I giovani nel mercato del lavoro: la disoccupazione nel 2019

I giovani nel mercato del lavoro: la disoccupazione nel 2019
Per noi giovani, il jobs act in Italia è stato un vero e proprio spartiacque.
La riforma del lavoro proposta e varata dal Governo Renzi tra il 2014 ed il 2015 sarebbe dovuta essere una miracolosa soluzione ai problemi degli italiani, una normativa capace di ridare dignità a milioni di disoccupati, la definitiva soluzione contro il lavoro in nero.

In realtà, nulla di quanto detto si è concretamente realizzato.  Ad oggi, si parla di questa riforma come uno dei maggiori fallimenti del governo Renzi, al pari del referendum del 4 Dicembre.
Questo articolo non vuole essere una critica a quanto prodotto dal governo, ma il punto di vista di un venticinquenne sulla situazione del lavoro in Italia. Saranno formulate anche diverse proposte in questa trattazione, ma l’autore non ha, per il momento, le competenze economiche e politiche per dire se queste siano, o meno, realizzabili.

 

– La disoccupazione giovanile è davvero in calo?

I telegiornali, i dati ISTAT in particolare, evidenziano come, negli ultimi anni, la disoccupazione giovanile sia in calo rispetto agli anni precedenti. Numeri minuscoli, ma che danno un segnale positivo.
La realtà dei fatti è drasticamente diversa da quanto dipinto. All’interno di queste statistiche, infatti, vengono considerati occupati tutti coloro che, nell’anno in corso, hanno totalizzato anche solo un giorno di lavoro.

Questo la dice lunga su quanto, in realtà, i numeri siano molto più drammatici di quanto esposto. Inoltre, è necessario andare ad analizzare i valori  della natalità in Italia, sempre in calo nell’ultimo decennio. Questo significa che la disoccupazione giovanile sta scendendo non per la presenza di più lavoro, ma perché sono più i ventinovenni che diventano trentenni  rispetto ai diciassettenni che diventano maggiorenni.

Questa crisi del lavoro ha due fattori scatenanti: il primo è il mancato pensionamento degli ultrasessantenni, che continuano a bloccare ed intasare il mercato del lavoro, il secondo sono gli elevati standard richiesti ai candidati.
Per quanto un’azienda multinazionale abbia il diritto di reclamare per la propria società le migliori figure professionali, al bar sotto casa potrebbe lavorare chiunque. Nonostante ciò, vengono richiesti sempre più spesso profili di apprendisti con esperienza (ci arriveremo dopo, tranquilli) con le migliori certificazione linguistiche in circolazione e una propensione infinita al sacrificio.
Il tutto, per 8 ore al giorno senza giorno di riposo (un lusso) a 600 euro al mese.
Uno scambio equo, né?

 Dalla nostalgia alla solitudine: gli eredi degli anni ’90

I giovani sono ridotti alla disperazione. Chi cerca di entrare nel mercato del lavoro, lo fa senza aspettative e senza pretese. Sono lontani i tempi del ’68, in cui i nostri genitori scesero in piazza per reclamare i propri diritti. Oggi, i ragazzi si ribellano e protestano per cause vuote, vacue, demoralizzati ed abbattuti da un sistema che non li accetta.

Siamo la generazione della depressione, il punto massimo della trattazione proposta da Freud, l’incarnazione del pessimismo leopardiano.
La prima cosa di cui, i ragazzi di oggi, sono stati privati è la fiducia in sé stessi. Nessuno crede di meritare qualcosa. Ogni concessione, stipendio compreso, viene vista come un dono prezioso elargito dall’alto.

Il lavoro stesso viene visto come un’apparizione divina.
Le otto ore giornaliere come il sangue di San Gennaro: miracoli dell’era contemporanea.
Questo accade perché, come già detto, le pretese sono altissime, soprattutto per quanto riguarda la voce competenze. Si cercano apprendisti commessi con esperienza, ed è forse l’aspetto più paradossale di tutta questa trattazione. Aver lavorato, ma per meno di quattro anni, per far avere delle agevolazioni fiscali al proprio datore di lavoro.

