Francia

“J’ACCUSE!”: episodi di antisemitismo in Francia

Antisemitismo: la Francia non è nuova, come purtroppo molti altri Paesi, a questo fenomeno sociale. Eccetto i tempi bui della Shoah e della seconda guerra mondiale, il Paese d’Oltralpe ha vissuto “picchi” di antisemitismo inusitati sia prima, nell’Ottocento, con il celebre episodio dell’Affaire Dreyfus, sia dopo, in questo caso anche molto di recente.

L’ultima ondata di antisemitismo ha visti protagonisti anche i gilet gialli, che si sono scagliati in strada, durante una manifestazione, contro il filosofo Alain Finkielkraut, che è stato pesantemente insultato e attaccato da alcuni di loro, e qualche giorno fa, un cimitero ebraico di Quatzenheim, in Alsazia, è stato profanato con svastiche tracciate dal movimento nazionalista estremista dei Lupi Neri sulle lapidi con delle bombolette spray.

Cosa sono stati l’Affaire Dreyfus e il J’Accuse?

L’Affaire Dreyfus è stato uno dei grandi scandali della seconda metà dell’Ottocento francese e non solo; non ha coinvolto soltanto la comunità ebraica transalpina (poiché Dreyfus era ebreo) ma anche l’esercito, la stampa, insomma la società francese tutta. Le due correnti di fondo che “motivarono” l’Affaire Dreyfus sono state il nazionalismo e l’antisemitismo che agitarono la società francese e non solo a fine Ottocento.

Il momento per la Francia non era dei migliori; nel 1870 la Prussia aveva vinto a Sedan dopo aver sconfinato pericolosamente in territorio francese (smacco! Il nuovo Kaiser aveva voluto esser incoronato primo imperatore della Germania nella Sala degli Specchi di Versailles, uno dei simboli più francesi in assoluto), era finita per sempre l’era degli imperi con Napoleone III destituito, c’era stata la Comune parigina, era nata la Terza repubblica francese.

In Francia si era alla ricerca di un colpevole per una sconfitta, di una guerra come quella franco-prussiana del 1870 che aveva portato ad una sconfitta che bruciava e che avrebbe bruciato per molto tempo ancora.

Molti anni dopo, nel settembre 1894, gli ufficiali del controspionaggio francese ricevettero le prove di un alto tradimento di un membro dell’esercito.  Dopo un’indagine alquanto sommaria, fu accusato di altro tradimento il capitano ebreo Alfred Dreyfus (che fu sottoposto ad una perizia calligrafica). Dreyfus fu subito arrestato per ordine del Ministro della Guerra, ma gli incaricati dell’indagine non riuscivano a trovare prove sufficienti per incriminarlo, ma il Ministro era comunque alla ricerca di un colpevole e non si voleva lasciar sfuggire quello che aveva già individuato, a torto o a ragione, come tale.

Dreyfus il 5 gennaio 1895, ad appena quattro mesi dal ritrovamento delle “prove” a suo carico, fu tradotto alla famigerata Île du Diable, nella Guyana francese, per scontare l’ergastolo per alto tradimento. Difficile non collegare le origini ebraiche del colpevole destinato con l’antisemitismo diffuso in Francia.

L’anno successivo, il nuovo vertice del controspionaggio militare francese a seguito di nuovi sviluppi sull’Affaire scoprì il vero colpevole, il conte Ferdinand Walsin Esterhazy. Dovettero passare però ben dodici anni prima che Dreyfus fosse liberato dal carcere; nel 1906 Dreyfus fu reintegrato nell’esercito.

Il celebre scrittore e giornalista francese Emile Zola si spese forse più di chiunque (ed in prima persona, rischiando molto) per quella che riteneva essere la clamorosa ingiustizia riguardante il capitano ebreo. Zola intuì che la vicenda di Dreyfus indicava molto più di un’accusa di alto tradimento, non era solo uno scandalo momentaneo, costituiva un pericolo reale per la salute della democrazia francese. Il 13 gennaio 1898 dalle pagine del quotidiano L’Aurore Zola indirizzò al presidente della Repubblica francese Félix Faure la sua accusa e la sua richiesta di giustizia.

Ecco come nacque il celebre J’Accuse di Zola, che è diventato molto di più di un manifesto d’accusa, di un’accorato appello alla giustizia. Col tempo, J’Accuse è diventata un’espressione, un modo di dire. 

