Giovani senza frontiere: intervista esclusiva a chi viene e a chi va

Giovani senza frontiere: intervista esclusiva a chi viene e a chi va

Articolo di Milena Vitucci

Chi ha trovato altrove il suo futuro e chi invece sogna di ritornare in Italia: sono queste le due principali categorie in cui possono riconoscersi, oggi, i  cosiddetti “giovani senza frontiere”.

“Vivere all’estero mi ha permesso di crescere sia sul lato professionale ma soprattutto anche personale. Di Giulia, ordinaria studentessa universitaria, oggi i miei genitori vedono una donna”. Queste, le parole di Giulia Tassarotti,  studentessa italiana attualmente a Londra, e che da quasi tre anni e mezzo è via dall’Italia.

Giulia ci parla di come ha affrontato la scelta di cambiare Paese per vivere, di quanto sia stato per lei importante trovare una vera e propria realizzazione – soprattutto da un punto di vista lavorativo – e di quali sono stati i motivi che l’hanno spinta ad affidarsi nelle mani della Gran Bretagna ed a confidare nelle sue potenzialità.

 

giovani senza frontiere

 

Da quanto tempo ti sei trasferita, Giulia? Perché hai deciso di lasciare l’Italia?

“È iniziato tutto nel 2014, a novembre, quando una settimana dopo la mia laurea decido di partire per Londra. Inizialmente l’idea di vivere in Inghilterra era solo un sogno che nutrivo sin da quando ero bambina, in seguito tuttavia è diventato il mio progetto di vita. Quello che mi mancava veramente in Italia era un ambiente che mi desse la possibilità di confrontarmi con nuove realtà, facendomi crescere sia professionalmente che come persona: un posto che mi mettesse alla prova e mi facesse sentire viva ogni giorno. Un posto in cui, una ragazza di 22 anni, potesse essere considerata una risorsa da far crescere e non una giovane che deve far posto alle vecchie generazioni”.

 

È stato facile ambientarti? Se si, come lo hai fatto? 

“Sono partita con una valigia, senza lavoro e senza certezze, ma con tanta voglia di fare per trovare il mio posto nel mondo. Non sapevo nulla, non sapevo cosa mi aspettasse e come fare per ottenere il riconoscimento del mio titolo di studio. Le difficoltà sono state molte soprattutto i primi mesi, quando il peso della burocrazia e dell’adattamento in un Paese che non era il mio si faceva sentire. Con le difficoltà però sono arrivate anche le soddisfazioni: le promozioni a lavoro, il riconoscimento di tutti i sacrifici e le fatiche; a poco a poco quello che mi era sembrato solo un piano impossibile è diventato la mia vita. Credo che il mio modo di essere abbia contribuito molto nella fase di adattamento. Il sorridere dei guai, il supporto della mia famiglia e il pensare che domani è sempre un altro giorno, sono stati la mia carica. Non è solo un detto: «la pioggia e il maltempo sono una costante», ma convivendoci impari ad apprezzare anche una singola ora di sole. Sarà forse la scoperta che è possibile alzarsi ed andare a lavoro felici, che fa sì che anche un posto dove non c’è sole possa diventare luminoso”.

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Perché secondo te la Gran Bretagna è la metà più raggiunta tra coloro che lasciano l’Italia?

“L’Inghilterra da anni a questa parte ha spalancato le porte per il gran numero di persone che ogni giorno fanno una valigia e tentano la fortuna. Gli inglesi sono pronti a ciò, gli ospedali e ogni tipo di lavoro hanno un numero di personale straniero veramente alto. In Italia mancano la meritocrazia e i necessari sbocchi lavorativi che invece nel Paese oltremanica sono presenti. Qui inoltre, l’economia non è bloccata come nella maggior parte dei Paesi europei e la possibilità di fare fortuna è elevata. Anche se una buona percentuale degli inglesi vede l’immigrazione straniera come un pericolo per il Paese. Devo tuttavia ammettere che noi come popolo che lascia il proprio Paese per crearsi un futuro veniamo considerati molto coraggiosi, noi con la dote del ‘saper campare e del speriamo che me la cavo’ abbiamo una marcia in più che la maggior parte delle volte, personalmente parlando, è stata apprezzata. Perché è facile tirare fuori il meglio quando va tutto bene, ma è straordinario farlo quando il bene bisogna solo che sudarselo e lontano da casa propria”.

 

Ogni quanto torni in Italia?

“Per i primi 10 mesi non sono potuta tornare casa, ogni volta a causa di un colloquio, di un imprevisto o di un nuovo trasferimento, il momento giusto per prenotare un volo di ritorno sembrava non arrivare mai”.

 

Che progetti hai per il futuro?

“Mi chiedi del mio futuro, ma a me piace godermi il presente attualmente, e augurarmi di sentirmi sempre più pronta per quello che il futuro mi riserverà, senza paure e senza limiti per ciò che voglio fare ed ottenere. Posso solamente dire che uno degli obiettivi che ho è di continuare ad affrontare questa scelta con il sorriso e la voglia di fare che mi hanno portata fino qui. A casa ci penso e tanto, ci sono giorni che l’amore per il Bel Paese si fa sentire molto. Non so quando e se un giorno tornerò, dico però che l’Italia è l’unico posto che considero casa e spero che un giorno tornandoci, il bagaglio costruito e tutte le mie esperienze fatte possano essere in qualche modo utili alla mia Italia.”

 

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Grazie Giulia!

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