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Casi di giustizia e ingiustizia in Italia

Casi di giustizia e ingiustizia in Italia

Casi di giustizia e ingiustizia in Italia: il delitto di Perugia, il caso Cucchi e il caso di Chico Forti

L’Italia è tra i paesi europei più conosciuti e amati per la sua cultura, per il suo cibo, per i vini, per l’inestimabile valore dei monumenti che caratterizzano il nostro territorio, per la moda, per la sua lingua, e potremo andare avanti per ore.

Da Italiani, potremmo dire che è il paese più bello al mondo, ma come tutti i paesi, oltre ai suoi innumerevoli pregi, ha anche i suoi difetti. Difetti che la caratterizzano e la segnano purtroppo. Tra questi, oggi ci soffermeremo sull’aspetto della giustizia penale in Italia.

Approfondiremo in particolar modo tre casi, i quali hanno in comune l’omicidio di tre persone, e per i quali omicidi spesso non è stata applicata la giusta pena, o addirittura il condannato in questione sta scontando una condanna per un crimine che non ha realmente commesso.

Il delitto di Perugia: l’omicidio di Meredith Kercher

Il primo caso che andremo a trattare è l’omicidio di Meredith Kercher. Conosciuto anche come “il delitto di Perugia“, nella notte dell’1 novembre del 2007, una giovane studentessa universitaria, che si trovava in Erasmus a Perugia, venne ritrovata priva di vita dopo essere stata accoltellata alla gola.

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Casi di giustizia e ingiustizia in Italia-Fonte:ANSA-The Web Coffee

La giovane si chiamava Meredith Kercher, aveva 21 anni, e fu ritrovata morta a causa dell’emorragia indotta dalla ferita al collo che fu provocata da un coltello, che si scoprirà poi essere l’arma del delitto, grazie alle successive indagini del caso. La giovane ragazza viveva in compagnia di altre tre studentesse universitarie come lei, una ragazza statunitense e altre due italiane, le quali, quella sera non si trovavano a casa.

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Casi di giustizia e ingiustizia in Italia- Fonte: ANSA-The Web Coffee

Dopo aver effettuato una scrupolosa autopsia sul corpo della vittima e dopo aver raccolto diverse testimonianze delle coinquiline con cui Meredith aveva passato le ore prima della sua morte, si arrivò alla conclusione che il suo omicidio venne consumato tra le ore 22:30 alle 23:30, in seguito a 47 coltellate che la giovane ricevette dal/dalla suo/sua presunto/a omicida.

Avete letto bene, 47 coltellate per le quali venne condannato in via definitiva con rito abbreviato il cittadino ivoriano Rudy Guede, il quale alla fine di un iter giudiziario alquanto tormentato e complesso venne colpevolizzato come unico responsabile dell’omicidio, a differenza dei coetanei della Kercher, Amanda Knox e Raffaele Sollecito, i quali inizialmente furono accusati di essere colpevoli dell’omicidio, insieme a Patrick Lumumba, titolare del bar dove Meredith lavorava nei weekend, ma che in un secondo momento, dopo anni di processi e detenzione passati in carcere, la Knox e Sollecito verranno scarcerati poiché ritenuti innocenti e non colpevoli dell’omicidio della Kercher, con l’assoluzione definitiva che avvenne nel 2015.

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Casi di giustizia e ingiustizia in Italia-The Web Coffee

Ci soffermeremo in particolar modo su come è stata gestita l’indagine e la raccolta delle prove scientifiche sulla scena del crimine, la quale indagine si rileverà fondamentale per comprendere come spesso chi si ritrova dalla parte del colpevole, sta scontando una pena che non merita o per cui è stato ingiustamente “colpevolizzato”.

Di fatti, negli anni che sono seguiti all’omicidio di Perugia dove perse la vita la ventunenne Meredith, i giornalisti, la televisione e la critica popolari che correvano pari passo alla vicenda, cercavano di far emergere la verità e la reale versione dell’accaduto, poiché tra i tre sospettati nel corso degli anni e delle diverse sentenze in Corte di Cassazione, molte sono state le testimonianze che sono state rilasciate e il più delle volte smentite dagli stessi.

Durante le diverse sentenze che si sono susseguite a partire dal 5 novembre 2007 fino ad arrivare al 27 marzo 2015, in Corte di Cassazione ci si soffermerà molto sulle prove raccolte sulla scena del crimine, poiché grazie a queste si arriverebbe al colpevole in modo più semplice, come in tutti gli omicidi.

