L’Italia e le case popolari: un rapporto funzionale solo sul piano teorico

La Legge n. 167

La seconda guerra mondiale ha lasciato un’Italia profondamente lacerata ideologicamente, politicamente ma anche socialmente. Un’Italia, distrutta e divisa da una guerra che non è mai stata pronta ad affrontare, che provava a ripartire su delle basi politiche completamente nuove, avendo scelto di rinunciare definitivamente alla monarchia.
Probabilmente non so quanti uomini politici, padri costituenti, partigiani e non fossero consapevoli, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, di stare piantando i semi del periodo universalmente riconosciuto come il più florido dal punto di vista industriale, sociale ed economico della penisola.
Durante gli anni Sessanta, l’Italia, ha ridotto e quasi azzerato la forbice industriale e produttiva che la separava dal resto dell’Europa occidentale ed ha provato a diminuire gli squilibri territoriali che ancora oggi la caratterizzano, riuscendovi solo molto parzialmente. In un contesto che appariva, per la prima volta, piuttosto dinamico, caratterizzato da un miglioramento generale delle condizioni di vita e da una massiccia urbanizzazione, l’Italia venne a contatto con i problemi dell’urbanistica che le grandi capitali Europee avevano affrontato almeno cinquant’anni prima.
Le questioni imposte da un’urbanizzazione di massa hanno generato una duplice richiesta abitativa. Da un lato vi è la domanda solvibile tramite il mercato privato, dall’altro vi è una domanda di carattere più sociale, prodotta da quella fetta di popolazione urbana che necessita dell’aiuto statale per ottenere una struttura abitativa. Lo stato si fece carico di questo secondo tipo di domanda rispondendovi tramite la promozione di piani edilizi ed urbani popolari. È bene specificare come, negli anni Sessanta, anche sotto l’influenza delle teorie Keynesiane, l’intervento statale nelle questioni economiche e sociali era visto come un elemento sempre più necessario.
L’intervento dello stato in materia di urbanizzazione, già normato in precedenza e ad inizio
Novecento e durante gli anni Trenta, venne definitivamente sancito dalla legge 167 del 1962.
Questa legge aveva l’obbiettivo di facilitare l’appropriazione di terreni da parte dei comuni, in modo
che potessero attuare più facilmente piani urbani specifici, sancendo, de facto, la nascita in Italia dei
Piani di edilizia economica popolare ( PEEP).
Tale norma, rinnovata poi con la legge 867 nell’ottobre 1971, era rivolta ai capoluoghi di provincia ed ai nuclei abitativi che contavano più di 50.000 abitanti, il suo scopo ultimo era quello di mettere nelle mani del pubblico uno strumento per garantire una pianificazione urbana di stampo locale e comunale.
La 167 svolgeva un duplice lavoro: se da un lato forniva terreni al comune per l’edilizia pubblica dall’altra sanciva l’obbligatorietà dei piani regolatori; divenuti ormai la base di qualsiasi politica urbana accettabile. Per farla breve, con la 167 viene sancita la nascita dell’edilizia popolare su larga scala, togliendola a norme occasionali e straordinarie per inserirla in un contesto normativo più ampio.

