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“Innuendo” compie 30 anni: analisi di un capolavoro eterno ed immortale

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4 febbraio 1991. Un giorno come gli altri per molti, ma un giorno straordinariamente unico per tantissimi: “Innuendo”, quattordicesimo album in studio dei Queen, vide finalmente la luce, in quella che sarà l’ultima novità musicale per gli appassionati di rock ed i fans della band britannica, ma al tempo stesso l’ultimo lavoro con Freddie Mercury ancora in vita.

Prologo

Tutto ebbe inizio due anni prima, quando i Queen pubblicarono “The miracle”, rompendo un silenzio misterioso ed insolitamente lungo durato 3 anni dall’uscita di “A kind of magic”; nel mentre, Freddie proseguì con i suoi progetti da solista, pubblicando “Barcelona” nel 1988, in collaborazione con il soprano Montserrat Caballé.

All’epoca Freddie aveva già scoperto di aver contratto l’AIDS, mantenendolo segreto fino al novembre dello stesso anno, quando lo dichiarò ai tre membri della band.

Sebbene fosse appena terminata la promozione di “The miracle”, i Queen si rimisero subito all’opera per realizzare un nuovo album, ovvero “Innuendo”, passando gran parte del 1990 in sala d’incisione. Mercury, nonostante fosse nella fase conclusiva della malattia, scelse di continuare a dedicare le sue energie per il lavoro insieme agli altri componenti del gruppo, negando insistentemente il reale stato delle sue condizioni fisiche ai media.

Ma l’argomento tornò fortemente alla ribalta in occasione dell’apparizione dei Queen ai BRIT Awards del 1990 per il ritiro di un premio speciale inerente al fondamentale contributo del gruppo alla musica inglese, dove il cantante apparì visibilmente magro e sofferente.

La registrazione si divise tra i Metropolis Studios londinesi ed i Mountain Studios di Montreux (Svizzera), dove la band aveva già lavorato ad altri quattro album prima di questo, e le aspettative dei quattro membri e dei produttori prevedevano che il disco fosse pubblicato tra novembre e dicembre del ’90, ma il declino delle condizioni di salute di Mercury costrinsero a rimandare il tutto agli inizi dell’anno successivo.

 

L’album

Composto da ben 12 tracce, “Innuendo” si presentava come una raccolta di brani inediti i quali sfoggiavano una maturità artistica mai raggiunta prima dal quartetto inglese. La copertina del disco, così come dei singoli pubblicati in seguito, è ispirata alle illustrazioni di J. J. Grandville.

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Già dalla title track, “Innuendo”, si può intuire uno spirito di coesione che porta ad un risultato magnificamente maturo e profondo; un deciso urlo alla vita che invita alla purezza ed alla sincerità verso sé stessi: partendo da un incipit scandito da un rullo di tamburi, “Innuendo” si presenta come una composizione perfettamente bilanciata tra melodramma, rock, sinfonia, qualche cenno di pop e – come un coup de théâtre, tipico dello stile Queen – la sezione di bolero, eseguita magistralmente da Steve Howe (chitarrista degli Yes, ndr), tra le più celebri della storia della musica leggera contemporanea.

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La traccia venne subito definita come “la Bohemian Rhapsody degli anni Novanta”, e a buon motivo si può credere che i componenti della band abbiano cercato di portare ad ulteriore maturazione un già capolavoro all’epoca, come “Bohemian Rhapsody” appunto, rendendola più avvincente, comunque originale ma dannatamente teatrale.

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La tracklist prosegue con “I’m going slightly mad”, un pezzo decisamente ironico ma anche malinconico, dove il timbro quasi baritonale, sobrio e profondo di Freddie narra, perlopiù tra le righe, di quanto la sua condizione lo stia inducendo alla follia (forse dovuta all’effetto demenza portato dall’AIDS in alcuni casi), oltre che alla depressione per un finale già scritto ed inevitabilmente cupo.