Ma ciò non accadde con l’omicidio di Perugia, perché per via di una contaminazione accidentale da parte della polizia scientifica, persone che si aggiravano nel luogo dove si è consumato l’omicidio, e diverse impronte di DNA che furono trovati sull’arma del delitto, il coltello con cui è stata tagliata la gola della Kercher, che sono riconducibili in parte alla Knox, in parte al fidanzato di quei tempi, Sollecito, nonché complice, anche per questo, non si riuscirà mai effettivamente a comprendere chi fosse il vero colpevole. Chi fosse stato il carnefice che aveva ridotto alla morte quella giovane ragazza, ma soprattutto il movente che l’avrà portato a compiere un tale gesto.

L’unico ad uscirne colpevole e che ad oggi sta finendo di scontare la pena che gli è stata inflitta è Rudy Guede, a differenza della Knox e di Sollecito, che dopo anni e anni di sentenze, uscendone come “innocenti”, sono liberi e nel maggio del 2016 hanno voluto ricorrere anche alla Corte Europea per i Diritti Umani, per denunciare alcuni diritti che sono stati violati durante i vari processi, arrivando a farsi risarcire dall’Italia la modica cifra di 18.400 euro, che furono calcolati dalla CEDU (Corte Europea per i Diritti Umani) per via dei danni morali e il rimborso delle spese legali affrontate negli anni prima.

Il caso di Stefano Cucchi: i diritti non rispettati di un detenuto in carcere

Stefano Cucchi morì il 22 ottobre del 2009, mentre era sottoposto a custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli di Roma. Stefano aveva solamente 31 anni, e venne fermato una settimana prima, il 15 ottobre 2009, da una pattuglia dei carabinieri che si trovava nei pressi del parco degli Acquedotti a Roma. Gli trovarono 20 grammi di hashish, 20 gr di cocaina e alcune pastiglie che assumeva quest’ultimo poiché soffriva di attacchi epilettici. Di conseguenza venne portato in caserma e venne sottoposto a custodia cautelare. Qui, nel giro di soli 7 giorni, lo porteranno alla morte. Morte che giungerà poco dopo che la polizia penitenziaria si convinse di ricoverarlo all’ospedale “Sandro Pertini” di Roma, dove ormai troppo tardi e stanco di combattere, spirerà.

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Casi di giustizia e ingiustizia in Italia-The Web Coffee

Parole forti probabilmente quelle che ho usato, ma nel caso in cui non conosceste la sua storia, capirete adesso il perché. Il caso Cucchi è uno dei tanti casi che rappresenta la realtà dei fatti di molti detenuti che si trovano nelle carceri italiane.

A differenza di altre carceri europee, come le carceri norvegesi, le quali si soffermano in particolar modo sull’importanza della rieducazione del detenuto e tendono a concentrarsi sui diritti e sui doveri del detenuto in carcere, in modo da dargli una seconda possibilità, una rivincita personale che potrà avere non appena finirà di scontare la sua pena, le carceri italiane invece sono l’esempio di come non appena ne entri a far parte, sei sicuro che al 100% ne uscirai peggio di come ne sei entrato. Sempre se ne uscirai vivo. E oltre al caso Cucchi, tanti sono i “Cucchi” morti per mano della polizia penitenziaria.

Entriamo in merito della questione. Il giorno dopo il fermo di Stefano Cucchi, viene convalidato l’arresto e si decide di processare il giovane per direttissima. Il giudice disporrà la custodia cautelare al carcere “Regina Coeli” di Roma, nell’attesa dell’udienza che si sarebbe tenuta il mese successivo, nel novembre 2009. Fin dall’ingresso in aula per la convalida dell’arresto, si potrà notare ad occhio come le condizioni di quest’ultimo siano peggiorate nel giro di poche ore. Stefano è pieno di lividi, ematomi e presenta difficoltà respiratorie.

Si decide di porlo a visita dall’infermiera del carcere che dispone un immediato trasferimento al pronto soccorso del Fatebenefratelli, ma lo stesso Cucchi rifiuterà. Perché rifiuterà? Perché altrimenti “le scale non smetteranno de menacce!”. Questa è la risposta che Stefano Cucchi darà al medico che lo visiterà qualche giorno dopo nel reparto detentivo dell’ospedale “Sandro Pertini”.

Chi sono “le scale”? Sono i carabinieri. I carabinieri che avrebbero dovuto visionarlo, controllarlo, e non pestarlo e massacrarlo di botte a tal punto da causare la frattura di una delle vertebre e la lesione del nervo sacrale. Capite bene che purtroppo determinate lesioni portano inevitabilmente alla morte se non curate in tempo.

