limoni

“Qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l’odore dei limoni”

Oggi 12 ottobre ricordiamo la nascita del poeta genovese Eugenio Montale, analizzando uno dei suoi più celebri componimenti: I LIMONI.

La poesia, scritta tra il 1921 e il 1922, si trova all’interno della raccolta “Ossi di Seppia” pubblicata da Piero Gobetti. Si tratta di un simbolo del manifesto poetico di Montale che contrapponendosi alla realtà aulica decantata dai “poeti laureati”, va alla ricerca di umiltà, semplicità e di una realtà comune fatta di “strade che riescono agli erbosi fossi” dove “più chiaro si ascolta il susurro  dei rami amici nell’aria che quasi non si muove”

Già alla fine della prima strofa compaiono per la prima volta i veri protagonisti della poesia: i limoni. Essi non si limitano ad essere dei frutti, ma con la loro colorazione cromatica gialla, e la loro evocazione di emozioni profonde, diventano un correlato oggettivo importante. Montale utilizza i limoni per affermare che essi rappresentano “la nostra parte di ricchezza”, ciò di cui possiamo giovare se rimiamo immersi nella natura, nel loro odore che sa di terra, “e piove in petto una dolcezza inquieta.”

“Nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.”

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fonte: pitturiamo

Influenzato dalla poesia decadente di Pascoli e D’Annunzio, anche Montale riprende il rapporto tra uomo e natura e mentre è abbandonato in un silenzio mistico, “in cui si vede  in ogni ombra umana che si allontana  qualche disturbata Divinità.”,  sembra quasi che la Natura stessa voglia rivelare il suo più intimo segreto.

In realtà, però, si tratta di mera illusione, come viene spiegato nella strofa finale. Qui assistiamo ad un cambio di ambientazione, si abbandona la quiete delle campagne per ritrovarsi “nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.”. La pioggia cade fitta, la luce scompare, lasciando posto al grigiore dell’inverno ed intristendo l’animo. Sembra che tutto ciò che di bello, puro, solare, ci fosse tra le stradine di campagna, scompaia, lasciando solamente il giallo dei limoni a farci compagnia e a ricordarci con un insistente malinconia, il calore e la felicità provati.

“Fin quando un giorno, da un portone socchiuso in mezzo agli alberi di un cortile si intravedono i gialli frutti dei limoni, e si scioglie la tristezza del cuore e i limoni riversano nei nostri cuori la loro musica come trombe d’oro della solarità.” (Parafrasi verso finale).

Abbiamo quindi quattro strofe di versi liberi, che si presentano con un linguaggio discorsivo, con un rivolgersi diretto al lettore. Non mancano però l’uso di parole ricercate quali “languisce” e “cimase” e sono presenti molteplici figure retoriche, come l’ossimoro “dolcezza inquieta” , la metonimia “L’azzurro si mostra” o il chiasmo “luce avara: avara l’anima”.

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Come abbiamo detto, Montale venne influenzato dalle opere di D’annunzio.  Ad esempio, il primo verso “Ascoltami, i poeti laureati” rimanda al “Taci” ne “La pioggia nel Pineto” mentre il 22esimo quando il poeta dice “Vedi” richiama l’ “Odi” del componimento dannunziano.  Rivediamo anche dei legami con la classicità: “il filo da sbrogliare” ricorda il filo di Arianna, nel mito di Teseo e il Minotauro. Si passa dal tono frustato e polemico contro i peti laureati, alla serenità donata dalla campagna, luogo in cui l’uomo ha un dialogo con la natura e ne apprezza i suoi doni, per poi tornare alla triste realtà. Senza tuttavia dimenticare l’odore dei limoni.

Essi sono una breve epifania, un varco lontano dalla tristezza, una nota (per riprendere l’amore per la musica del poeta) positiva contro la città rumorosa.

Approfondimento:

https://giorgiobaruzzi.altervista.org/

https://cultura.biografieonline.it/