Si riprende a ritmo di rock con le successive due tracce, ossia “Headlong” e “I can’t live with you”, entrambi composti da Brian May, in cui emergono i virtuosismi tecnici dei membri della band nella riaffermazione della natura rock, con accezione classica, della band stessa. Il ritmo si mantiene sostenuto, positivo e pressoché quieto, ma i Queen sono pronti come sempre a stravolgere e rimodulare il mood del disco.

E infatti arriva “Don’t try so hard”, vaga eco di quella “Who wants to live forever” di qualche anno prima che tanto aveva appassionato i cinefili nel film “Highlander” con Christopher Lambert: composizione mercuriana tragica e di respiro lirico, dove lo stesso Freddie alterna registri falsettistici a spiccati voli pindarici verso l’alto, squarciando le pareti del cielo con un ritornello potente, disperato e pieno di quel pathos che tornerà più in avanti nell’album.

Dopo aver ampiamente smorzato il tono frenetico, i Queen tornano a cavalcare l’onda del rock energico ed incalzante con “Ride the wild wind”, canzone scritta da Roger Taylor che in qualche modo suggerisce con la ritmica veloce e cadenzata un’assonanza con il rombo dei motori (di cui lo stesso Taylor ne era un grande appassionato).

A seguire “All God’s people”, in origine concepita da Mercury e Mike Moran per l’album solista del primo – ovvero “Barcelona” – ma riadattata in chiave queeniana per l’occasione, in una composizione a metà tra l’etnico, il musical ed il rock. L’andamento generale dell’album sembra ormai essersi stabilizzato e definito, quand’ecco che avviene l’ennesima svolta, più marcata e lapidaria negli ultimi quattro pezzi finali.

“These are the days of our lives” apre quest’ultima fase con quel tenore malinconico, un po’ scanzonato, sereno ma al contempo rassegnato, verso la fine di quei fatidici giorni che Freddie s’apprestava ad affrontare, mentre cantava dei cari vecchi tempi andati, dove tutto sembrava perfetto e le cose brutte erano così poche.

I successivi due brani, “Delilah” e “The hitman”, rappresentano gli estremi opposti fra loro come cifra stilistica non solo del gruppo ma dello stesso Freddie: se da una parte troviamo una piacevole e soffice dedica del cantante ad uno dei suoi gatti, dall’altra ecco che si riaffaccia la versione cazzuta, sfrontata, ruvida ed istrionica di quel Mercury che aveva saputo catturare le folle di mezzo mondo.

Il penultimo pezzo, “Bijou”, ennesima dedica ad un altro dei gatti di Freddie, è nient’altro che una straziante ma breve marcia chitarristica, ad opera di May, che suggella una passione, la stessa che lega un padrone al suo animale domestico, ma anche quel legame che si mantiene tra la vita e la morte, nella speranza di non cadere troppo prematuramente in quest’ultima.

Ed infine…il solenne saluto. “The show must go on”, brano composto da May, chiude questo intenso viaggio all’interno dell’anima più profonda del progetto Queen, affidando l’ultimo ed ineluttabile congedo ad una composizione rock teatrale alla voce unica ed inconfondibile di quel Freddie Mercury che per più di 20 anni ha segnato la storia della band, del rock e della musica per sempre e che, tristemente dopo qualche mese, abbandonò definitivamente la vita in favore dell’eternità.

L’eredità di “Innuendo” 30 anni dopo

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In definitiva, “Innuendo” non rappresenta soltanto l’ultimo lavoro dei Queen con Freddie ancora in vita, ma anche un appello accorato alla stessa esistenza che, attraverso gioie, dolori, conquiste, sofferenze e patemi di vario genere, ci viene narrata come esperienza incredibile ed irripetibile; ascoltare la voce di un uomo così geniale, profondo, eppur mortale, rende l’ascolto di questo album sempre attuale e fresco, ora come 30 anni fa.

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