Vergogna: un sentimento buono o cattivo?

Vergogna: un sentimento buono o cattivo?

Vergogna: un sentimento da evitare o che ci conduce alla scoperta di noi?

La vergogna è un altro di quei sentimenti che evitiamo ad ogni costo; eppure ci segue ad ogni passo. Nel momento meno opportuno, ci fa desiderare di non essere mai nati, mentre ci rende dolorosamente consapevoli del nostro essere proprio lì dove siamo. Il nostro stesso sé ci guarda dritto in faccia con una brutta smorfia di evidente rimprovero. Ci sentiamo sbagliati e scopriamo che non c’è via di fuga.

È associata all’elemento etere. Come l’etere, per propria natura, la vergogna in forma pura contiene ciascuno degli altri quattro elementi, aiutandoci a cambiare le parti che in noi sono sbagliate, a gustare quelle che sono giuste, ad affrontare quelle di cui abbiamo paura e ad accettare quelle che sono un peccato.

Vergogna: l’interpretazione

L’interpretazione che provoca la vergogna è “Io sono sbagliato”. La vergogna è il primo ed unico sentimento che non si focalizza sul mondo esterno, ma su noi stessi. La capacità di provare vergogna è quindi strettamente connessa con la capacità introspettiva di riflettere sul nostro sé.

Nella narrazione biblica della creazione gioca un ruolo centrale: Non appena Adamo ed Eva ebbero mangiato il frutto dell’albero della conoscenza, e conseguentemente acquisito una consapevolezza di giusto e sbagliato, provarono vergogna di se stessi per com’erano. Nulla di loro era cambiato, eccetto la consapevolezza. Improvvisamente avevano la capacità dell’introspezione e conseguentemente di riconoscere le proprie imperfezioni.
Il nostro senso del sé ha avuto origine dalla capacità di riflettere su noi stessi e di percepirci come giusto o sbagliato.

Sentimento buono o cattivo?

La vergogna in sé, come le altre forze, non è né buona né cattiva. Possiamo utilizzare la qualità introspettiva di questa forza per conoscere il nostro sé e così agire consapevolmente con le nostre qualità e debolezze. Oppure, possiamo farci divorare da essa, lasciandoci sopraffare da ogni debolezza che ce la mostra, ritenendola valido motivo per l’autocritica negativa. La vergogna è come uno specchio: come reagiamo a ciò che ci mostra è una nostra scelta.

Abbiamo bisogno di questo sentimento per:
• riconoscere i nostri limiti, errori e debolezze
• riconoscere che non siamo super-umani
• sviluppare umiltà
• accettarci nella nostra incompletezza
• sviluppare amore per noi stessi
• chiedere autenticamente perdono
• mettere i nostri doni al servizio di un bene superiore

Vergogna: cosa succede se manca?

La mancanza della vergogna, o l’assenza della volontà di generarla, conduce alla superbia, ad un’ossessiva focalizzazione su se stessi; dimentichiamo che difetti e debolezze sono una parte naturale di noi. Quando condotta all’estremo, una persona che non si permette l’interpretazione “Io sono sbagliato” manca della capacità di auto-correggersi.

Quando un individuo non solo manca della volontà di provare vergogna, ma ne è incapace a causa di una disfunzione organica, le ricadute sulle capacità sociali sono drammatiche. Il neurobiologo Damasio, ha analizzato individui completamente incapaci di provare vergogna. Descrive così le implicazioni:

Immaginate che vi venga richiesto di dire poche parole dopo una cena formale. Vi fate prendere dalla situazione e dopo venti minuti state ancora parlando. La platea mostra ogni segno d’impazienza ma, se manca la vergogna, semplicemente continuerete a parlare. Invece, se sentite l’imbarazzo, vi direte “Oh Dio, ho parlato troppo, ora basta”.

Vergogna: cosa succede quando è in eccesso?

Come la carenza di vergogna anche il suo eccesso può condurre a sfide nel rapporto con le proprie qualità e debolezze. Mentre la mancanza di vergogna tende a sfociare in un consistente diniego dei nostri errori o nella loro proiezione sugli altri, l’eccesso  conduce al perfezionismo compulsivo. L’eccessiva produzione  è spesso una via per evitare l’interazione con il mondo circostante; diviene un percorso di fuga.

Anziché affrontare il disagio d’interpretare qualcosa fuori di noi differente da come lo vorremmo, preferiamo rivolgere questa interpretazione a noi stessi. Invece di essere in relazione con l’esterno, riferiamo costantemente a noi stessi – ed in questa relazione con noi stessi, assumiamo costantemente un sola posizione, precisamente: “io sono sbagliato”.

Per vivere in pace con il nostro sé dobbiamo riconciliarci con la vera natura della vergogna e la relativa interpretazione. Solo allora la vergogna consente l’accesso alla nostra umiltà, che può riconciliare le nostre introspezioni con le nostre apparenti insufficienze.

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