Sequel, prequel, reboot, spin-off. La Fabbrica del Riciclo

Hollywood ricorre sempre più all’usato sicuro. Strategia economica o fantasia finita?

Gli indizi sono troppi e lampanti. Non sembrano esserci particolari dubbi. il cinema mainstream, quello che plasma mondi, nutre l’immaginazione, forgia divi, e attrae centinaia di milioni di fan in ogni parte del Mondo, pare essere ormai entrato inesorabilmente nel tunnel dell’usato sicuro. La Fabbrica dei Sogni si sta trasformando nella Fabbrica del Riciclo.

Che siate cinefili incalliti o appassionati spettatori, chi di voi non si è mai imbattuto in questi anni in termini come “reboot”, “sequel”, “prequel”, “spin-off”? Tranquilli, potrebbe anche essere che non abbiate la minima idea di cosa significhino. Perciò, prima di proseguire, ecco un breve glossario!

Remake: rifacimento di un’opera precedente, con un grado piuttosto alto di fedeltà all’originale

Sequel: il classico seguito, prosegue nel racconto delle vicende del capitolo precedente

Prequel: è l’antefatto. Vi si narrano vicende cronologicamente antecedenti al film principale, e che ne hanno in qualche modo gettato le basi narrative

Reboot: letteralmente “riavvio”.  Si parte da schemi generali esistenti per dare nuova vita al film di riferimento, talvolta stravolgendo sensibilmente storie e personaggi

Spin-off: sviluppo “laterale” di una materia narrativa. Si approfondisce la storia di un personaggio in particolare o di una situazione di sfondo

Franchise: è la costruzione di un marchio sfruttato per diversi prodotti dell’industria dell’intrattenimento. Pratica ormai obbligata per le grandi case hollywoodiane

Transmedialità: raccontare un universo unico attraverso diversi mezzi di comunicazione: cinema, tv, web, fumetti, videogames

Nel momento storico in cui la serialità televisiva sta raggiungendo vette straordinarie in fatto di scrittura, messa in scena e recitazione, modellando un nuovo canone narrativo dai picchi letterari (sì, letterari), e attentando seriamente al primato del cinema, la settima arte -perlomeno nelle sue espressioni più commerciali- si rifugia nel creativamente pallido -ma redditizio- vivacchiare di storie, personaggi e marchi arcinoti. Già, “marchi”. In questo stato delle cose, il brand è tutto, e, secondo inappuntabile logica industriale, viene espanso, rimescolato, spremuto fin quando è possibile.

Cosa succede? Le ragioni sono puramente economiche? Produttori e sceneggiatori sono a corto di idee? Probabilmente un mix di tutto questo. Si cavalcano immaginari triti, pur con tentativi di ricontestualizzazione, si riesumano culti del passato, si flirta con altri media, si fidelizza lo spettatore per un tempo potenzialmente infinito. Raggiungendo, è bene precisarlo, solo in talune occasioni, risultati ragguardevoli anche artisticamente.

“Star Wars” e il Marvel Cinematic Universe, due tra i franchise più amati e di successo

Non basterebbero tre articoli per citare tutti i casi, solo per l’ultimo decennio. Ma, restando ai titoli più popolari e seguiti, gli esempi produttivamente e mediaticamente più rilevanti che vengono in mente sono senza dubbio la venerata saga di “Star Wars”, ripresa nei 2000 e di nuovo in questi anni, e i più recenti universi condivisi di matrice fumettara, Marvel e DC. Ma potremmo menzionare sequel, prequel e reboot di altri pilastri sci-fi quali “Star Trek”, “Alien”, “Godzilla”, “Il Pianeta delle Scimmie”.

Non fanno eccezione cicli di origine videoludica o romanzesca, come Tomb Raider”, “Harry Potter”, il redivivo “It”,  e, ancora, la fortunata ed interminabile serie di “Fast & Furious”, il neonato Universo Dark di Universal, “Mission:Impossible” e “Terminator”, coi loro iconici protagonisti contrattualizzati a vita. Menzione a parte per “Blade Runner”, pietra miliare del cinema tout court, che troverà a giorni il suo seguito, tanto atteso quanto temuto, a 35 anni dal capolavoro di Ridley Scott.

Il nuovo Pennywise farà paura quanto il vecchio? “It” (Andrès Muschietti, 2017)

Eppure, in un certo modo, si tratta di iniziative molto coraggiose. Nell’era dei fandom globali, si va infatti a metter mano, rileggere, talvolta sconvolgere, opere di grande impatto culturale, ammantate agli occhi dei seguaci da una certa sacralità. Non di rado ci si trova davanti ad autentiche sollevazioni, capaci di scatenare discussioni che sconfinano in delicate questioni di genere, razza e rappresentazione delle minoranze. Più o meno ciò che è accaduto lo scorso anno attorno al nuovo “Ghostbusters”, riavviato in chiave femminile, come succederà -in forma di spin-off-  alla saga di Ocean, con “Ocean’s Eight” attualmente in lavorazione.

Le nuove acchiappafantasmi di “Ghostbusters” (Paul Feig, 2016)

Insomma, giocare -e guadagnare- con la nostalgia e, diciamolo pure, con l’amore di fan vecchi e nuovi, è operazione niente affatto semplice, e dagli esiti non sempre felici. È ampiamente prevedibile, peraltro, che il trend di cui si è detto prosegua e, anzi, si incrementi da qui ai prossimi anni. Non resta che sperare che la qualità non ne risenta eccessivamente, e che la nobiltà degli originali non venga intaccata.

Quando si dice “raschiare il fondo del barile”.

 

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