L’effettiva applicazione della legge

Se a prima vista il regolamentare l’edilizia pubblica può sembrare semplicemente un fattore di logica, al momento dell’applicazione di veri e propri piani urbani, soprattutto nelle grandi città, il sistema è collassato da subito per una serie di fattori urbani e sociali favorendo il degrado urbano in diversi quartieri.
L’esempio più famoso di questo fatto è il quartiere di Scampia e le famose “Vele” di Napoli che a quanto pare, per fortuna, avranno vita breve; ma possiamo citare il quartiere Enziteto di Bari, il Corviale a Roma o anche, per centri minori, il Rozzol Melara di Trieste. Esiste un amplissimo bacino di esempi al quale attingere che, in questi anni, si è arricchito di un elemento nuovo ossia il deterioramento delle strutture, la loro fatiscenza contribuisce ad una percezione generale del quartiere popolare estremamente negativa.
A questo vanno aggiunti elementi sociali, come per esempio una diffusione, sempre più ampia, della piccola criminalità nei quartieri popolari, ai quali sono sempre più facilmente appiccicate le etichette di “zone pericolose” purtroppo spesso confermate dai fatti. Inoltre, un ulteriore elemento interessante, endemico in queste zone urbane, è la scarsa dimensione umana delle costruzioni, dei caseggiati, degli isolati, delle strade: appare, ad un occhio esterno tutto sovradimensionato ed eccessivamente logico, squadrato, pianificato privo di quelle imperfezioni estremamente umane che ha anche il più banale dei centri storici.
Una dimensione di questi quartieri quasi sovrumana, che ricorda, alla lontana, le città sovietiche, con palazzi ed intere strutture urbane squadrate in nome di una funzionalità mai realmente raggiunta ed ormai diventata obsoleta.
Le cause del degrado urbano e del vero e proprio stato di rovina in cui versano le periferie italiane, rovina sia sociale sia strutturale, sono molteplici e probabilmente tentare di identificarle tutte sarebbe un mero esercizio stilistico all’interno del quale sarebbe facile commettere errori.
Si possono individuare alcune concause, nello specifico credo che un ruolo di assoluto rilievo nell’evoluzione urbana e sociale di questi quartieri lo abbia avuto proprio la legge 167 e gli adattamenti successivi.
Perché se il principio primo della 167 è sicuramente corretto ed è improntato a stimolare una pianificazione che, se ben sistematizzata, avrebbe potuto generare un tessuto urbano di primo livello ha avuto due mancanze principali.
Prima di tutto vi è un problema legato alle teorie urbane utilizzate per la pianificazione: ossia sono basate essenzialmente sulla zonizzazione e, tramite la suddetta legge, questa veniva indirettamente favorita. Ossia veniva favorito l’esproprio di aree da dedicare completamente a complessi residenziali popolari; il limite di questo approccio è un rischio ghettizzazione ed un confinamento dei quartieri popolari ai limiti delle città.
I problemi immediatamente conseguenti sono: una difficile comunicabilità ed interscambiabilità tra i vari segmenti del tessuto urbano, il formarsi di zone socialmente ed economicamente omogenee al
loro interno ma estremamente diverse tra loro; il risultato, inevitabile è un’estrema polarizzazione del tessuto urbano.
In secondo luogo è di primaria importanza le modalità di messa in atto dei piani urbani, spesso realizzati con criteri che non aderivano per nulla, o in minima parte, ai progetti iniziali. Il concentramento delle abitazioni popolari viene così accompagnato da un ampliamento incontrollato dell’abitato, attuato non sempre sulle aree destinate allo scopo e senza nessun controllo sul risultato finale, che spesso risultava sproporzionato e troppo ampio, troppo sovradimensionato per essere fruibile ed accettabile, per essere a misura d’uomo. Nella logica dei piani, naturalmente, abitazioni e servizi sarebbero dovuto essere costruite di pari passo; eppure nella realizzazione di essi venne attuato un approccio differente, fondato prima sulla costruzione di abitazioni e caseggiati e solo in seguito, con i fondi ed i tempi residui, con la realizzazione di servizi.
La conseguenza principale è, come è ampiamente immaginabile, che molte zone si trovano malservite dai servizi più elementari e, girando per le periferie cittadine, anche di città non di certo sovradimensionate, come, per esempio, Bologna, ci si imbatte in quartieri con chilometri di caseggiati senza nient’altro intorno.
Il problema dei quartieri popolari italiani, non di tutti chiaramente, può essere fatto sicuramente, almeno in parte, risalire ai problemi gestionali nati con questa normativa, ovviamente vi sono molti altri fattori dei quali tenere conto e sicuramente, il degrado dei quartieri popolari, non è estendibile a tutti i quartieri popolari italiani. In secondo luogo si connette anche a problematiche derivate dalla struttura economica e dagli ammortizzatori sociali messi in atto a livello comunale e statale; non è quindi solamente un problema urbano ma raccoglie in se diversi fattori.

Il futuro

E’ inevitabile, a conclusione di questo breve articolo, interrogarsi sul futuro della gestione urbana di queste zone. Credo, personalmente, che la strada per il futuro la stia indicando il sindaco di Napoli, De Magistris. La sua campagna elettorale era centrata, tra le altre cose, anche sullo sgombero e
sull’abbattimento di (quasi) tutte le “vele” di Scampia, gli edifici più celebri del quartiere.
Il riqualificare queste aree passa inevitabilmente, anche dalla distruzione fisica degli edifici peggiori, più simbolici di un certo degrado, credo sia un passo fondamentale e a livello di funzionalità e ad un livello puramente immaginativo. A partire dalla ricollocazione degli abitanti e dalla distruzione di tali mostruosità architettoniche si può iniziare con un processo di risanamento dell’intero quartiere; sicuramente quanto succederà a Napoli sarà un laboratorio a cielo aperto piuttosto interessante dal punto di vista urbano da seguire con molta attenzione.
Naturalmente non è finita l’era dei quartieri popolari, anche se forse ne si può notare un certo ridimensionamento, ma è opportuno ricordare come, da questi errori macroscopici compiuti nel passato non si debba ripartire da capo, ma costruire letteralmente sugli errori passati cercando di evitare gli approcci “moderni” applicati in precedenza e che hanno portato sostanzialmente al fallimento di molti progetti urbani.
Infine, per concludere, non bisogna dimenticare di come, nel mondo globale che stiamo vivendo, siamo in un continuo cambiamento ed è bene evidenziare due esigenze nuove: la prima un’esigenza ecologica: nuove abitazioni popolari devono poter seguire un principio ecologico, non per vezzo ma per assoluta necessità. In secondo luogo la concezione dello spazio non deve essere ancora conforme a quella degli anni Sessanta, non è più uno spazio modificabile all’estremo, bisogna individuarne i limiti ed agire in conformità ad essi.

Fonti foto:
Artribune
Corriere del Mezzogiorno – Corriere della Sera
Valdinievole Oggi
IlSudOnLine

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