80 anni di Faber. L’Italia ricorda Fabrizio De Andrè

Fabrizio De Andrè. Possiamo pronunciare il nome e cognome o solo il cognome del mitico Faber per dire tutto. Rievocare emozioni, brividi, ricordi indelebili e senza tempo.

Considerato da gran parte della critica musicale il più grande cantautore e poeta italiano di tutti i tempi, oltre che un vero e proprio genio della canzone italiana; De André, in quasi quarant’anni di attività artistica ha inciso quattordici album in studio più alcune canzoni pubblicate solo come singoli e poi riedite in antologie. Faber, appellativo che gli dette l’amico Paolo villaggio con riferimento alla sua predilezione per i pastelli e le matite della Faber-Castell oltre che per l’assonanza con il suo nome, era di ideologia anarchica e pacifista. Molti testi delle sue canzoni raccontano storie di emarginati, prostitute, spiriti ribelli, avvicinandosi tanto al mondo della musica quanto a quello della letteratura.

De Andrè è il miglior cantautore italiano di sempre, unico per la sua sensibilità e modo di interpretare i concetti che traduceva in musica. Artista eclettico, versatile, monumentale, impegnativo e impegnato. I suoi testi musicali sono delle vere e proprie poesie. Genovese di nascita, è stato anche uno degli artisti che maggiormente hanno valorizzato la lingua ligure. Insieme ad artisti quali: Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi e Luigi Tenco è uno degli esponenti della cosiddetta Scuola genovese, un nucleo di artisti che rinnovò profondamente la musica leggera italiana.

In questo 2020 ricorre l’ottantesimo anniversario dalla sua nascita. Era il 18 febbraio del 1940 quando, in via de Nicolay 12 a Genova Pegli, cambiava la storia della musica italiana.

In occasione di quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno (la sua scomparsa a Milano, 11 febbraio 1999) lo ricordiamo riportando alcune testimonianze di amici e delle persone che hanno collaborato con lui.

Paolo Villaggio amico e collaboratore. Durante un’intervista:

“La notte in cui scrivemmo Carlo Martello era successo di tutto. Lui mi chiese di mettere i versi sulla sua musica solo perché mi piaceva molto la storia medievale. Ma quella che venne fuori era una canzone troppo atipica per gli standard dell’epoca, era rivolta a un target diverso da quello delle canzonette che giravano, così pensammo di portarla a Milano a Nanni Ricordi, l’unico discografico illuminato che conoscevamo. Prendemmo una macchina prestata da Mauro, il fratello di Fabrizio, era una spider rossa e lui disse: mi raccomando, se ci fate solo un graffio…e noi: ma ti pare? Che dici, te la riportiamo perfetta. Fabrizio all’epoca dormiva dalle sette di mattina alle nove di sera e non lo svegliavi neppure a bastonate. Io ci provai con dodici pentole buttate in terra da un armadio, e un altro, non faccio il nome, con una doppietta ha sparato due fucilate dalla finestra. Alla fine si svegliò, però non guidava, aveva paura di tutto, infatti non aveva superato l’esame per la patente, insomma guidai io e arrivammo a notte fonda, la Ricordi ovviamente era chiusa. Andammo in un albergo, si chiamava Grand Hotel Siviglia, una topaia dove andavano le prostitute. All’alba siamo ripartiti, abbiamo sfasciato la macchina slittando su una macchia d’olio, siamo tornati in autostop. Quando ci vide Mauro chiese con un tono da battaglia: la macchina? Sei stato fortunato, rispondemmo, non ci siamo fatti niente. Ci ha sputato in faccia”.

