DAL CAMMINO DI SANTIAGO AL TURISMO RELIGIOSO

DAL CAMMINO DI SANTIAGO AL TURISMO RELIGIOSO

IL CAMMINO DI SANTIAGO: ATTACCAMENTO RELIGIOSO O MODA?

Risulta necessaria alla lettura di quest’articolo una premessa: l’autore non ha mai percorso nessuno dei vari cammini che, dalla Francia o da Oporto, sulla costa atlantica o nell’entroterra, convergono a Santiago de Compostela. Tutto quello che segue è una testimonianza indiretta, basata su racconti, relazioni e fotografie.

Negli ultimi anni per motivi vari (i principali, ma non unici, mi paiono essere il superamento della sbornia euforica ipertecnologica del post guerra fredda e di inizio millennio, con annesso annacquamento del senso di responsabilità tra le giovani generazioni; e la voglia di emulazione scatenata da grandi successi cinematografici, di cui Into the Wild è un manifesto), una massa sempre maggiore di persone sceglie di consacrare le proprie ferie a forme di turismo che contemplano ampi spostamenti privi di mezzi a motore. Ovviamente, al sorgere della domanda seguì una risposta che, almeno in un primo momento, si canalizzò sugli schemi già esistenti, tra cui le antiche vie di pellegrinaggio medievali, che avevano il vantaggio di essersi mantenute attrezzate e fornite di strutture consone. In particolare, la via per il sepolcro del maggiore dei Boanerghes, fu da subito preferita per quattro motivi: 1) il sistema di ostelli era particolarmente efficiente e consolidato 2) permetteva, con le sue quattro varianti, un’infinità di tragitti restando nello spazio relativamente ristretto della penisola iberica 3) conduceva ad una città che, per quanto di dimensioni discrete, era certamente meno nota e caotica di Roma o Gerusalemme 4) il paesaggio della Galizia, così sobrio e poetico, si presta alla riflessione spirituale.
In breve, oltre agli abituali pellegrini, divenne abituale trovarvi giovani desiderosi di avventura, salutisti che inseguono il mito di una vacanza biologicamente sostenibile,anziani pronti a “godersi la pensione”, persino gruppi cattolici che, sfruttando l’onda della moda, provano a riportare in auge antiche modalità devozionali.
Il risultato, dopo quindici o vent’anni dall’esplosione di questo fenomeno, è il netto sovraffollamento dell’antico sistema d’accoglienza. Almeno nei mesi estivi, una buona parte dei camminatori si trova costretta ad accamparsi fuori dagli ostelli, entrandovi solo per una doccia veloce. Il che, di per sè, non sarebbe un male: una notte in tenda od all’adiaccio non hanno mai ucciso nessuno. Se non che, ciò appare come un sintomo di una tendenza più ampia: quella della massificazione del turismo spirituale.
Compariamo questo dato con un elemento che hanno compreso molti autori negli ultimi secoli (da Durkheim a Illich, si potrebbe dire): quando un’istituzione è massificata finisce sempre per divenire massificante. Vivere un’estate in Galizia non è, in questi termini, diverso da una stagione in Riviera.
Paradossalmente, divenire improvvisamente, anche in un tempo delimitato e definito, un barbone in una città straniera si presterebbe assai meglio alla spirito della ricerca di molti di questi turisti. Dei migliori di loro, per lo meno. Tuttavia, anche non volendo sperimentare il proprio animo in una dimensione solamente esistenziale o volendovi comunque allegare un’impronta fisica e sportiva, esistono infinite altre possibilità di viaggio, divisibili in vari gradini.
La più nota è la via Francigena, che da Canterbury conduce, attraverso Francia e\o Svizzera, al Caput Mundi. Rispetto al cammino, essa è ancora assai poco fornita, specialmente in alcune zone. Gli ostelli sono meno, eppure spesso rimangono vuoti o quasi (l’autore, che l’ha percorsa dal pavese sino a Piazza San Pietro, ricorda di aver trovato una certa calca solo a Campagnano Romano, ad un quarantina di km dal termine del percorso), in alcune zone capita di camminare a lungo senza trovare acqua o paesi. Per quanto sia ancora una situazione standard, è sicuramente più vivibile e significativa di Santiago.
Salendo ancora di un gradino si trovano i molti nuovi sentieri tracciati negli ultimi anni, in risposta all’ingorgo ispanico, e che quindi si affidano ad un impianto viario e strutturale assai più labile. Inoltre, alcuni di questi tragitti presentano difficoltà di natura climatica in un senso, per esempio in Islanda o nelle Highlands, e nell’altro, come nel recentissimo e bellissimo cammino che taglia l’isola di Creta.
Tutte soluzioni nobili e piacevoli, invero, ma che ancora non rispondono appieno al bisogno che spinge molti a partire. Per quello esiste l’alpinismo. Ed arriviamo al culmine della piramide, ed al cuore del problema.
Volendo racchiudere e semplificare il genio di Evola in una citazione tratta da un libro minore e laterale, ricorderemo che: ” L’alpe può essere un rischio stupido; può essere una banale faccenda di sport per gente più o meno allenata e inconsapevole; può essere il lusso del contorno di panorami binocolari e turistici alla serie di uomini dall’anima impietrata dalla civiltà delle pianure. Ma per altri essa è nulla, nulla di tutto ciò: è via di liberazione, di superamento, di compimento interiore.
I due grandi poli della vita allo stato puro -azione e contemplazione- vi si congiungono.
Azione -attraverso la responsabilità assoluta, l’assoluto sentirsi soli, lasciati alla sola propria forza, a cui il più chirurgico, il più lucido controllo deve unirsi.
Contemplazione -come il fiore stesso si questa vicenda eroica, quando lo sguardo diventa ciclico e solare, là dove non esiste che cielo e nude, libere forze, che rispecchiano e fissano l’immensità nel coro titanico delle vette”.
Alpinismo come congiunzione della Via Occidentale pagana alla Verità, basata sulla pura azione (si pensi al significato greco del termine orgia), e di quella Orientale (categoria in cui potrebbe rientrare anche il cristianesimo, si pensi all’esicasmo nella cultura ortodossa), basato sulla sapienza derivata dalla contemplazione. Camminare per ore e per giorni su fragili ponti di neve, scalare una cascata ghiacciata, divenire con le imprese una manifestazione del divino e con la purezza del pensiero comprenderne i segreti.
Questo è il punto che sfugge alla maggior parte di coloro che scelgono di dirigersi nella provincia de La Coruna: è la definizione stessa di turisti a condannarli. Essi desiderano delle vacanze, dando importanza alla quantità del tempo. È una malattia diffusa nella nostra epoca: ci preoccupiamo della quantità di opinioni, non della qualità, della quantità della vita, non della qualità.
Trovo strano (e, ripeto, non è una questione di esperienze: io stesso ho viaggiato in questo modo), che si possa pretendere di trovare dello spirito in mezzo alla massa. Chiunque vi riesca, non ha bisogno di un turismo spirituale: ha già trovato un senso al suo esistere. Ed allora egli non è un turista nè un viaggiatore, bensì un Uomo.

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