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Antonia Pozzi: una vita tra poesia e disperazione

Antonia Pozzi: una vita tra poesia e disperazione

Antonia Pozzi

Antonia Pozzi nasce a Milano il 13 febbraio 1912 da una ricca famiglia milanese benpensante e formalista; figlia della contessa Lina Cavagna Sangiuliani e di Roberto Pozzi – un importante avvocato milanese – fin da adolescente scrive poesie, conserva un diario di lettere e pensieri, coltiva molteplici interessi dalla natura alla fotografia, dalla passione per le materie letterarie – in particolare per Gustave Flaubert il quale diventa argomento di tesi – all’hobby della bicicletta.

 

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Antonia Pozzi – The Web Coffee

Le opere

Nonostante la brevissima vita di Antonia Pozzi si conoscono più di trecento composizioni e circa tremila immagini fotografiche – oggi è ormai riconosciuta un caso letterario. Per Antonia scrivere poesie rappresenta la ricerca della vera libertà, le consente di esprimere il suo autentico sentire di donna e l’immenso amore per il mondo, per la natura e la montagna.

 

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Antonia Pozzi – The Web Coffee

Il professore e l’amore proibito

Durante gli anni del liceo s’innamora di Antonio Maria Cervi, suo professore di greco e latino. I genitori ostacolano in tutti i modi il rapporto e il professore, sempre più intimorito, nel 1936 chiede il trasferimento a Roma troncando la relazione.

Gli anni universitari

Nel 1930 Antonia Pozzi si iscrive alla Facoltà di Lettere filosofia laureandosi con Antonio Banfi. Per la giovane donna sempre più complicato continua ad essere il rapporto col mondo maschile e intellettuale della propria epoca; vive con disagio anche la situazione politica e sociale del suo tempo, il cui clima sempre più cupo – «forse l’età delle parole è finita per sempre» scrive in quegli anni a Vittorio Sereni – sembra progressivamente influenzare il suo stato d’animo ed il suo sguardo sulla vita e in lei cresce, come scrive prima di togliersi la vita, quella “disperazione mortale” che l’accompagnerà al suicidio.

 

Sfiducia (16 ottobre 1933)

Tristezza di queste mie mani
troppo pesanti
per non aprire piaghe,
troppo leggére
per lasciare un’impronta

tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
parole tue
– altre cose intendendo –
e questo è il modo
della più disperata
lontananza.

 

3 dicembre 1938

Il 3 dicembre 1938 Antonia esce di casa. Va nella natura che ama tanto. Si sdraia nella neve sul prato antistante l’Abbazia di Chiaravalle. Ingoia un tubetto di barbiturici. A soli ventisei anni si suicida. Il padre, dopo la sua morte, distrugge molte delle sue poesie e il testamento, esercitando sulle sue pagine di diario e sulle sue poesie lo stesso controllo che pratica sulla figlia da viva. La gente non deve sapere, non è contemplato un rapporto affettivo diverso dai canoni tradizionali. Dichiara che ad uccidere Antonia Pozzi è stata una brutta polmonite.

 

Canto della mia nudità  (20 Luglio 1929)

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto

languore della mia capigliatura

alla tensione snella del mio piede,

io sono tutta una magrezza acerba

inguainata in un color avorio.

Guarda: pallida è la carne mia.

Si direbbe che il sangue non vi scorra.

Rosso non ne traspare. Solo un languido

palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.

Vedi come incavato ho il ventre. Incerta

è la curva dei fianchi, ma i ginocchi

e le caviglie e tutte le giunture,

ho scarne e salde come un puro sangue.

Oggi, m’inarco nuda, nel nitore

del bagno bianco e m’inarcherò nuda

domani sopra un letto, se qualcuno

mi prenderà. E un giorno nuda, sola,

stesa supina sotto troppa terra,

starò, quando la morte avrà chiamato.

 

Suor Onorina Dino

Suor Onorina Dino, curatrice delle opere di Antonia Pozzi, è stata per anni la fedele custode del prezioso materiale conservato nello studiolo di Pasturo, stanza di studio e di meditazione dove Antonia ha concepito e scritto alcune delle sue poesie più alte.  Il lungo lavoro, preciso e puntuale, della suora consente di avere il corpus completo dei suoi scritti (tutte le poesie, i diari, l’epistolario, la tesi di laurea) e delle sue fotografie. Tanto materiale che evidenzia gli interessi della giovane poetessa le cui molteplici esperienze non devono essere separate l’una dall’altra per evitare d’incappare in semplificazioni e incomprensioni del suo mondo creativo e culturale.

Antonia Pozzi nella cultura di massa

La sua poesia oggi è testimonianza di un’identità femminile straordinariamente attuale, la sua tragedia esistenziale sembra quasi eccentrica rispetto il proprio tempo, quel tempo che non le ha dato comprensione a partire dalla sua famiglia. La sua vibrante e appassionata voce poetica è stata conosciuta anche grazie ai numerosi studi a lei dedicati, alle traduzioni in inglese, tedesco, francese, portoghese ai film, alle mostre fotografiche a agli spettacoli teatrali ispirati alla sua figura, tra cui L’infinita speranza di un ritorno – vita e poesia di Antonia Pozzi prodotto da Farneto Teatro nel 2012, scritto e interpretato da Elisabetta Vegani, tra il novembre e dicembre 2018, per gli ottant’anni dalla morte di Antonia.

 

Bellezza (4 dicembre 1934)

Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.

Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.

Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi –

E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch’io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette –

 

 

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