Cesare G. Romana amico intimo e compagno di strada. Nonche giornalista musicale:

“All’epoca, doveva essere il ‘64, Fabrizio non era praticamente nessuno. Era un magro, biondo ragazzo di Genova, che scriveva canzoni e che le ragazze trovavano bellissimo. Con strane virtù: per esempio un cervello a due canali, che gli consentiva, per esempio, di leggere Neruda parlando contemporaneamente d’altro. Un’anomalia singolare anche per lui, che ha passato la vita a raccontare le anomalie di questo mondo. Guardate le sue canzoni. Già allora parlavano di inutili eroi e antieroi dannati, di anomalie appunto della società e dell’etica, descritte però come se l’unica vera anomalia fossero in realtà le cosiddette persone normali, o perbene. Nel ‘64 lavorava in una scuola di Genova, e lì lo conobbi: ingabbiato – o protetto – da un ufficio grande come una casa delle bambole. Aveva appena scritto La canzone di Marinella, e me la spiegò: “Parla d’una ragazza di vita, annegata da un delinquente”. Poi me la lesse: mi aspettavo una pagina di cronaca nera e trovai una favola, partita tra i fiordalisi e finita tra le stelle. Dissi: “Credo che lei sia un genio. Ma di dischi ne venderà pochi”. Azzeccai solo la prima parte della frase, lui rispose: “Lo so”, e alludeva alla seconda. Così era Fabrizio da giovane.
Non dissimile da quello che ci ha accompagnati poi fino all’11 gennaio 1999, e tuttora. D’essere un genio ha continuato a non crederlo, né ha mai smesso di parlare di noi con la verità della cronaca, anche nera, e la poesia delle favole, magari di quelle gotiche. Di sollevare la vernice delle cose per smascherare il bello e il brutto, la rabbia e l’utopia, la viltà e la nobiltà che sono nelle cose, cioè nella vita”.

Nicola Piovani pianista, compositore e direttore d’orchestra :

“Immaginatevi un ragazzo di ventidue, ventitré anni che vuole fare il musicista, ha appena cominciato a lavorare come arrangiatore, a comporre qualche colonna sonora, e che una mattina risponde al telefono e sente la voce di Fabrizio De André: “Vorrei che lei si occupasse degli arrangiamenti del mio nuovo disco, incontriamoci.
Fu come vedersi entrare una stella cometa dentro casa. Fra me e Fabrizio c’era qualche anno di differenza, lui era già un grande mito, io un principiante. All’inizio dovevo fare soltanto gli arrangiamenti delle canzoni scritte da lui, ma lavorando cominciai a suggerire qualche variazione armonica, dei piccoli adattamenti. Finché a un certo punto lui mi chiese di scrivere insieme a lui. Se ci ripenso oggi, mi rendo conto di essere stato un incosciente: trovarsi a ventitré anni a scrivere insieme a De André una canzone come La Collina, a dirigere un’orchestrona enorme, con De André che cantava. Forse se avessi avuto un pizzico di saggezza in più mi sarei tirato indietro. Invece no, mi buttai, e oggi sono felice di averlo fatto”.

Alcuni riferimenti per chi volesse approfondire la conoscenza sul cantautore.

Oltre che trovare informazioni tramite Google ovviamente e ascoltare le sue canzoni su You Tube e Spotify, consigliamo la lettura di alcuni libri.

“Anche le parole sono nomadi” a cura della Fondazione Fabrizio De André Onlus. Con una testimonianza di Dori Ghezzi – Fabrizio De André si è espresso artisticamente attraverso i brani che ha inciso nei suoi album e cantato durante i suoi concerti. Questo libro nasce dal desiderio di leggere, insieme e di nuovo, quei testi, scritti da Fabrizio De André o insieme ai suoi preziosi collaboratori, per riflettere sui contenuti che ha posto alla sua e nostra attenzione: gli ultimi, gli emarginati, il potere, la libertà, l’anarchia, la guerra, solo per citarne alcuni.

“Lui, Io, Noi” scritto da Dori Ghezzi, Giordano Meacci, Francesca Serafini. Edito Einaudi – E’ una storia privata che s’intreccia con quella pubblica. Soprattutto è il racconto intimo, commovente, a tratti perfino buffo, di un grande amore.

Consigliamo il Film di produzione Rai Fabrizio De Andrè – Principe libero sulla vita dell’artista. Il recente documentario Fabrizio De André: Parole e musica di un poeta a cura di Vincenzo Mollica con interviste, edite e inedite, canzoni e dietro scena dell’amato cantautore e poeta genovese. Il Film e il documentario sono visibili su Raiplay.

Enrico Brogliato

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