Harakiri e samurai: un legame di nobiltà con radici profonde

Il legame tra Harakiri e Samurai è molto profondo ed antico. Vediamo insieme da dove nasce e come si sviluppa.

Harakiri (o Seppuku), il suicidio rituale della casta dei samurai, è un termine che richiama alla mente un’antica tradizione del mondo medioevale del Giappone, anche se l’ultimo caso risale al 2001 (Isao Ikonuma).

Per avvicinarci mentalmente a questa logica, dovremmo immergerci nella cultura nipponica in tutte le sue forme. Non sono pochi i viaggiatori che si sono innamorati del carattere dei giapponesi, i quali fanno della forma l’imprescindibile contenuto del proprio vivere.

L’educazione e il rispetto sono le basi imprescindibili di una civiltà molto distante dalla nostra.

Le classiche riverenze fatte di inchini e mani congiunte si traducono in una devozione, quasi assoluta, nei confronti dello Stato, di ciò che è proprietà comune e dell’ospite.

Cosa c’entra tutto questo con il rituale dell’harakiri?

C’entra eccome, se pensiamo che in Giappone la venerazione nei confronti di qualcuno (o di qualcosa) poteva spingere l’individuo fino al sacrificio della propria persona.

Harakiri e Samurai: dove nasce questo legame?

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Harakiri e samurai-The Web Coffee

I samurai decidevano di suicidarsi in caso di disonore, infamia o sconfitta, ma anche nel caso in cui il “maestro” fosse morto prima dell’allievo. Seguire il proprio padre spirituale nell’aldilà era una forma, ultima e definitiva, di rispetto.

Per la classe dei samurai il senso della vita era in un certo senso rappresentato dalla comprensione dei modi e dei tempi migliori per morire.

Morire in battaglia era un onore altissimo e se pensiamo alla figura dei kamikaze capiamo quanto questo modo di pensare fosse tipicamente giapponese fino a poco tempo fa.

Le modalità dell’Harakiri

Le modalità dell’harakiri erano funzionali all’espiazione delle colpe.

La sede dell’anima, per gli antichi, era il ventre dell’uomo ed era dunque incidendo l’addome che lo spirito veniva “mondato”, purificato. Il taglio a “L” (da sinistra a destra poi verso l’alto) veniva rigorosamente eseguito con il classico wazikashi, la “lama della purificazione” dalla quale il samurai non si separava mai.

All’inizio l’harakiri era una pratica estremamente dolorosa: pensiamo a quanto dovesse essere difficile darsi la morte a quel modo. Spesso il suicida soffriva per un tempo indefinito e lo spettacolo non doveva essere dei migliori, soprattutto in considerazione del fatto che il pubblico era spesso rappresentato da amici e parenti.

Il Kaishakunin, parte fondamentale del legame fra harakiri e samurai

Per questo verso il XVII secolo venne introdotta la figura del kaishakunin (traducibile più o meno con “decapitatore”). Il rituale prevedeva che un amico fidato recidesse il collo del suicida dopo che lo stesso si fosse sventrato, in modo da accorciarne le sofferenze.

Ma, al contrario, il kaishakunin poteva anche essere l’acerrimo nemico del samurai, il quale, con il gesto simbolico di togliere il patimento allo sconfitto, ne eliminava l’onta della sconfitta.

Il rituale dell’Harakiri

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Harakiri e samurai-The Web Coffee

Se l’obiettivo finale dell’harakiri non fosse stato così violento, si potrebbe definire il rituale che lo precedeva come estremamente poetico.

Prima di tutto il samurai si faceva un bagno caldo, anticipando formalmente la prossima purificazione spirituale. Dopo di che indossava eleganti abiti bianchi (in Giappone il bianco è il colore del lutto), poi si dedicava ad un buon pasto.

Infine si sedeva tranquillamente a gambe incrociate nella tipica posizione “seita”, che consisteva nel poggiare prima il ginocchio sinistro, poi il destro e infine i glutei, avendo cura di adagiarsi sui talloni con le punte dei piedi rivolte all’indietro.

La posizione del “seita” prometteva una caduta del corpo in avanti, in modo da coprire le interiora che sarebbero uscite dal ventre e l’occultamento del volto, segnato da smorfie probabilmente poco onorevoli.

Legame fra Harakiri e samurai oggi

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La pratica dell’harakiri è formalmente proibita dal 1837, ma bisogna dire che la cultura giapponese, fortemente intrisa di Shintoismo e Buddismo, non rifiuta il concetto di suicidio.

Mentre per il Cristianesimo non c’è differenza tra il togliere la vita ad un altro o a se stessi, in quanto solo Dio può decidere in tal senso, per il Buddismo e per lo Shintoismo la morte rappresenta un semplice “passaggio” del tutto ininfluente.

L’ultimo caso acclarato di harakiri fu quello dell’ex atleta olimpionico Isao Ikonuma, che, il 28 settembre 2001, decise di porre fine ai propri problemi finanziari squarciandosi il ventre.

 

 

 

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