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Ray Charles: storia di un genio della musica

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Qualcuno una volta osò affermare: “Dio è amore. L’amore è cieco. Ray Charles è cieco. Ray Charles è Dio!”. Un sillogismo d’aristotelica memoria, utile per cominciare a comprendere la storia che nelle righe a seguire verrà raccontata.

Ray Charles Robinson nacque il 23 settembre 1930 in quel di Albany, Georgia. I primi passi nel mondo non furono affatto facili: trasferitosi a Greenville (Florida), subisce l’abbandono del padre e la morte prematura del fratellino George, quando aveva solo 5 anni. Sempre in quel periodo cominciò a perdere la vista – forse a causa di un glaucoma o un’infezione mai curata – all’età di 7 anni. Frequentò una scuola per ciechi e sordi a St. Augustine e da lì entrò in contatto con la musica, imparando a comporre e suonare i grandi classici di Bach, Beethoven e Mozart grazie al codice musicale braille. 

Nella primavera del 1945, morì Aretha, sua madre, e da quel momento non fece più ritorno in quella scuola; si trasferì nella vicina Jacksonville presso una coppia di amici di sua madre, macinando gavetta come pianista di band in qualche locale del posto, come il Ritz Theatre di LaVilla, per poi passare ad Orlando, Tampa e, nel 1948, Seattle, dove ebbe modo di conoscere e stringere amicizia con l’allora quindicenne Quincy Jones. 

 

 Le prime registrazioni ed il successo di Ray Charles

Il 1949 vide il giovane Ray cimentarsi con la registrazione dei primi brani, sotto l’etichetta Downbeat/Swingtime: “I love you, I love you (I will never let you go)” e “Confession blues”, mentre nel 1951 arrivò il primo successo, ovvero “Baby, let me hold your hand”. L’anno seguente, grazie al passaggio alla più nota Atlantic Records, Ray Charles (volutamente abbreviato dalla stessa etichetta per non creare confusione col pugile Sugar Ray Robinson), sulla scia delle influenze di artisti del calibro di Nat King Cole e Charles Brown, iniziò a registrare i veri grandi successi a livello nazionale, come “Mess around” (1953) e “It should’ve been me” (1954). 

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Nel dicembre dello stesso anno Charles pubblicò “I got a woman”, brano esemplificativo della cifra stilistica dello stesso, che seppe ben coniugare diversi generi, come il gospel, il jazz ed il blues. L’anno successivo sposò Beatrice Della Howard (dopo un primo matrimonio, durato meno di un anno, con Eileen Williams nel 1951), e fu arrestato per la prima volta per possesso di droga.

 

La carriera di “The Genius” (questo il suo soprannome) proseguì imperterrita con altri grandi successi, come “A fool for you”, “This little girl of mine”, “Drown in my own tears” e “Hallelujah, I Love Her So” – per citarne giusto alcune – fino ad arrivare al 1958, anno in cui Ray si fece affiancare da un gruppo di coriste, le The Raelettes (ribattezzate in precedenza col nome di The Cookies). 

Preludio all’ennesima ondata di successo fu “What I’d say” (1959), brano che portò allo stesso Charles la tanto agognata popolarità nell’ambiente della musica pop, contribuendo anche all’affermazione del soul. La canzone è stata nominata nel 2004 come la decima migliore di tutti i tempi nella “lista delle 500 migliori canzoni” secondo Rolling Stone. 

 

Gli anni ’60: tra sperimentazione e successo

La nuova decade si aprì sotto il segno della continua ed incessante fusione tra generi diversi da parte del musicista americano, che nel frattempo passò alla ABC Records. 

Proprio nel 1960, venne pubblicato “The Genius hits the road”, contenente uno dei grandi classici del repertorio di Ray, ovvero “Georgia on my mind”: brano composto da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, divenne ben presto simbolo di un’epoca e di un’America che stava pian piano cominciando ad aprirsi a nuove contaminazioni culturali, specie in ambito musicale, dando spazio per l’appunto ad artisti di colore come lo stesso Charles. Il brano ricevette 4 Grammy Awards nel 1961 ed è stata frutto di svariate cover da interpreti del calibro di James Brown, Alicia Keys, Michael Bublé, Etta James, Van Morrison ed Annie Lennox. 

