Quando le ancelle di The Handmaid’s Tale diventano simbolo di protesta

 

È da poco uscita la seconda stagione della serie distopica più amata degli ultimi tempi: The Handmaid’s Tale. Una serie che racconta di una società nella quale la donna viene considerata solo come mera incubatrice. La serie è entrata così tanto nell’immaginario collettivo, da usare la cappa rossa delle ancelle, come simbolo per le proteste contro chi vuole decidere sul corpo delle donne.

 

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Fonte foto: Harper’s Bazaar

 

Nel panorama telefilmico attuale, una delle serie tv più interessanti è “The Handmaid’s Tale”, di cui è uscita da poco la seconda stagione.
La serie è tratta dal romanzo omonimo dell’autrice canadese Margaret Atwood del 1985.
Il romanzo e la serie raccontano di un futuro distopico, nel quale la fertilità umana è in calo a causa dell’inquinamento e delle malattie. S’instaura una teocrazia totalitaria che ha rovesciato il governo degli Stati Uniti.
La nuova società prevede rigide classi sociali e le donne vengono brutalmente soggiogate; le donne fertili sono costrette a diventare delle incubatrici umane, per dare figli ai propri padroni, queste sono le ancelle.
Il libro e la serie raccontano la storia di Difred (in originale, Offred), interpretata da Elizabeth Moss e della sua vita da ancella. Difredè stata strappata dalla sua vita, da suo marito e da sua figlia, per diventare una schiava vera e propria, costretta a subire stupri ogni mese, per dare un figlio alla propria padrona.

 

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Fonte foto: GQ Italia

 

La serie ha avuto molto successo ed ha guadagnato tredici nomination, di cui otto vittorie agli Emmy e tre nomination, di cui due vittorie, ai Golden Globe, solo per la prima stagione.

Parliamo di una storia molto cruda, in una società nella quale la donna è privata di tutti i suoi diritti e benefici. Le donne fertili perdono i diritti sul proprio corpo, che inizia ad essere usato solo a scopo riproduttivo, per continuare la specie.

Ovviamente nel romanzo della Atwood troviamo un’estremizzazione per rappresentare una società distopica e maschilista, ma nonostante sia stato scritto 33 anni fa, troviamo delle paurose somiglianze col mondo di oggi.
Il corpo della donna viene oggettivato, molte donne non hanno diritti e, soprattutto, si pretende di avere voce in capitolo su scelte che dovrebbero essere solo delle donne stesse. Nel romanzo vediamo alcune donne costrette a riprodursi, così da non avere più diritti sul proprio corpo.

Le cosiddette “ancelle” sono diventate il simbolo della lotta femminile contro il controllo altrui del proprio corpo.
Ciò lo possiamo vedere dalle diverse proteste, soprattutto alla politica americana, nelle quali le contestanti si sono calate nei panni delle ancelle di “The Handmaid’s Tale”.

Uno dei primi casi fu il 27 luglio del 2017 a Washington, quando le fittizie ancelle hanno protestato formalmente contro la decisione del Presidente americano Trump di tagliare i fondi alla “Planned Parenthood”, un insieme di organizzazioni nazionali che si battono in favore della legislazione abortista e dell’educazione sessuale.

 

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Fonte foto: The New York Times

 

Il tema dell’aborto è uno dei temi centrali delle proteste femminili, uno dei casi più eclatanti c’è stato in Ohio, negli Stati Uniti, quando un gruppo di attiviste per i diritti delle donne ha protestato contro una proposta di legge statale, il Senate Bill 145, che introdurrebbe una restrizione sull’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, vietando uno dei metodi utilizzati durante il secondo trimestre.
Non parliamo di proteste chiassose e violente: la protesta è stata silenziosa, il messaggio era tutto nell’abbigliamento delle attiviste,

cappa rossa e cuffie bianche,

per ricordare che le donne devono avere il diritto di scegliere autonomamente sul proprio corpo e non deve essere compito di nessun altro.

 

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Fonte foto: BBC.com

 

 

La protesta si è allargata in tutto il mondo, non rimanendo circoscritta agli Stati Uniti.

Il 22 maggio scorso la protesta è arrivata anche in Italia, in occasione dell’anniversario dell’approvazione della legge 194 con la quale si legalizzava l’aborto qui in Italia. Alcune attiviste si sono riunite a Milano, nel consueto abbigliamento, per rimarcare il fatto che le donne non siano solo incubatrici, ma che la maternità è una scelta personale, ma anche per denunciare il fatto che il 40% delle strutture, in Italia, fanno obiezione di coscienza.

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Fonte foto; Repubblica Milano

Il populismo nazionalista ispirato da interpretazioni estremiste della Bibbia, raccontato dalla Atwood, ha spinto gli attivisti a protestare in ogni parte del mondo, come in Irlanda in occasione del referendum sull’aborto, ma anche a Gerusalemme ed in Argentina.

Nonostante il romanzo sia di 33 anni fa, la storia raccontata alla Atwood è arrivata al grande pubblico solo in questi ultimi anni con la trasposizione in serie tv della sua opera meravigliosa.
Il romanzo, ovviamente, ci regala una visione esagerata ed estremizzata della società, ma è contemporaneamente una storia che fa squillare in tutti noi un campanello d’allarme.
Ad oggi, soprattutto con l’elezione del Presidente Trump, il corpo della donna viene oggettivato e si pretende di scegliere, al suo posto, cosa è meglio per lei; l’aborto è solo la punta dell’iceberg delle scelte prese da altri per le donne.

Stiamo forse andando verso la teocrazia mostrata dalla Atwood?

Per ora continuiamo con le proteste in mantello rosso e cuffia bianca, forse silenziose, ma più assordanti di un urlo.

“Nolite te bastardes carborundorum”: Non lasciare che i bastardi ti annientino 

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4 commenti su “Quando le ancelle di The Handmaid’s Tale diventano simbolo di protesta

  1. Non conoscevo la serie di cui parli nell’articolo, ma l’andrò a cercare subito. Davvero interessante il pasaggio dalla fiction alla realtà una volta tanto per una causa davvero fondamentale. I diritti delle donne sono spesso in pericolo o ignorati del tutto anche nei paesi cosiddetti democratici: “Nolite te bastardes carborundorum”: Non lasciare che i bastardi ti annientino

     
  2. Sicuramente è il genere di serie TV che può piacermi. Tuttavia voglio aggiungere che non è solo la società a etichettare la donna in un certo modo, ma è anche la donna stessa che si auto-etichetta e molte volte non si da le possibilità che merita, secondo me.

     
  3. Condivido molto la scelta di una protesta non urlata ma di impatto. Cosa che apprezzo in ogni campo, ma che forse qui acquista anche un maggior significato.
    Non conoscevo la serie comunque. Recupererò 🙂

     

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