altro sistema di riferimento egli non possa rivedersi in un genere differente.

Quando si parla di identità bisogna tenere ben presente che i termini “maschio” e “femmina” sono appartenenti al vocabolario prettamente scientifico dove un individuo che presenta due cromosomi X è definito “femminile” mentre un individuo che presenta i cromosomi XY è considerato “maschile”. Quando, invece, ci si addentra nel discorso di identità di genere il linguaggio è molto differente nonostante i termini utilizzati siano inspiegabilmente gli stessi. Chi risponde di un sesso non è solo colui che possiede l’organo riproduttivo corrispondente ma è chi di questo genere abbraccia tutta la struttura culturalmente costruita all’interno della collettività.

Negli anni una sempre maggiore attenzione a questa tematica ha allargato i confini del discorso anche a campi che, ad un primo sguardo, con la sessualità hanno ben poco a che fare. Uno dei punti caldi è proprio la comunicazione e il linguaggio: si parla di cambiare il modo di scrivere avvalendosi del concetto di inclusività. Queste nuove normative punterebbero all’introduzione di un vocabolario “neutro”, dunque super partes, che travalichi i confini dei due generi oppure a modificare i termini già esistenti che grammaticalmente prevedono solo il maschile introducendoli anche al femminile.

Dare una sentenza circa la necessità o meno di rivedere le basi della comunicazione è molto difficile. Sebbene si possa essere d’accordo con l’idea che il linguaggio non sia che un riflesso della mentalità del gruppo di appartenenza e quindi sia necessario limitare quanto più possibile le discriminazioni di genere, è anche vero, peró, che riprogrammare la comunicazione occidentale ripensandola in questi termini significherebbe scardinare le strutture ormai consolidate dai secoli ed è per questo un’impresa letteralmente di dimensioni titaniche.

Quello però che si potrebbe dire è che, prima ancora di passare al cambiamento pragmatico di una lingua, sarebbe necessario partire dall’accettazione della fluidità del mondo sessuale fornendo alle nuove generazioni gli strumenti adeguati per superare questo ostacolo in primo luogo educativo.

Nasciamo e cresciamo in un mondo che di regole ne ha già troppe. Se almeno avessimo la possibilità di non temere di esprimere a 360° ciò che riteniamo di essere, non sarebbe già una grande liberazione?

 

Autore: Morgana Meli

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