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Daft Punk: epilogo di un mito lungo 28 anni

Daft Punk: epilogo di un mito lungo 28 anni

22 Febbraio 2021: la fine di un’era. L’epilogo, dopo ben 28 anni, di una storia che va al di là di ogni umana comprensione ed immaginazione, un lungo viaggio durato quasi tre decadi che ha appassionato milioni di persone. I Daft Punk si sono sciolti ed oggi, per commemorare la loro straordinaria carriera, ne racconteremo la storia.

Le origini del mito

La fondazione del duo risale al 1993, ma Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo ebbero modo di conoscersi durante gli anni del Lycée Carnot di Parigi ben 6 anni prima, per poi compiere i primissimi passi nel mondo della musica, assieme a Laurent Brancowitz, con la rock band Darlin’. Questa esperienza durò all’incirca un anno, complice una recensione fortemente negativa di Dave Jennings sulla rivista britannica Melody Maker, il quale li definì “a daft punky trash” (tradotto “un gruppetto di stupidi teppisti”).

Così, proprio nel ’93, i due si ritrovarono orfani di Brancowitz (il quale si unì ai Phoenix) e con un nuovo progetto tra le mani, ovvero i Daft Punk, sperimentando nel mondo dell’elettronica a suon di sintetizzatori e drum machine.

L’immagine pubblica dei Daft Punk fu particolarmente emblematica e significativa della loro stessa cifra stilistica, poiché decisero di apparire quasi sempre vestiti da robot. Bangalter ha spiegato in un’intervista: «Ci fu un incidente nel nostro studio. Stavamo lavorando con il campionatore e questo, esattamente alle 9:09 del 9 settembre 1999, esplose. Quando riprendemmo conoscenza, ci accorgemmo che eravamo diventati dei robot».

L’alone di mistero intriso di tinte robotiche – ispirato anche dal film del 1974 di Brian De Palma “Il fantasma del palcoscenico” – ben si conciliava con il mondo nel quale i Daft Punk agivano, fatto di virtualità, strumenti elettronici e campionature pop, oltre a ricongiungersi con l’immagine-madre di un’altra celeberrima band del passato come i Kraftwerk, padri fondatori del genere.

Il primo lavoro discografico risale al 1994, quando venne lanciato sul mercato, seppur in edizione limitata, “The new wave”, frutto di una demo dell’anno precedente inviata dal duo al co-fondatore di Soma Quality Records su cui è stato, per l’appunto, costruito il concept finale. Ma il primo vero successo arrivò nel 1995 con “Da Funk”, che raggiunse la top ten in Francia e in UK ed il primo posto nella classifica dance degli Stati Uniti.

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I primi album di successo

Inizialmente restii alla pubblicazione di un intero album, si accordarono con la Virgin Records nel settembre del 1996, avendo in concessione la propria indipendenza artistica, nonché la libertà di gestione della loro immagine privata e pubblica: da qui si svilupparono i presupposti per quello che fu il loro primo album, “Homework”, che uscì l’anno successivo.

Il disco fu presto riconosciuto come uno dei più influenti album dance del decennio: un mix innovativo di techno, house, acid house ed electro che gettò le basi per nuovi orizzonti sperimentali nell’ambito della house e dell’elettronica. Tra i singoli estratti quello più noto fu “Around the world”, noto anche per il suo particolare videoclip realizzato dal regista francese Michel Gondry (noto per il film del 2004 “Se mi lasci ti cancello”).

L’album fu prodotto nella camera da letto di Bangalter, riempita di apparecchiature e tastiere per l’occasione e e leggendo le istruzioni degli strumenti una volta al mese; seppur in una modalità così naïf ed artigianale, riuscì a vendere ben 2 milioni di copie nel mondo e ad ottenere 3 dischi d’oro ed altrettanti di platino.

La consacrazione definitiva avvenne nel 2001, con “Discovery”, complice anche una svolta decisa verso il synth pop e le sonorità della disco anni ’70 (tant’è vero che molti hanno notato un interessante anagramma nel titolo dell’album, ossia “Very disco”) che resero i brani di questo album più commerciali e celebri anche tra i profani del genere electro.

