La tristezza quanto potere ha su di noi? È davvero così forte?

Enza Carifi

La tristezza é come l’acqua, come i fiumi ed i laghi, che si fanno strada sulla superficie del pianeta; come gli oceani, nei quali fiumi e laghi si riversano.

Questo sentimento ci aiuta a lasciar andare, ad arrenderci al flusso della vita, ci ripulisce da quanto ostacola, siano essi pensieri, credenze, desideri del cuore o programmi biologici.

Il potere della tristezza ci apre all’amore, ci rende capaci di accettare ciò che, pur non piacendo, non è possibile cambiare, come la morte, la separazione da una persona amata che ci lascia senza parole e con tante lacrime.

È una forza di grande profondità, ampiezza e saggezza, nella quale possiamo galleggiare, andare alla deriva, se ce lo permettiamo; tramite il suo potere possiamo accettare anche ciò che non è come vorremmo che fosse.

“Questo é proprio un peccato!”: la frase simbolo della tristezza

La tristezza è creata dall’interpretazione “questo è un peccato”. Mentre l’interpretazione “questo è sbagliato”, che è di primaria importanza per il potere della rabbia, richiede una posizione chiara, l’interpretazione “questo è un peccato” è relativamente più morbida.

Sebbene un certo atteggiamento di rifiuto sia necessario per creare tristezza, l’affermare che qualcosa è un peccato esprime già un’implicita forma d’accettazione, riconosciamo il fatto che non si può o non si vuole cambiare quanto è accaduto.

Nella nostra società, la tristezza pare essere vista in modo alquanto negativo. Quando qualcuno è triste sarà facilmente oggetto di pietà o di scherno. Al più si sentirà dire che sta vivendo la naturale reazione ad uno scherzo del destino.

Inoltre di solito quest’affermazione é accompagnata dalla rassicurazione “Passerà, vedrai”. In realtà quella tristezza ha un valore intrinseco, in se per se – e non solo in virtù del suo passare – che è raramente considerato.

La tristezza è un sentimento buono o cattivo?

Proprio come la forza della rabbia, il potere della tristezza è neutro per natura. Porre qui la questione del buono o cattivo, giusto o sbagliato è fuori luogo, proprio come per le maree dell’oceano, le masse d’acqua che inondano o nutrono la terra, che per qualcuno sono una benedizione, per qualcun altro una maledizione.

Quando impariamo a dominare il potere della tristezza, possiamo chiaramente distinguere quando l’acqua può placare la nostra sete e quando invece può sommergerci.

Abbiamo bisogno del potere della tristezza per:
• aprire il cuore all’amore
• accettare
• lasciar andare
• apprezzare
• lasciar andare una posizione
• riconoscere ed accettare la nostra impotenza
• essere egualmente in pace con i fatti ed i desideri
• essere premurosi
• andare in profondità
• sviluppare saggezza

Cosa succede se manca la tristezza?

Se manca la disponibilità a rimpiangere ed addolorarsi, a considerare la possibilità del “che peccato”, manca l’abilità di sviluppare profondità, saggezza ed autentico amore. La relazione con i nostri compagni esseri umani ed il mondo che ci circonda assume una qualità superficiale e quasi casuale.

Persone, circostanze e cose divengono arbitrarie ed intercambiabili. Dobbiamo freneticamente toglierci dai piedi ciò che infastidisce o risolutamente negarne l’esistenza, perché ci manca la capacità di stare in compagnia di qualcosa che non piace ed accettarla per ciò che é.

Ogni contatto più profondo con gli altri e con la vita è destinato a fallire, perché incontreremo inevitabilmente cose che non ci piacciono. Si sviluppano così un’apatia ed una mancanza d’interesse che conducono a distruggere le cose o ad ignorarle. Ci sentiamo vuoti perché il nostro cuore non è capace di vera gioia.

Quando accetto che qualcosa è giusto, certamente ne ricavo gioia; ma esiste l’alta probabilità che cambi presto e divenga un peccato, perché la vita è continuo cambiamento. Così per stare al sicuro è meglio evitare la gioia. E così abbiamo nuovamente ingannato la vita senza realizzare che abbiamo “gettato il bimbo insieme all’acqua sporca”.

Ciò accade perché, se le cose non possono essere né sbagliate né un peccato, deve essere terribilmente pericoloso interpretare qualcosa come giusto, in quanto è destinato a non durare. In un modo o nell’altro, siamo tutti consapevoli che l’unica cosa permanente è il cambiamento stesso.

Quando si crea troppa tristezza che succede?

Anche per la tristezza i due opposti estremi sono egualmente problematici. Creare eccessiva tristezza conduce in un vicolo cieco simile a quello in cui conducono gli attacchi di rabbia. Il malinconico interpreta costantemente le cose come un peccato e di solito non solo che la singola cosa è un peccato, ma piuttosto che l’intero mondo è un peccato.

Così, al malinconico, sfugge il fatto che l’interpretazione “che peccato” ha senso solo in funzione delle polarità giusto e sbagliato. Solo quando ha la volontà d’interpretare le cose come sbagliate e di prendere posizione è in grado di cambiare le cose. Ma quando é depresso, facilmente non lo fa. Preferisce immergersi nel fiume delle sue lacrime e sguazzare nella percezione del pietoso immutabile stato del mondo, dei suoi compagni esseri umani e perfino suo, senza il benché minimo impulso ad iniziare un cambiamento. Qè veramente un peccato, perché si lascia sfuggire l’opportunità di essere creativo, attivo, gioioso, vivo e vitale. Invece sta seduto sul sofà a piangere.
Per esempio, quando interpreta il debito della sua carta di credito come un peccato, é fuori strada. Potrebbe sembrare ovvio, eppure molti fanno proprio questo; quando sono “in rosso”, divengono tristi anziché arrabbiati, si rassegnano anziché agire. Apparentemente ci siamo già rassegnati al fatto che non possiamo farci niente. Eppure, se siamo onesti, ammetteremo che non abbiamo voglia di cambiare la situazione, vogliamo che lo faccia qualcun altro per noi. Siamo immaturi.

 

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