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Nina Simone: storia di rivolta e riscatto sociale

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Nina Simone: i primi anni di sofferenza



Ci sono tre tipologie di storie: quelle conosciute, quelle meno note e quelle meritevoli di essere raccontate. Ecco, quella che verrà narrata quest’oggi appartiene all’ultima delle tre categorie, senza ombra di dubbio.

La storia ha inizio nel lontano 1933, in quel di Tryon (North Carolina): Eunice Kathleen Waymon vide la luce del mondo per la prima volta. Una luce sfocata, intermittente e a tratti fioca, lì dove l’agio e il lusso sembravano solo vane parole ed i morsi della povertà si facevano sentire ogni dannato giorno.

Sesta di otto fratelli, cominciò a muovere i primissimi passi verso la musica già alla precoce età di 3/4 anni, imparando come prima canzone “God be with you, till we meet again” e dimostrando ai suoi cari un grande talento per il piano. Da lì il passo successivo verso la chiesetta locale, dove suonava ad ogni celebrazione.

La piccola Eunice cresceva, affinando il suo talento in un mondo ancora troppo stretto ed ingiusto per le persone di colore come lei; ma, se nel resto del mondo la Seconda Guerra Mondiale stava per terminare, in America i primissimi cenni di un lento fuoco di rivolta, seppur minuscoli ed apparentemente insignificanti, stavano pian piano affiorando: in occasione di una recita scolastica, i genitori di Eunice si posizionarono tra le prime file della sala, venendo prontamente portati verso le ultime file per far posto alle persone bianche; così, Eunice decise che non avrebbe suonato se i suoi genitori non fossero tornati nelle prime file.

Questo piccolo episodio contribuì certamente a gettare le basi verso quella figura che avrà evoluzione negli anni successivi, nel solco della rivoluzione e del cambiamento in materia di discriminazione razziale.

 

I primi successi e la nuova identità


Il 1954 segnò un’importante svolta nella vita di Eunice: rifiutata dalla Curtis Institute of Music di Philadelphia nel 1950, dopo un’intensa preparazione sotto l’ala maestra di Carl Friedberg (noto pianista tedesco, ndr), iniziò a lavorare come pianista-cantante al Midtown Bar & Grill di Atlantic City, New Jersey, ispirandosi a Billie Holiday; si orientò principalmente verso il jazz, e cambiò il suo nome in Nina Simone, derivato da “niña”, soprannome che un suo ex fidanzato le diede, e dall’attrice franco-tedesca Simone Signoret, di cui era profonda ammiratrice.

Le porte del successo cominciarono a spalancarsi nel 1958, grazie alla pubblicazione di “Little girl blue – Jazz as played in an exclusive side street club”, contenente “I loves you, Porgy”, cover di un brano di George Gershwin che la stessa Simone ascoltò in un album della Holiday, e “My baby just cares for me”.


Nina Simone: Gli anni Sessanta e l’impegno sociale

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Nel 1960, la Colpix Records siglò un contratto con Nina, lasciandole l’intero controllo creativo e la libertà di scelta sul materiale da registrare; il rapporto, però, non durò a lungo: infatti nel 1964 Nina firmò per la Philips, proprio quando raggiunse l’apice della fama newyorkese.

Questi sono gli anni dell’ennesima svolta nella vita di Nina Simone: nel 1961 sposò il detective della polizia Andrew Stroud, dal quale ebbe una figlia, Lisa Celeste, l’anno successivo; ben presto, purtroppo, la relazione si rivelò nefasta e pressoché pericolosa, data la natura conflittuale e violenta dell’uomo.



Venne pubblicato nel 1964 “Nina Simone in concert”, un album live registrato durante le tre date del Carnegie Hall tra fine marzo ed inizi aprile dello stesso anno, e con pezzi come “Mississipi Goddam” Nina aprì una nuova fase della sua carriera, impegnata nella lotta ai diritti civili delle persone afro-americane, restando in scia alle proteste messe in atto in quegli anni da gruppi e comunità nere in tutto il Paese. Nina la definì la “prima canzone sui diritti civili” (“first civil rights song”), ed in effetti scaturì una reazione tutt’altro che pacifica: in alcuni stati del sud la canzone venne boicottata, mentre una stazione radio della Carolina distrusse le copie promozionali del disco, rimandandole indietro alla Philips.

Fatto sta che da questo momento in avanti, la Simone decise di introdurre nei suoi album e nei suoi concerti un messaggio chiaramente votato alla questione dei diritti sociali della sua gente, incrementando il suo attivismo politico e calando il ritmo delle sue pubblicazioni discografiche; si avvicinò maggiormente alla questione grazie alla drammaturga ed attivista Lorraine Hansberry, partecipò alla famosa marcia da Selma a Montgomery del 1965, a cui prese parte anche Martin Luther King, ma, a differenza di quest’ultimo, lei cominciò a sviluppare idee più vicine al nazionalismo nero (il “black nationalism”) ed alla rivoluzione violenta, accostandosi maggiormente al Black Power sostenuto da Malcom X.