Era la prima volta che una persona di cultura in Europa si spendeva sulle pagine di un giornale pubblicamente per qualcuno, per una causa, un ideale, mettendo letteralmente nero su bianco le proprie idee ed esponendosi così tanto da non poter più ritrattare le proprie opinioni.

Era un nuovo ed inedito impegno civile quello che Zola inaugurò, perché fece nomi e cognomi, perché non ebbe paura ad attaccare esercito e politica. Il J’Accuse contribuì decisamente, insieme agli sforzi della famiglia dell’imputato, a far riaprire il caso Dreyfus e a rendere giustizia finalmente al capitano.

Cos’è successo di recente ad un altro intellettuale francese, il filosofo Alain Finkielkraut, colpito dai gilet gialli per via delle sue origini ebraiche? 

Stando ai dati, la Francia attuale starebbe vivendo una nuova, drammatica ondata di antisemitismo: il 74% dei francesi sarebbe di simpatie o sentimenti antisemiti, il che porterebbe a gesti sempre più “manifesti” di questa tendenza di pensiero come quello capitato a Finkielkraut di recente durante una manifestazione dei gilet gialli a Parigi, ai quali oltretutto era stato vicino all’inizio della loro storia. I loro attacchi per questa ragione oggi appaiono ancora più sconcertanti.

La vicenda ha mobilitato bipartisan a favore dello studioso l’intera politica francese.

Secondo Finkielkraut, 70 anni, nato in Francia da due sopravvissuti polacchi ad Auschwitz e non certo avvezzo a questo genere di “notorietà” basato sulla sua persona e non sulle sue operela situazione in Francia sta rapidamente degenerando. Non è nemmeno la prima volta che per via delle sue origini ebraiche e delle sue decise posizioni sociali e politiche Finkielkraut è stato attaccato pubblicamente, per quanto lo studioso ha dichiarato che in gioventù (negli anni ’50 e ’60) non è mai stato vittima di un antisemitismo accanito come oggi.

Ancora in tempi non sospetti (in un’intervista dello scorso anno) Finkielkraut si era detto preoccupato della situazione in Francia, per gli ebrei e non solo. Soltanto il pronto intervento della polizia (fortunatamente in zona) lo ha salvato dalle peggiori conseguenze sabato 16 febbraio quando si è verificata l’aggressione a Parigi. Il filosofo ebreo ha parlato di “odio assoluto” avvertito nei suoi confronti.

Il Tribunale di Parigi ha aperto un’inchiesta per “ingiuria in luogo pubblico”. Nel 2016, all’epoca delle precedenti accuse e ingiurie contro di lui, Finkielkraut rispose, ma quando alcuni dei gilet gialli lo hanno attaccato nei giorni scorsi, impietrito dall’orrore, non ha saputo replicare nulla.

Finkielkraut sostiene che attualmente la Francia sia in preda di un rinnovato antisemitismo a causa di un’infausta convergenza di idee e istanze: quelle dei giovani scontenti e disagiati delle banlieu in continua agitazione, quelle della sinistra radicale antisemita e quelle portate da una certa parte dell’immigrazione da aree islamiche.

Finkielkraut nel 2018 è stato anche uno dei 300 firmatari francesi (fra cui Gerard Depardieu, Charles Aznavour, Nicolas Sarkozy) di un manifesto scritto per protestare contro il sorgere di un “antisemitismo islamista” nel Paese d’Oltralpe.

Di fatto una forte corrente di tipo antisemita esiste in Francia da un certo numero di anni, e questo non può essere negato. 

Sempre nell’ambito di questo rinnovato antisemitismo che agita la Francia, nei giorni scorsi è stato anche profanato un cimitero ebraico di Quatzenheim dal gruppo di estrema destra alsaziano dei Lupi Neri, già attivo negli anni Settanta e Ottanta.

Il presidente Macron, che ha visitato il sito subito dopo l’accaduto insieme al Gran Rabbino di Francia, ha fortemente condannato l’episodio (che non è stato il primo né purtroppo sarà l’ultimo del genere) sostenendo che chiunque attacchi, minacci, insulti o uccida un ebreo stia in realtà attentando alla vita della Repubblica francese.