Sempre all’interno dello stesso album si possono trovare altre capolavori come “Hit the road, Jack” e “Unchain my heart”, a piena conferma del fatto che Ray avesse raggiunto una maturità artistico-musicale piena e pressoché completa.

Due anni più tardi uscì Modern sounds in Country and Western Music”, seguito dal secondo volume del 1963, in cui il “Padre del Soul – altro suo soprannome – diede ulteriore prova della sua duttilità, fondendo il rhythm and blues con il country ed il folk: si può senz’altro menzionare “I can’t stop loving you”, cover del brano di Don Gibson del 1957, rivisitata in chiave soul dallo stesso Ray Charles, con in sottofondo i cori delle Raelettes.

Intanto, i problemi con l’abuso di droga continuavano ad affacciarsi nella vita privata di Ray fino a quando, nel 1965, venne arrestato per la terza volta; ma riuscì ad evitare il carcere cominciando un percorso di disintossicazione in una clinica di Los Angeles. Passò il 1966 in libertà vigilata, mentre il suo singolo “Crying time” raggiungeva la sesta posizione nelle classifiche, vincendo anche il Grammy Award for Best Male R&B Vocal Performance l’anno successivo e dando avvio ad un nuovo periodo di successi.

 

 Le collaborazioni illustri di Ray Charles e gli ultimi anni

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Gli anni Settanta portarono in seno tanti cambiamenti sul fronte musicale, che inevitabilmente finirono per togliere spazio commerciale alla musica di Ray Charles. 

Nel 1973 fondò la sua etichetta, la Crossover Records, e lasciò la ABC; in questo periodo alternò brani minori ad altri acclamati dalla critica, come la cover del brano di Stevie Wonder “Living for the city” del 1975 – che gli valse un Grammy – e la celeberrima hit dei  Beatles “Let it be”, contenuta nell’album “True to life” (1977), che segnò il breve ma intenso ritorno di Ray alla Atlantic Records. 

Il decennio si concluse con una nota di merito ed onore: nel marzo del ‘79, come simbolo di riconciliazione dopo le battaglie per i diritti civili, Charles cantò “Georgia on my mind” davanti all’Assemblea generale della Georgia, e dopo questa performance l’Assemblea adottò il brano come canzone ufficiale dello Stato nell’aprile dello stesso anno.

L’altalenante carriera di Ray Charles però riprese a spron battuto, tornando nuovamente in voga tra i più giovani, grazie alla partecipazione nel film “The blues brothers” di John Landis e all’iniziativa “USA for Africa”, con il brano “We are the world” prodotto dall’amico di una vita Quincy Jones. Questo periodo fu costellato da una serie di collaborazioni illustri, tra cui Chet Atkins, Dee Dee Bridgewater, Willie Nelson, Chaka Khan, Zucchero (di cui fu ospite per la data all’Arena di Verona per il tour di “Oro, incenso e birra”) e Toto Cutugno, con il quale partecipò nel 1990 al Festival di Sanremo con la canzone “Good love gone bad/Gli amori” piazzandosi al secondo posto. 

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Pubblicò ancora altri quattro album tra gli anni Novanta ed i primi del Duemila, fino a che non fu stroncato da un’insufficienza epatica dovuta all’uso di droga il 10 giugno 2004; venne seppellito all’Inglewood Park Cemetery in California.

L’album postumo, “Genius loves company”, pubblicato nell’agosto dello stesso anno, vide la collaborazione dell’artista con i grandi nomi del panorama musicale mondiale come Elton John, B. B. King, Norah Jones, James Taylor e tanti altri, segno del fatto che Ray Charles è stato, è e sarà un fondamentale punto di riferimento per la musica, grazie al suo estro, unicità e sensibilità artistica, tipica dei più grandi geni. Proprio come Ray.  

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