Nel giugno dello stesso anno uscì “I put a spell on you”, album contenente alcune delle più celebri rivisitazioni della musicista americana, come la title track (originariamente interpretata da Jalacy “Screamin’ Jay” Hawkins nel 1956) e “Feeling good” (dal musical del 1964 “The roar of the greasepaint – The smell of the crowd“, cantata da Cy Grant), oltre a “Ne me quitte pas”, resa celebre da Jacques Brel nel 1959.

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Nina Simone ebbe modo di avvicinarsi anche alla questione del femminismo, date le sue esperienze negative con suo marito, e nell’album “Wild is the wind” (la cui title track fu anche reinterpretata nel 1976 da David Bowie) è possibile trovare “Four women”, un brano che parla del passaggio dalla sottomissione alle leggi dei bianchi, alla violenza per l’affermazione dei diritti dei neri: le quattro donne rappresentano le quattro fasi della sua vita, in una continua lotta per riuscire a “respirare” ed emergere.

Nel 1967, Nina passò alla RCA Victor e pubblicò “Nina Simone sings the blues”, in cui è possibile trovare un altro suo classico come “I want a little sugar in my bowl” (cover di un brano di Bessie Smith, cantante jazz e blues degli anni ’20/’30) ed una versione di “The house of the rising sun” ripresa nella sua matrice folk, ma in chiave più jazz.

 

Gli anni Settanta ed Ottanta, in giro per il mondo

 

Nel settembre del 1970, ferita e delusa dal trattamento ricevuto, a suo dire ingiusto a causa dei suoi brani di protesta, Nina si trasferì dagli Stati Uniti alle Barbados, lasciando a casa il suo anello di fidanzamento, chiaro segnale di divorzio verso suo marito, ignaro di ciò.

Tornata dopo breve tempo in patria, scoprì però che era ricercata per via di tasse non pagate come segno di protesta da parte sua per la questione della guerra del Vietnam, perciò tornò nuovamente alle Barbados per poi trasferirsi in Liberia qualche tempo dopo, su suggerimento della cantante ed amica Miriam Makeba. Qui vi soggiornò per qualche anno, riscoprendo in qualche maniera le sue radici africane e scrollandosi di dosso il peso che una società civilizzata e capitalistica come quella americana portava con sé.

Nel 1978 si unì alla CTI Records, pubblicando “Baltimore”: seppur non fu un grande successo commerciale, riuscì comunque a mettere d’accordo positivamente la critica, che rimarcò un cauto rinascimento artistico della Simone. Questi anni videro Nina in continuo movimento, suonando nei primi anni ’80 al Ronnie Scott’s Jazz Club di Londra e successivamente al “Aux Trois Mailletz” di Parigi, alternando performance incredibili e coinvolgenti ad altre meno brillanti e segnate dall’abuso di alcool, arrivando persino a redarguire apertamente e selvaggiamente il pubblico pagante.

Così, i suoi amici più stretti ed il suo manager Raymond Gonzalez decisero di intervenire, e nella primavera del 1988 Nina si trasferì a Nimega, Olanda, dove trascorse tre anni della sua vita in totale anonimato e relax; ben nota però per la sua tempra ed i suoi attacchi di rabbia, le venne diagnosticato in questo periodo il disturbo bipolare, seguito da terapie farmacologiche.


Gli ultimi anni e l’eredità artistica



Nel 1991 si spostò ad Amsterdam e due anni dopo si trasferì definitivamente ad Aix-en-Provence, un paesino a sud della Francia, riuscendo a pubblicare il suo ultimo album, “A single woman”. Gli ultimi anni la videro sporadiche apparizioni dal vivo in giro per il mondo, sulla scia del rinnovato successo, dovuto essenzialmente al rilancio di “My baby just cares for me” in uno spot di Chanel del 1988, ed una relazione con un uomo tunisino, finita – a suo dire – perché “la sua famiglia non voleva che lui si trasferisse in Francia, e la Francia non lo voleva perché è nordafricano”. Dopo anni di dura lotta contro un cancro al seno, Nina Simone spirò definitivamente il 21 aprile 2003, ad appena 70 anni compiuti.

Di lei restano senza dubbio i suoi successi, la sua voce calda, intensa, a tratti rabbiosa e grintosa, elegante ma scomposta, insomma un vero unicum nella storia della musica; la fusione messa in atto da Nina prevedeva un’impostazione classica (Bach, Liszt, Chopin e Rachmaninoff su tutti) intrisa di tinte jazz, gospel, blues e folk.

La “Gran Sacerdotessa del Soul” – questo il suo pseudonimo, derivato da un suo album del 1967, per l’appunto “High Priestess of Soul” – ha saputo conquistare a pieno titolo pubblico e critica, specie dopo la sua morte, ispirando giovani generazioni di musicisti e non solo, grazie al suo spirito ribelle e forte, dinamico e sempre attivo.

La sua è stata una storia degna di essere raccontata e sicuramente di essere tramandata, affinché il suo nome, le sue azioni ed i suoi pensieri restino come esempio di coraggio e determinazione, nonostante le mille difficoltà della vita e le avversità che ognuno di noi deve quotidianamente affrontare.

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