La verità è che la valuta che conta davvero, al giorno d’oggi, è il tempo. Le aziende devono pensare al fatturato, non hanno il tempo di formare i giovani, e le conseguenze le possiamo ammirare sulla nostra pelle.  Cicatrici indelebili lasciate da una macchina statale che non muove una foglia.

 

– Le proposte utopiche della classe ’90

Naturalmente, è facile lamentarsi senza avere proposte concrete. Le idee, lo assicuro, non mancano, ma il problema è uno ed uno soltanto: il debito pubblico.
Per quei pochi che non lo sapessero, l’Italia deve alla civiltà occidentale (e chissà a chi altro ancora) più di DUEMILA MILIARDI  di euro. Un’enormità, eredità della crisi energetica del 1983 che pende, come la spada di Damocle, sulle teste di chi, in quegli anni, non era nemmeno stato concepito.

La generazione X, gli internauti, i nativi digitali: chiamateci come volete, la realtà è che siamo l’esercito della disperazione.
Sarebbe semplice, ad avere i fondi, risolvere questa situazione.

A cominciare dall’abrogazione della legge Fornero, la quale ha completamente bloccato il mercato del lavoro. Sarebbe bello spedire in pensione i nostri genitori ed i nostri nonni, e lasciare largo ai giovani.

 

Sogno un professore di nemmeno 30 anni, che spieghi alla propria classe di studentelli sbarbati chi era Giulio Cesare con linguaggio e strumenti vicini ai ragazzi.
Sogno metodi alternativi per risolvere problemi e questioni. Colpi di genio che esulino dai vecchi schemi e dai vecchi meccanismi. Innovazioni che permettano alle aziende di compiere il salto di qualità.
Ma fino a quando mio nonno, il padre del padre della generazione X, di anni 86, resterà avvinghiato alla propria poltrona in parlamento, tutto questo resterà Utopia.

 La seconda proposta prevede, banalmente, l’abbattimento dei costi di lavoro.
Io sono un lavoratore, retribuito 900 euro al mese (miracoloso, al giorno d’oggi), ed è assurdo che il mio datore di lavoro paghi 1500 euro per avermi nella sua squadra.
Quei seicento euro rimpolpano le casse statali, ma la domanda è una sola, e abbastanza semplice: come vengono utilizzati quei soldi?

Sicuramente non finanziano la ricerca, dato che ci sono migliaia di giovani italiani costretti ad emigrare all’estero per poter fare delle ricerche degne di nota o per percepire
più di seicento euro al mese.
Si, anche in quel campo gli stipendi sono da fame.
Poi ci fermiamo, immobili, ad ammirare la fuga dei cervelli dall’Italia, chiedendoci il perché di questo fenomeno.

Quarantenni, fermatevi un attimo ed ammiratevi allo specchio: ecco i veri colpevoli del nostro fallimento.


Siamo giovani, affamati, capaci, pronti a divorarci il mondo e dannatamente soli.
E’ probabilmente questa la vera causa di questa situazione.
La solitudine è il sentimento che domina la nuova generazione, abbandonata a sé stessa  e incapace di reagire.

Questo articolo non vuole essere un atto di critica nei confronti dell’esecutivo, né un atto di accusa nei confronti di chi ci ha preceduto.
La realtà, come sempre, è dannatamente semplice.
Questa è la più disperata delle richieste d’aiuto.
Non ignoratela, non abbandonateci.

Pubblicato da Alex Rossi

Nato con i piedi storti, questo ragazzo ha iniziato ad approcciarsi al giornalismo per colmare la distanza tra sé stesso ed il campo da calcio. Crescendo, ha capito che il mondo è una tavolozza, e ci sono colori molto più belli da descrivere o raccontare.

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