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Discoteche chiuse dal 17 agosto, quale è il senso?

Discoteche chiuse dal 17 agosto, quale è il senso?

Discoteche chiuse dal 17 agosto: un provvedimento arrivato troppo tardi?

Il governo ha deciso di chiudere le discoteche il 17 agosto. E come se praticamente aspetti che ci sia un incidente per chiudere quel tratto di strada, come se inizi a fare proteste con tanto di striscioni e bombolette di fumogeni dopo che l’ennesima vittima di razzismo è già volata in cielo.

Il punto poi, non è tanto quello di impedire alle persone di divertirsi, e ballare. Di non far guadagnare coloro che per campare lavorano in queste tipologie di locali. Basterebbe semplicemente un po’ di accortezza in più. Ci hanno detto tante di quelle cose su come sarebbe stata la fase 3, quella di convivenza con il virus, ma la verità è che non abbiamo capito niente.

Le discoteche possono anche rimanere aperte se si creano entrate scaglionate, sì controlla la temperatura, si indossa la mascherina e così via. Qualcuno dirà, che senso ha? Qualcuno protesterà affermando “come faccio a rimorchiare se devo rispettare il distanziamento”? Beh, cari miei, per conoscere qualcuno, non serve a tutti i costi stringersi, un tempo ci si conquistava a suon di lettere, guardandosi a distanza e magari anche di nascosto per non farsi vedere dai genitori di lei.

Il punto è che, adesso, tenere le discoteche chiuse è una presa in giro, perché tanto, il covid c’è.

Al contrario di quello che si pensa, il coronavirus non è mai scomparso. Semplicemente si è smesso di parlarne assiduamente così come si fa quando si raccontano dei casi di femminicidio. È vero, i giovani vogliono divertirsi, vogliono godersi l’estate, ma a che prezzo?

Lo immaginate voi, un Natale in lockdown dove invece delle grandi tavolate e delle corse per comprare gli ultimi regali, si cena da soli, con i propri cari dall’altra parte del mondo, o peggio, senza i propri cari perché sono morti? Fatevi due conti prima di gettarvi nella mischia. Un discorso questo, che vale anche per spiagge, locali all’aperto, piazze. I famosi e vietatissimi assembramenti ci sono ovunque, in tutta Italia, e peggio in tutto il mondo.

Se da un lato, quei due mesi chiusi in casa ci hanno fatto rendere conto di quanto la vita sia imprevedibile e che ora, che si può, bisogna godersi ogni momento, dall’altro, sì dovrebbe porre attenzione alle conseguenze di questi momenti. È un discorso difficile, perché vi saranno sempre due fazioni opposte.

Quelli che se ne fregano, per loro è tutto passato, e quelli che criticano coloro che se ne fregano. Da un lato non si può impedire la vita sociale, dall’altro sì dovrebbe in qualche modo, preservarla. Invece di arrivare al 17 agosto e avere le discoteche chiuse, un posto dove ormai di contagi possono essercene stati tanti, sì sarebbe potuti essere più cauti prima.

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Ma viviamo in Italia, lo stesso paese che continua a non occuparsi della cultura. Che ha lasciato allo sbaraglio migliaia di studenti, che ci ha provato, ma non è riuscita a pensare a tutti i lavoratori. Vero è che un emergenza tale non è stata mai vissuta, ma è anche vero, che ci hanno propinato per bene tutte le conseguenze post lockdown. Perché allora mettersi nelle condizioni di far risalire la curva dei contagi?

Perché chiamare a gran voce la quarantena? Forse per quel senso di non responsabilità? Per la voglia di cantare sui balconi e cucinare dolci? Eppure, le donne continuano a partorire senza che i mariti possano assistere alla nascita del loro bambino, e il personale sanitario, che tanto auspicava una pausa, si ritrova ad indossare tenute covid neanche fossero antisommossa.

È vero: due mesi senza poter uscire è stata una privazione della nostra libertà, dei nostri affetti, ma risuonano ancora forti le parole di Giuseppe Conte, quando in una delle prime “temibili” dirette affermava “rimaniamo distanti oggi per riabbracciarci più forte domani”. Forse dovremmo semplicemente pensare a questo, all’amore e al rispetto. Per noi stessi, per gli altri, per la vita. E per tutti coloro che di Covid sono morti.

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