Poco dopo la morte di Cucchi, la sorella, Ilaria Cucchi, inizierà una vera e propria battaglia affinché sia fatta giustizia per Stefano, perché non solo è morto per mani di carabinieri che rappresentano lo Stato, ma è morto lontano dai propri famigliari, i quali, nella settimana in cui Stefano si trovava detenuto in carcere, non sono riusciti né a vederlo né a sentirlo. Sono venuti a conoscenza della sua morte tramite un ufficiale giudiziario che si recherà presso la loro abitazione per richiedere l’autorizzazione del magistrato ad eseguire un’autopsia sul corpo della vittima.

Inizialmente si penserà ad una morte a causa dell’evidente anoressia e malnutrizione in cui versava il giovane. Alla sua morte pesava solamente 37 kg e presentava una dentatura rovinata e un viso scarno. Come se non bastasse, si accuserà il ragazzo di aver fatto uso di droghe, e quindi di essere un tossicodipendente, quando in realtà Cucchi fin al primo momento di fermo, ammetterà di non far uso di droghe, ma si occupava solamente di rivenderla.

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Casi di giustizia e ingiustizia in Italia- Fonte: ANSA-The Web Coffee

Dopo anni e anni di sentenze, si arriverà solamente il 12 novembre del 2019, 10 anni dopo, alla sentenza definitiva, dove la Corte D’Assise D’Appello di Roma ha condannato per 12 anni per omicidio preterintenzionale due carabinieri, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati di aver pestato fino a portare alla morte il giovane Stefano Cucchi.

Questo è uno dei pochi casi italiani, il caso Cucchi, in cui la giustizia, anche se a distanza di 10 anni, ha fatto il suo percorso. Si è giunti alla verità. Si è fatta verità, seppur nessuno darà indietro Stefano alla propria famiglia.

Il caso di Chico Forti: l’italiano lasciato a morire in Florida dallo Stato Italiano senza aver commesso alcun reato

Per ultimo, ma non meno importante, e capiremo presto anche la motivazione, parliamo di Chico Forti.

Enrico Forti alla nascita, conosciuto per tutti con il soprannome di “Chico“, era un noto velista e imprenditore televisivo italiano. Parliamo al passato, poiché purtroppo Chico da più di vent’anni si ritrova a scontare l’ergastolo in Florida, negli Stati Uniti, poiché accusato di un reato che non ha effettivamente commesso nella realtà, e non ci sono prove che testimoniano ciò per cui è stato accusato.

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Casi di giustizia e ingiustizia in Italia- The Web Coffee

Ci troviamo davanti ad un vero caso di ingiustizia, ma approfondiamo la vicenda giudiziaria per comprendere meglio il susseguirsi degli eventi che ha portato gli Stati Uniti a condannare Chico con l’accusa di omicidio, nonostante non sussistano prove a riguardo.

Tutto ebbe inizio il 15 febbraio del 1998, Dale Pike, figlio di Anthony Pike, dal quale Chico stava acquistando il Pikes Hotel, a Ibiza, venne ritrovato morto sulla spiaggia di Sewer Beach, a Miami. Chico verrà fin da subito accusato di aver preso parte in questo “felony murder“, ovvero un omicidio commesso durante l’esecuzione di un crimine, in questo caso, parliamo di una truffa dato che l’accusa aveva presupposto come movente del reato una truffa da parte di Chico ai danni del padre di Dale, Anthony Pike.

Nel 2000, Chico Forti verrà condannato all’ergastolo senza la possibilità di liberazione condizionale. Secondo quest’ultimo, però, la polizia che ha condotto le ricerche sul caso ha commesso molti errori, trascurando molti aspetti, come anche la magistratura americana che ha poi deciso il colpevole. Basta pensare che nemmeno il giudizio di condanna è riuscito a dimostrare il vero movente dell’omicidio. Di fatti, non sussistono prove convincenti, né testimonianze, né fatti concreti che accertino la sua colpevolezza.

Attualmente si trova al Dade Correctional Institution di Florida City, vicino Miami, e continua a dichiarare fortemente la sua innocenza, ma soprattutto dichiara di essere stato vittima di un errore giudiziario da parte delle istituzioni americane.

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Casi di giustizia e ingiustizia in Italia-The Web Coffee

In Italia, il caso Chico Forti è conosciuto grazie a diversi speciali che sono stati condotti dal programma televisivo “Le Iene“,  il quale ha messo in luce, documentando tutto ciò che ha proceduto la vita di Chico Forti, come sta vivendo la sua vita in carcere, soffermandosi in particolar modo sulla rabbia provocata dalla noncuranza da parte dello Stato Italiano della sua situazione giudiziaria e della sua innocenza.

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