Progetto turbanti

Firenze: il progetto “Turbanti” per le donne in chemioterapia

Torna a Firenze il progetto “Turbanti”, che prevede l’incontro tra donne africane e donne italiane malate di cancro. Il primo dei quattro incontri si è svolto il 12 giugno.

Le donne malate di cancro durante il percorso di lotta contro la malattia, spesso si ritrovano a dover affrontare una perdita, quella dei capelli, che rappresentano la femminilità e la bellezza oltre che l’unicità di ognuno di noi; sono un tratto distintivo. Si dice infatti che quando si ha voglia di cambiamenti, si inizia con un bel taglio di capelli.

Per aiutare le malate oncologiche a sopportare il peso della malattia, nasce l’iniziativa “Diversamente belle”, all’interno del quale si è svolto il progetto “Turbanti”, che ha visto unirsi donne africane e italiane.

Le prime, provenienti dall’Africa subsahariana fanno parte della sartoria sociale Bazin. Nella loro cultura il turbante è simbolo di forza, fierezza, valori che hanno voluto trasmettere alle donne italiane, che a causa della chemioterapia, hanno perso i capelli e che non sempre riescono a mostrarsi invulnerabili al dolore.

Il progetto è stato realizzato presso l’ospedale Santa Maria Annunziata di Firenze grazie alla collaborazione della struttura di psiconcologia della Ausl Toscana Centro di cui è direttrice Lucia Caligiani. La stessa ha espresso il suo parere in questi termini:

“C’è tutto in questo progetto. La contaminazione culturale attraverso le usanze tradizionali e l’integrazione sociale tra donne straniere e italiane. I nostri spazi diventano così terra d’incontro di relazioni e narrazioni”. 

I benefici di questa iniziativa riguardano entrambi i gruppi. Da una parte le donne africane entrano in un luogo, quale l’ospedale, senza la paura di vederlo come simbolo di vita e morte; ma piuttosto si avvicinano al sistema sanitario permettendo a loro stesse visite di screening. La prevenzione è infatti una delle peculiarità che progetti del genere mirano a promuovere su tutto il territorio.

Dall’altro lato, vi è la possibilità per le donne malate, di ritagliarsi un piccolo spazio per la loro femminilità, il prendersi cura di sè, lasciando da parte quel pezzo di loro malato e pallido. Il progetto è un luogo per potersi raccontare, parlare delle proprie esperienze di vita ed elaborare insieme il trauma subito. Come se si potesse in qualche modo dare un pò di colore a quei vissuti asettici da ospedale. E’ un esempio di medicina narrativa, dove viene lasciato tempo alle parole per una rielaborazione della propria storia a partire dalla malattia.

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C’è un riconoscimento da entrambe le parti in quanto tutte le donne sono protagoniste, in un modo o in un altro, di esperienze trasformative ed intime. Percorrono insieme un viaggio; quelle africane l’hanno fatto in senso letterario, abbandonando il loro luogo natio ed adattandosi alla nuova cultura; per le donne malate il viaggio è metaforico e riguarda la strada fatta dal momento della diagnosi sino alla guarigione (se si riesce a combattere il cancro definitivamente).

Dovremmo dare sempre più spazio ad iniziative del genere, per non lasciare indietro nessuno, per non far sentire la solitudine, per condividere quel giorno di dolore che uno ha.