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Ristoranti e spazi Child-free: buonsenso o discriminazione?

 

Torna ad accendersi il dibattito sui locali e spazi child-free. Si tratta di decisioni dettate dal buonsenso o quasi di una moderna forma di discriminazione? Proviamo a rifletterci.

 

Il locale in questione sull’isola di Rügen, sul Baltico (www.tpi.it)

La notizia è di oggi (https://www.tpi.it): il ristorante tedesco Oma’s Küche (La cucina della nonna), del villaggio di Binz, sulla piccola isola di Rügen, sul Mar Baltico, ha dichiarato pubblicamente, con tanto di cartello fuori dal locale, di non accettare dopo le ore 17 clienti al di sotto dei 14 anni di età. In altre parole, un locale child-free. Il proprietario, Rudolf Markl, ha affermato di aver preso la controversa decisione in seguito alle ripetute rimostranze dei propri clienti che, racconta, venuti al ristorante per gustarsi una piacevole cena (sottinteso, fra adulti),  sono stati spesso disturbati da famiglie con bambini chiassosi al seguito. “Non c’è niente di discriminatorio”, sostiene Markl, “è un ristorante, non un parco giochi”.

La notizia del ristorante child-free tedesco è di quelle che dividono inevitabilmente chi legge e si immedesima nella situazione: è una discriminazione gratuita o è buonsenso del proprietario nei confronti dei propri clienti e dunque anche del suo business?

(www.tuttoperifigli.it)

Difficile dare una risposta netta alla domanda, perché in realtà, al di la’ della notizia in se’ che di certo fa discutere, il discorso è molto più ampio e complesso di come appaia. Diversi fattori entrano in gioco, e probabilmente un po’ tutti i soggetti in campo hanno una qualche ragione: per i proprietari degli esercizi commerciali che adottano questo tipo di politica si tratta di affari, di lungimiranza e rispetto verso la propria clientela e verso il proprio locale.

Per le famiglie con pargoli al seguito, si tratta di un’oggettiva limitazione del proprio diritto alla libera fruizione di qualsiasi spazio pubblico, come un ristorante appunto, o un qualsiasi locale, dunque è un disagio che viene loro provocato. La verità in tutto ciò dove sta? Forse tra le due parti.

E se invece fosse “solo” una questione di educazione?

Educazione in che senso? Vediamo.

Un gestore di un esercizio commerciale che non vuole un certo tipo di clientela, nello specifico famiglie con bambini (e neanche risultare villano facendo scenate davanti a tutti gli altri avventori per mandarle via) potrebbe adottare la stessa soluzione del proprietario del ristorante tedesco, ossia posizionare un cartello in cui avverte della regola che ha deciso di imporre nel proprio locale. Non è il massimo dello chic ma funziona. Un proprietario di un locale progetta il proprio business plan e l’evoluzione della propria attività commerciale in un certo modo. E’ seguendo quell’idea che progetta tutto il resto, ossia l’appeal da dare all’attività, che tipo di mobili comprare, che tipo di cucina servire (ad esempio, un vegano non andrà mai in una bisteccheria a chiedere del muscolo di grano e a protestare perché non lo vendono, sarebbe scortese e sciocco, oltre che inutile), i prezzi, gli orari e il giorno di chiusura, il tipo di clientela in base alla zona, eccetera.

Nulla da obiettare fin qua: dato tutto il proprio lavoro a monte, un proprietario ha tutto il diritto di porre dei limiti alla clientela, sempre però appunto con la massima educazione, pena il torto del proprietario e non dei commensali.

Invece, di contro, una famiglia con bambini al seguito potrebbe ricavare un disagio (i più audaci la potrebbero chiamare perfino “discriminazione”) nel vedersi negare la permanenza presso un locale child-free, ed è comprensibile anche questo punto di vista: a questo punto, però, l’educazione di cui si deve parlare è quella dei genitori che devono capire se, quando e come è opportuno portare fuori i propri figli. Il diritto di avere accesso ad un qualsiasi locale pubblico è innegabile, ma non è questo l’oggetto del contendere.

Qui si tratta di capire il carattere e che tipo di educazione hanno ricevuto i bambini, nello specifico (ma anche gli stessi genitori), e questo soltanto le mamme e i papà lo possono sapere: solo loro possono decidere se e quando è il caso di portare fuori i bambini.

(www.diventareunamamma.com)

Non si tratta un diritto innegabile e sacrosanto, e questo oggettivamente non tutti lo comprendono, perché non tutti i genitori (di certo al di sotto di una certa età, non sono solo i bambini ad essere i responsabili) sono in grado di distinguere e rispettare i limiti del vivere civile e di insegnarli ai propri figli. Ecco dove entrano in gioco l’educazione e il buonsenso in questo caso: è il caso di uscire per un gelato veloce o ci si può spingere fino ad una cena articolata, di più portate, senza “rischi”? E’ tutto da vedere: ognuno è responsabile di se’, e i genitori lo sono anche per i propri bambini. Ancora in troppi non riconoscono questo fatto oggettivo.

Bisogna conoscere quello a cui si va incontro uscendo dalla porta di casa: non tutte le persone amano e apprezzano la compagnia dei bambini, non tutti i genitori hanno educato a dovere (e per “dovere” non si intende certo quello di un severo collegio militare) i bambini per farli stare serenamente in mezzo agli altri in situazioni che non siano solo di gioco. D’altro canto riconosciamo anche il contrario, cioè non si può pretendere troppo (che stiano per tutto il tempo fermi, dritti, composti, che siano cortesi e obbedienti e non infastidiscano nessuno) da dei bambini, che siano piccoli o no. I genitori non possono giustificare e minimizzare ogni cosa o ogni loro comportamento solo perché “sono bambini”.

