June Almeida, la scienziata che negli anni ’60 scoprì i coronavirus

Martina Zennaro

Questo nome risulterà sconosciuto ai più, eppure June Almeida ha molto a che fare con la pandemia che ha flagellato il mondo negli ultimi mesi. Parliamo del famigerato coronavirus, termine entrato nella bocca di tutti da gennaio di quest’anno, partito dalla Cina e arrivato ormai in ogni continente. Il “virus cinese“, come viene spesso definito, provoca il Covid19, la malattia simil-influenzale che in diversi casi, specialmente in persone immunodepresse e anziane, può condurre alla morte. A causa sua sono scattati i lockdown, siamo in quarantena da più di due mesi, e abbiamo visto cambiare decreti su decreti, senza dimenticare le autocertificazioni.

Tuttavia è bene ricordare che il SARS-CoV-2, il nome scientifico del virus che causa il Covid19, fa parte della famiglia dei coronavirus, pertanto non è l’unico esistente. Lo sappiamo grazie a June Almeida, scienziata che osservò per la prima volta i coronavirus. Continuate a leggere se volete scoprire la sua storia.

Chi è June Almeida?

June Almeida, il cui nome da nubile era June Dalziel Hart, nacque a Glasgow nel 1930 e morì nel 2007, all’età di 77 anni. Proveniva da una famiglia umile e fu costretta ad abbandonare gli studi a 16 anni perché non riuscì a vincere una borsa di studio per l’università, ottenendo comunque un impiego come tecnico di laboratorio nella sua città natale. In seguito si trasferì a Londra, dove conobbe e sposò l’artista venezuelano Enriques Almeida e lavorò al St Bartholomew’s Hospital, per poi trasferirsi una seconda volta in Canada, dove trovò impiego all’Ontario Cancer Institute di Toronto.

La nuova rivoluzionaria tecnica di osservazione

Fu proprio all’Ontario Cancer Institute che June sviluppò le sue straordinarie capacità al microscopio. In quegli anni progettò una tecnica all’avanguardia per un’osservazione più dettagliata dei virus, che consisteva nello sfruttamento di anticorpi adatti al virus osservato in modo che si legasse ad esso. Venne chiamata IEM, ovvero immunoelettroscopia.

Nel 1964, il suo talento e le sue capacità vennero riconosciute nel Regno Unito e venne invitata a tornare in patria. Si ristabilì nuovamente a Londra e iniziò a lavorare al St Thomas’s Hospital Medical School, ospedale che ha recentemente curato il Primo Ministro inglese Boris Johnson dopo essere stato diagnosticato con il Covid19. In quel periodo cominciò una stretta collaborazione con David Tyrrell, che si occupava di ricerca sul raffreddore a Salisbury, e al contempo dirigeva l’Unità di ricerca sul raffreddore al St Thomas.

Il primo coronavirus della storia

La collaborazione tra i due fu la chiave. Un campione virale proveniente da uno studente di un istituto privato di Salisbury che presentava i sintomi di un banale raffreddore, indicato con il numero B814, venne esaminato dal team del Dr Tyrrell. Dallo studio emerse che il virus proveniente dal campione era in grado di trasmettere i sintomi ai volontari, ma non erano riusciti a riprodurlo con la coltura cellulare in laboratorio. Così lo mandò all’attenzione di June Almeida, che lo osservò al microscopio, constatando che aveva una struttura “a corona” che aveva già visto in precedenti studi sugli animali, e affermando che “assomigliava al virus dell’influenza, ma non era esattamente lo stesso“.

La scoperta, il cui primo tentativo di pubblicazione in una rivista scientifica fu fallimentare poiché le immagini vennero scambiate per il virus dell’influenza, venne riconosciuta per la prima volta nel 1965 dopo che i dati vennero sottoposti al British Medical Journal, mentre due anni dopo le prime foto apparvero nel Journal of General Virology.

Coronavirus
June Almeida coronavirus virologa scienziata scoperta

Il virus identificato da June Almeida fu quello che venne poi conosciuto come il primo coronavirus umano.

June Almeida ebbe successivamente una lunga e proficua carriera, ma solamente ora, a tredici anni dalla sua morte, è stata ricordata per i suoi meriti. Gli scienziati cinesi che hanno studiato il SARS-CoV-2 quando stava cominciando a diffondersi hanno riconosciuto che il lavoro, la scoperta e le tecniche sviluppate dalla virologa all’epoca hanno contribuito alla rapida identificazione del Covid19.

 

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