Tra i brani più importanti vanno ricordati “One more time”, “Digital love” e “Harder, better, faster, stronger” grandi successi nelle discoteche di tutto il globo, e la canzone “Face to Face” arrivò al primo posto nelle classifiche dei club statunitensi nonostante non fosse mai uscita come singolo. Da queste canzoni fu tratto il film “Interstella 5555” (2003), basato esclusivamente sulle canzoni dei Daft Punk, che appaiono nella pellicola stessa.

 

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Nel 2005 venne lanciato “Human after all”, lavoro discografico non esattamente in linea con lo stile precedente dei Daft Punk né tanto meno conciliante tra i pareri di pubblico e critica, che lo definirono ripetitivo e fin troppo sperimentale. Eppure, brani come “Robot rock”, “Technologic” (usato come colona sonora per lo spot di Alfa Romeo MiTo) e la title track “Human after all” ottennero un discreto successo ed il disco venne premiato ai Grammy del 2006 come miglior album elettronico dell’anno.

L’anno successivo uscì la prima ed unica raccolta di successi del duo, dal nome “Musique vol. 1 1993-2005”, accompagnata da una lunga cavalcata trionfale live, fatta di concerti in giro per il mondo a distanza di ben 9 anni dalle prime esibizioni e riscuotendo enormi consensi e plausi per lo spettacolo scenografico; il tutto venne inserito nell’album live “Alive 2007”, il quale vinse un altro Grammy nel 2009.

Il successo di “Random Access Memories” e gli ultimi anni

L’inizio degli anni ’10 ha segnato la prima ed unica collaborazione tra i Daft Punk e Disney, apparendo con un piccolo cameo nel film “Tron: Legacy” e curando la colonna sonora dello stesso, raccolta nell’omonimo album uscito nel dicembre 2010.

L’ultimo lavoro discografico dei Daft Punk, “Random Access Memories”, datato 2013, è un concentrato di elettronica mista a nuove sperimentazioni, le quali ebbero avvio già dal 2008 quando, come affermò Bangalter, le tracce si arricchirono di strumenti più “classici” quali basso, batteria e chitarre ed inoltre, cosa non meno importante, vennero strette delle collaborazioni con nomi molto illustri quali Giorgio Moroder, Pharrell Williams, Nile Rodgers ed il compositore Paul Williams.

Il concept si basava principalmente sul ritorno alle radici musicali degli anni ’70 ed ’80, seguendo come modelli i Fleetwood Mac ed i Pink Floyd, e ciò si è ampiamente riflettuto sulla tracklist: il primo dei cinque singoli lanciati, “Get Lucky”, fu un successo commerciale planetario, seguito poi da “Lose yourself to dance”, “Doin’ it right”, “Instant crush” e “Give life back to music”. Un vero plebiscito di pubblico e critica.

Dopo qualche anno di assenza, i Daft Punk sono tornati alla ribalta collaborando in due brani dell’album “Starboy” (2016) con il giovane talento canadese The Weeknd: i brani in questione furono la title track, “Starboy” appunto, e “I feel it coming”, eseguita dal vivo in occasione dei Grammy Awards del 2017.

Nello stesso anno, voci di corridoio parlavano di un eventuale “Alive tour 2017”, ma la notizia venne presto smentita, così come è stata recentemente negata l’esistenza di una collaborazione tra gli stessi Daft Punk e Dario Argento proprio lo scorso anno per il nuovo film di quest’ultimo, “Occhiali neri”, in uscita quest’anno.

La fine di un’era

 

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Lo scorso 22 febbraio si è consumato l’ultimo definitivo atto di questa lunga ed incredibile storia nel mondo della musica elettronica: in un video YouTube pubblicato sul canale ufficiale dei Daft Punk, intitolato “Epilogue”, Bangalter e de Homem-Christo compaiono in una sterminata distesa di terra, in un clima sereno, e la distruzione automatica avviata da uno dei due sul corpo dell’altro “automa” che dà vita ad una inesorabile esplosione e chiusura finale che recita “1993-2021”.

Una conclusione senz’altro criptica, enigmatica, poetica e solenne; un duo che ha attraversato tre decadi di storia della musica, penetrando su ogni fronte e genere, continuando a sperimentare e contaminare, pur restando uno dei capisaldi della musica elettronica degli ultimi vent’anni. Ed ora, non ci resta che dire: ai posteri l’ardua sentenza.

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