I bambini, proprio perché tali, non è che non siano in grado di capire o recepire un giusto comportamento: spesso insegna di più un “buon” esempio, che si osserva davanti a se’, che mille parole che si perdono via subito.

Questo perché i bambini, proprio perché capiscono molto di più di quel che si crede, sanno benissimo di chi “approfittarsi”, quando e come è utile per loro fare un capriccio, e ottenere quello che vogliono. Per un genitore è molto più difficile e faticoso “perdersi” dietro al proprio bambino, spiegargli come e perché è giusto comportarsi in un certo modo fuori (ma anche dentro) casa, che sgridarlo in malo modo e così liquidarlo o arrabbiarsi perché si viene invitati ad andarsene da un luogo pubblico in cui si crede che si possa “padroneggiare”.

I buoni frutti di questo prodigarsi dei genitori poi si vedono, col tempo, lo posso assicurare in prima persona, perché io ho avuto la fortuna di crescere così, e ho di contro, molto vicino a me, dei bambini non educati allo stesso modo.

Da adulti pacati e responsabili un giorno cresceranno altrettanti cittadini pacati e responsabili che non dovranno essere invitati ad andarsene per nessun motivo da qualche luogo pubblico, anzi, si godranno un’atmosfera rilassata senza bisogno di darsi di gomito per indicare il bambino sguaiato di turno che i genitori non vedono o fanno finta di non vedere.

 

 

 

 

 

 

 

6 thoughts on “Ristoranti e spazi Child-free: buonsenso o discriminazione?

  1. Wow, che argomento difficile!!!! Penso che creare locali child free sia sbagliato, che sia una forma di discriminazione: i bambini non sono cani, che possno sporcare o abbaiare, i bambini sono piccole persone, che vanno rispettate come tali. Un ristoratore che prende una decisione del genre ammette di non essere capace di gestire una fetta della sua clientela, di non aver trovato la strategia per gestirla.
    Credo che un ristorante dove i bambini non sono graditi non abbia bisogno di mettere un cartello che vieta l’ingresso ai bimbi, perchè saranno i genitori per primi a non scegliere quel locale, non trovandolo accogliente per la famiglia, quindi anche per loro, non solo per i bimbi.
    Ho sempre portato mio figlio con me al ristorante, fin da piccolissimo e non in posti “per bambini”, ma in ristoranti di lusso. Ci sono strategie per evitare che un bambino si annoi al ristorante, per farlo restare a tavola : noi portiamo sempre dei giochi da tavolo da fare insieme, oppure “costruiamo” un memory disegnando le tessere con foglietti di riciclo che trovo nella mia borsa. Adesso Emiliano sta crescendo (ha 8 anni) e quindi gli chiedo di leggermi il menù, mi faccio dare pareri sui piatti che ci vengono serviti.

     
  2. Nell’articolo infatti non si contesta l’esistenza dei bambini come persone aventi diritti o la giustizia o meno di simili provvedimenti, quello che in generale si vuol discutere è altro: è l’educazione e il buonsenso che in generale debbono avere gli adulti: che siano genitori o che siano gestori o che siano padroni di cani. Non tutti hanno la pazienza di insegnare ai bambini, molti tendono a liquidare e a giustificare tutto proprio perché “sono bambini”; quando i bambini non sono ancora grandi abbastanza da rispondere per loro stessi sono i genitori a farlo per loro, e non sempre si ha la sensibilità giusta per capire quando è il caso di “osare” con i bambini e quando no. I bambini possono avere un comportamento “colorito” proprio come un animale, però anche lì, è questione di abitudini ed educazioni imposte dai genitori, il lavoro che si fa a monte è molto più lungo e complesso proprio per ovviare a certe situazioni. I gestori, per quanto spiacevole sia, ritengo che possono anche non volere un certo tipo di clientela per qualsiasi motivo, ma se queste sono decisioni “risapute” una persona evita anche come ha detto lei di andare in un certo posto e di risentirsi, anche per rispetto agli altri che sono presenti (io evito per esempio di andare in certi luoghi pubblici col mio cane se so che i cani non possono entrare, eppure mi piacerebbe portarlo il più possibile ovunque con me).

     
  3. Argomento veramente interessante: non dico sia discriminazione, ma non bisogna arrivare a creare luoghi child free a mio parere. Basta solo saper educare i propri figli a comportarsi bene in luoghi pubblici, in presenza di persone.

     
  4. Onestamente non è la prima volta che sento di un locale del genere, non la trovo una discriminazione ma una scelta. I genitori devono educare i propri figli, ma spesso le reazioni dei figli non sono per niente controllabili, e non si può certo per questo dire che i genitori non abbiano educato i figli. D’altronde anche qui in Toscana ho scoperto che in una SPA famosa con piscina esterna e diverse Saune, non è possibile entrare se non si hanno 18 anni compiuti. Non la trovo una discriminazione, ma solo un’oasi di pace.

     
    1. Infatti: spesso non si dovrebbe arrivare a certe decisioni ma di fatto, per molti motivi, spesso così è. Le reazioni non saranno controllabili, ma la responsabilità resta. E’ insensato poi detto questo andarsi a lamentare delle “discriminazioni”: se un divieto è noto, per qualsiasi motivo, è inutile protestare.

       

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